domenica 22 maggio 2011

La Chiesa è immacolata e indefettibile


São Paulo del Brasile, 19 di aprile di 2010 - Anniversario dell’elezione alla Cattedra di Pietro di
Sua Santità Benedetto XVI

La Chiesa è immacolata e indefettibile

Dopo ogni campagna di attacchi contro di lei, la Chiesa sempre ne esce più forte e splendente di prima
Mons. João Scognamiglio Clá Dias, E.P.

La moltitudine di notizie che, nelle ultime settimane, tenta di macchiare la Chiesa Cattolica,
prendendo a pretesto abusi su bambini commessi da parte di sacerdoti cattolici, attinge un crescendo incredibile. Decisi a non far spegnere il fuoco che hanno acceso, vari organi di comunicazione sociale si sono dedicati a investigare il passato, alla ricerca di nuove prove che coinvolgessero il Vicario di Cristo in Terra, Papa Benedetto XVI, in ciò, del resto, fallendo pienamente.
Che vi siano sacerdoti impreparati e indegni, nessuno lo può negare; che abusi orribili siano
stati commessi, e certamente anche in numero superiore a quanto registrato, è doveroso riconoscere. Tuttavia, utilizzare mancanze gravissime, ma circostanziali, relative a una minoranza di
chierici, per insudiciare tutta la classe sacerdotale è una ingiustizia. Usare questo come pretesto
per tentare di demolire la Chiesa è diabolico.
Del resto, quanto più lo spirito libertario, relativista e neopagano della nostra epoca s’infiltra nella Chiesa, tanto più è da temere che accadano crimini di pedofilia. Da qui ne deriva anche
la necessità di introdurre nei seminari un sistema rigoroso di selezione, in modo da ammettere
come candidato al sacerdozio solo chi non abbia la propensione a scendere a patti col mondo, ma
voglia insegnare la pratica della dottrina cattolica in tutta la sua purezza e dare l’esempio.
L’attuale campagna pubblicitaria contro la Chiesa ci fa dimenticare una verità della quale la
storia ci dà una inequivocabile testimonianza: è stata la Chiesa Cattolica che ha liberato il mondo
dall’immoralità, ed è proprio perché sta rifiutando la Chiesa che il mondo affonda nuovamente
nella melma dalla quale è stato riscattato.
Il mondo del paganesimo era un inferno
La maggioranza della popolazione dell’Occidente dà per certo che il mondo, in un grado
maggiore o minore, ha sempre coltivato i valori ai quali siamo abituati. Questi valori, sacrosanti
fino a circa 50 anni fa, in certa misura ancora resistono alla decadenza accelerata di questo inizio
di millennio: famiglia tradizionale, protezione dell’innocenza infantile, senso del pudore, modi
educati, abiti decenti, onorabilità, rispetto reciproco, spirito di carità, dignità umana, solidarietà,
ecc.Ma non è stato sempre così. Prima che Nostro Signore Gesù Cristo predicasse tra gli uomini
la Buona Novella del Vangelo, il mondo era immerso in una prolungata e terribile notte, in cui
regnavano la dissolutezza morale, l’egoismo, la crudeltà, la disumanità e l’oppressione, come la
storia ci insegna

1Di questa situazione non si può concludere che tutti i romani, greci e “barbari” fossero
dissoluti. C’erano minoranze che non si conformavano con quella situazione ed erano pronte a
ricevere la predicazione evangelica con l’avidità di naufraghi che trovano la tavola di salvezza. Di
qui la rapida espansione della Chiesa Cattolica nel mondo romano e, finalmente, la conversione
dell’Impero nell’anno 313 dell’era cristiana.
Religioni degradanti
Tutto ciò che la parte sana dell’opinione pubblica dell’Occidente guarda ancora con orrore
oggigiorno, sarebbe, nel mondo dominato dal paganesimo, moneta corrente e normale. Ci basti
ricordare quanto la mitologia greco-romana dice riguardo alle varie divinità del suo pantheon.
Formavano essi una temibile banda di depravati: adulteri, violenti, impudenti, bugiardi,
ladroni, oppressori, assassini, parricidi, matricidi, fratricidi, crudeli, egoisti, traditori, pigri, falsi, disonorati, incestuosi, fornicatori, perversi e pedofili. Zeus (il Giove dei romani), la divinità
massima di questo covile, era non solo un bruto, che aveva praticato cannibalismo divorando
una delle sue figlie e assassinato altri parenti prossimi, ma anche un adultero incontrollabile, che
aveva fatto molte vittime tra “dee” sposate e nubili, aveva violentato le sue sorelle e nuore, aveva
stuprato la sua propria figlia e persino sua madre e, oltre a questo, manteneva come amante un
bambino che aveva rapito

2 I racconti di queste infamie erano nei testi presentati ai bambini nelle scuole di quel tempo,
per istruirli nella grammatica, nella retorica, nella poesia, come hanno sottolineato a suo tempo
gli apologisti cristiani.
La religione pagana esercitava, quindi, un potere malefico sulla società, proponendo, come
esempi da imitare, le iniquità degli dèi. Inoltre, la società influenzava la religione, di modo che i
miti riflettevano i costumi a quel tempo in voga.
Immoralità, crudeltà, oppressione
In quell’ambiente pagano, la situazione della donna era terribile. In generale, quasi senza
alcun diritto, era praticamente considerata una schiava del marito, questo quando aveva il privilegio di essere sposata.
Le religioni stesse, anche quelle più elevate, conducevano le donne – come, naturalmente,
1 È necessario escludere il popolo ebraico. Tuttavia, anche alcune pratiche del Popolo Eletto
furono mitigate da Nostro Signore Gesù Cristo o modificate posteriormente.
2 Cfr. per es. ARISTIDE, Apologeticum (scritto tra il 123 e il 127 d.C.); GIUSTINO, Apologia
Prima (tra il 153 e il 155 d.C.); ARNOBIO, Disputationum Adversus Gentes (tra il 304 e il 312
d.C.).anche gli uomini – a grandi depravazioni. Quella dei caldei, per esempio, era sinistra e corruttrice, con pratiche lascive nei templi. La religione fenicia stimolava anch’essa la degradazione della
donna.
Erodoto è uno di quelli che ci dà informazioni sulla “prostituzione sacra” esercitata nei templi di Babilonia, Assiria, Grecia, Siria, Cipro e altrove

3 Spesso, le “sacerdotesse” entravano nei .
templi ancora giovanissime, consegnate dagli stessi genitori. Il famoso “Codice di Hammurabi”,
promulgato da questo re di Babilonia (tra il 1793 e il 1750 a. C.), riserva alcuni capitoli per regolamentare questa pratica

4Il culto di Cibele e Attis, sorto in Frigia, da dove passò in Grecia e a Roma, portava a pratiche scabrose in pubblico. Essendosi Attis mutilato, perdendo la sua mascolinità, i suoi festeggiamenti includevano l’automutilazione di molti uomini, realizzata in mezzo ad una moltitudine che,
allucinata, danzava e gridava, mentre si suonava una musica, con l’assordante rumore di flauti,
cembali e tamburi

5La Grecia contava numerosi templi dedicati a Venere, ma nessuno consacrato all’amore
legittimo tra sposi. Ad Atene e in altre città si realizzava, una volta l’anno, una processione nella
quale era portata una enorme scultura fallica. Uomini e donne percorrevano le strade cantando,
saltando e danzando intorno a questo idolo.
Oppressione della donna
L’onorabilità femminile era inoltre ferita dal costume della poligamia, generalizzato in molte regioni, sebbene esistessero luoghi in cui era in vigore la poliandria

6 Ugualmente degradante .

7 era l’incesto, comune specialmente in Persia, ma anche in Grecia

8 In India, tra le crudeli pratiche millenarie del paganesimo, il costume esigeva che la vedova
fosse bruciata insieme al cadavere del marito

9 Il “Codice di Hammurabi” è pieno di norme che rispecchiano lo stato di oppressione della
donna nelle civiltà antiche, la quale molte volte era punita con la morte, la schiavitù o il ripudio

10 Anche a Roma e in Grecia, le leggi antiche erano inique verso la donna, e perfino persone
come l’austero Catone favorivano gravi ingiustizie a questo proposito

12-Nel caso di Atene, per ov .

3 Cfr. ERODOTO. Storie, I, 181; I, 199.
4 The Code of Hammurabi, King of Babylon, About 2250 BCE, traduzione in inglese di Robert Francis Harper, Chicago, University of Chicago Press, 1904, nº 181, 182.
5 MARTINDALE, C. “A religião dos romanos”, in Christus – História das religiões. São Paulo, Saraiva, 1956, vol. II, pp. 560-561.
6 PSEUDO-CLEMENTE. The Recognitions, c. 24.
7 Ibid., c. 27.
8 COULANGES, Fustel de. La Cité Antique. Paris: Flammarion, 1984. pp. 78, 81, 82.
9 PSEUDO-CLEMENTE, op. cit., c. 25.
10 The Code of Hammurabi, op. cit., n. 110, 132, 141, 143.
11 COULANGES, op. cit., p. 78.
12 Ibid., p. 81.viare in qualche modo alla parzialità nel trattamento dato alle figlie, la legge incorreva in un’aberrazione ancora maggiore, incentivando l’incesto per risolvere problemi di eredità , giungendo a
imporre la distruzione di due famiglie già costituite, se fosse stato necessario

14 A Roma, all’epoca in cui la Buona Novella di Gesù Cristo si stava già predicando, l’istituzione della
 famiglia si trovava in una crisi profonda. L’aborto e l’abbandono dei bambini avevano
assunto proporzioni spaventose. La natalità decresceva. Gli uomini ricchi preferivano mantenersi
celibi e attorniarsi di numerose schiave piuttosto che assoggettarsi ai fastidi del matrimonio

15 La situazione dei bambini davanti allo Stato onnipotente

In Grecia e a Roma non esisteva la libertà individuale che i loro estimatori fanno credere: il
cittadino viveva in funzione dello Stato. Nella sua Repubblica, lo stesso Platone preconizzava uno
Stato onnipotente, e lo stesso Aristotele lo considerava come un ideale supremo

16 La famiglia greco-romana era anch’essa totalitaria sotto certi aspetti. Così, il Diritto Romano dava un potere dittatoriale al pater familias

17 In Grecia erano in vigore leggi simili. Il padre .
aveva il diritto di rifiutare suo figlio appena nato, o venderlo come schiavo

18 Poteva anche condannare alla pena di morte la sposa, un figlio, una figlia, o qualsiasi altro abitante della sua casa .
eseguendosi senza indugio la sentenza; le autorità dello Stato non interferivano

19 A Sparta, commenta Coulanges, «lo Stato aveva il diritto di non tollerare che i suoi cittadini
fossero deformi o di debole costituzione. Per questo ordinava al padre cui nascesse un figlio in
queste condizioni, che lo facesse morire»

20.Secondo lo stesso autore, questa legge si trovava anche negli antichi codici di Roma. Persino Aristotele e Platone inclusero, nelle loro proposte legislative, questa pratica .

A Cartagine e presso i Fenici, bambini erano offerti in sacrificio agli idoli; a Roma e in Grecia essi erano utilizzati in riti di divinazione

21 In vari luoghi, bambini ed adolescenti potevano essere puniti con la morte per un delitto commesso dal padre

22 Lo Stato, nello stesso tempo in cui dava al padre un potere illimitato dentro casa, lo limi-

13 Ibid., pp. 81-82.
14 Ibid., p. 82.
15 DANIEL-ROPS, [Henri Pétiot]. A Igreja dos Apóstolos e dos Mártires. São Paulo, Quadrante, 1988. pp. 126-130
16 KOLOGRIVOF, Ivan (dir). Ensaio de suma católica contra os sem-Deus. Rio de Janeiro: José
Olympio, 1939. pp. 380-381.
17 JOLOWICZ, Herbert Felix; NICHOLAS, Barry. Historical Introduction to the Study of Roman Law. London: Syndics of the Cambridge University Press, 1972, p. 119; COULANGES,
op. cit. p. 99.
18 JOLOWICZ, NICHOLAS, op. cit., p. 114; COULANGES, op. cit., pp. 100-101. Si veda
anche The Code of Hammurabi, op. cit., n. 117.
19 JOLOWICZ, NICHOLAS, op. cit., p. 119; COULANGES, op. cit., p. 102.
20 COULANGES, op. cit., p. 266.
21 GIUSTINO, Apologia Prima, c. 18: PG 6, 370.
22 DANIEL-ROPS, op. cit., p. 162; The Code of Hammurabi, op. cit., n.  210, 230.tava tirannicamente nell’educazione dei figli. Presso i greci, lo Stato era il responsabile assoluto
dell’educazione, e Platone lo giustifica, poiché, dice, «i genitori non devono avere la libertà di
inviare o di non inviare i loro figli ai maestri che la città sceglie, perché i bambini appartengono
meno ai loro genitori che alla città»

23 Lo Stato considerava come appartenente a sé il corpo e .l’anima di ogni cittadino, e assumeva la responsabilità del bambino quando questo compiva sette anni di età

24 Impietosa e diffusa schiavitù

25 La schiavitù era un’istituzione talmente corrente nel mondo antico che gli schiavi costituivano la maggioranza della popolazione. A Roma, nel tempo di Augusto, più di un terzo della popolazione era formata da loro

.
26 Il padrone di uno schiavo aveva su di lui intero diritto. Uno schiavo non era un uomo propriamente detto; era una cosa, res mancipe

 27 Il padrone aveva non solo il diritto di coabitare con la moglie dello schiavo senza commettere adulterio, ma anche di disporre dei figli di lui, e se lo avesse ferito o ucciso, non commetteva delitto

.
28 Nella legge romana vi erano incisi relativi agli schiavi che davano occasione a grandi crudeltà. Al tempo di Nerone, per esempio, un alto magistrato fu assassinato da uno dei suoi schiavi. «Il
Senato, dopo una lunga discussione, decise di applicare a tutti i servi della casa la vecchia legge
che condannava al supplizio della croce tutti gli schiavi che non avessero saputo proteggere il suo
signore. Davanti a questa sentenza terribile, ci furono tali proteste popolari che i 400 condannati
dovettero essere giustiziati sotto la sorveglianza dell’esercito»

.
Ci fu sempre l’uno o l’altro proprietario di schiavi che li trattava con umanità o — più raramente — con rispetto, ma sarebbe una grande ingenuità pensare che questa fosse l’attitudine abituale.

Massacri cruenti

Nell’Antichità i massacri erano visti con indifferenza, come un avvenimento naturale nella vita dei popoli. La strage della popolazione di una città non causava la minima sorpresa, né indignazione.
La tendenza a sacrifici cruenti era legata a vari riti del paganesimo. Nella Grecia la vecchia
religione considerava conveniente offrire olocausti umani per la riconciliazione con gli dei. Questi
23 COULANGES, op. cit., p. 267.
24 COULANGES, Ibid.; MARROU, Henri Irénée. A History of Education in Antiquity. Madison: University of Wisconsin Press, 1982, pp. 20, 23, 31.
25 DANIEL-ROPS, op. cit., p. 128.
26 JOLOWICZ, NICHOLAS, op. cit., pp. 133-138, 277.
27 WEISS, Juan-Bautista. Historia Universal. V. 3. Barcelona: Tipografia La Educación, 1928,
pp. 390-391.
28 DANIEL-ROPS, op. cit., p. 132.sacrifici, comuni tra i greci delle epoche remote, si allentarono più tardi, ma non sparirono completamente. Nel secolo II dell’Era Cristiana ancora si sacrificavano vite umane nell’Arcadia, in
onore di Zeus Liceo

.
29 A Roma, lo spettacolo più apprezzato dal popolo era quello di uomini che morivano, e le
lotte di gladiatori costituivano occasioni per empi massacri. «Al mattino, dice Seneca, gli uomini
sono gettati ai leoni e agli orsi; dopo mezzogiorno, sono gettati [ad arbitrio] degli spettatori. La
fine per tutti i lottatori dev’essere la morte, e si mette mano all’opera con ferro e fuoco, finché
l’arena non rimane vuota»

30  In queste “sessioni” aperte a mezzogiorno, i condannati a morte .
dovevano uccidersi mutuamente fino all’ultimo. Tanto questo costume quanto il pasto delle fiere con carne umana, ci aiutano a «comprendere questa voluttà di ferocia a cui i romani daranno
sfogo nelle persecuzioni anticristiane», osserva Daniel-Rops, e conclude: «Per quanto rivoltanti
ci sembrino, queste scene, di cui anche i cristiani saranno vittime, erano normali a Roma. E rari,
molto rari, erano gli spettatori che esteriorizzavano la loro disapprovazione»

31Panem et circenses rimase nota come formula ideale per mantenere la moltitudine calma,
che veniva incontro anche al suo crescente gusto per il sangue. È stato, anche, una delle cause del
suo deterioramento.

La piaga della pedofilia

Ciò che la stampa di oggi denomina come pedofilia era largamente praticato nel mondo antico, sotto la protezione della legge, per influenza delle religioni pagane.
In Grecia, era ricorrente come prassi del tutto legale la corruzione sessuale dei ragazzi, più
propriamente chiamata pederastia

32 Ogni uomo adulto che non fosse schiavo aveva il diritto di .praticarla. Tale era l’usanza anche in Persia e in altri luoghi, dove si mantengono attraverso i secoli. Roma finì per essere contaminata dal male greco, al punto che diversi imperatori cercavano,  come amanti, adolescenti

33 Ragazzi considerati belli, se erano fatti prigionieri di guerra, o rapiti o venduti dai genitori,  erano mutilati in modo da alimentare tutto un traffico di eunuchi

34 Non vi sfuggivano neppure i . figli stessi della nobiltà

35 In Grecia — Atene, in particolar modo —, le vittime della pederastia non erano soltanto  prigionieri di guerra, i rapiti e gli schiavi. Qualunque bambino poteva diventare bersaglio dei  desideri infami di uomini adulti. E il costume era che cedesse. Se un padre, dotato di un minimo
29 HUBY, J., “A religião dos gregos”, in Christus – História das Religiões. São Paulo, Saraiva,
1956, vol. II, p. 514.
30 WEISS, op. cit., pp. 658-659.
31 DANIEL-ROPS, op. cit., p. 162.
32 DEMAUSE, Lloyd. Foundations of Psychohistory. New York: Creative Roots, 1982, pp. 50-
53. Come mostra l’autore, Roma non rimase indenne da questo problema.
33 È il caso per es. di Adriano, il cui attaccamento morboso per un bambino è stato romanzato da Marguerite Yourcenar  in “Memorie di Adriano”.
34 HERODOTUS, op. cit. Book 3, “Thalia”, n. 92; Book 8, “Urania”, n. 105.
35 Ibid., Book 3, “Thalia”, n. 48; Book 6, “Erato”, n. 32.di sensibilità morale, desiderava risparmiare questa tragedia ai figli, doveva agire prima che accadesse, impiegando schiavi che, come falchi, vigilassero sui bambini

36 Ma, dice Eschine, molti .padri desideravano avere bei figli, sapendo che questi sarebbero diventati bersaglio di predatori

37 Le scuole — le tanto elogiate Accademie — erano luoghi dove gli studenti, di appena 12 anni
di età o anche più piccoli

38  restavano alla mercé dei maestri

39“Le leggi ateniesi arrivavano all’assurdità di proteggere e incentivare questa pratica, anche regolando il flirt e l’“innamoramento tra uomini e bambini
.
40 Greci famosi nel mondo della letteratura, delle arti, della filosofia e della politica, praticarono e lodarono la pederastia, come Solone, Eschilo, Sofocle, Senofonte, Tucidide, Eschine e Aristofane

41 La filosofia greca giunse a dibattere questa pratica, senza mai condannarla completamente.
Anche Socrate, Platone e Aristotele non rimasero esenti da questo male

42 Nel Carmide, Platone .si riferisce all’adolescente che portava questo nome, come se fosse un innamorato che loda la sua amata, parlando del suo fascino e delle emozioni che produceva. Nel Simposium, il personaggio

43 Fedro si riempie di lirismo quando descrive un esercito felice e di successo interamente composto
da uomini-amanti e bambini-amati

 Tuttavia, finalmente attratto da idee più elevate, Platone è giunto dalla sua approvazione condizionale della pederastia nei suoi primi dialoghi, alla condanna formale di questo vizio nella sua opera finale, Le Leggi. Comunque, i suoi tentativi, come quelli di alcuni stoici, di proporre una pederastia “casta” furono ricevuti con sarcasmo dal popolo e non ebbero conseguenze. Infatti, l’“amore platonico” è molto difficile da essere praticato, poiché in materia di castità l’uomo non riesce a restare permanentemente nelle vie di mezzo

.
44 I greci arrivarono a considerare il rapporto naturale tra uomo e donna come inferiore al
rapporto tra uomo e bambino. In una società nella quale questo tipo di comportamento influenzava persino l’ideale dello Stato, la donna doveva essere disprezzata, relegata al ruolo di mera  riproduttrice.

Un’opera storico-filosofica come Erotes, del secolo II o III d.C., da molti attribuita a Luciano
36 AFARY, Janet; ANDERSON, Kevin B. Foucault and the Iranian Revolution. Chicago: The
University of Chicago Press, 2005. p. 148.
37 WOHL, Victoria. Love among the Ruins: The Erotics of Democracy in Classical Athens. Prince Prince--
ton: Princeton University Press, 2002, p. 6.
38 DEMAUSE, op. cit., p. 51. L’autore cita Plutarco, che si riferisce all’esistenza dello stesso
male anche a Roma.
39 WOHL, op. cit., p. 150; AFARY, ANDERSON, op. cit., p. 148; MARROU, op. cit., pp. 26-
37.
40 WOHL, op. cit., p. 226; AFARY, ANDERSON, op. cit., pp. 148-149; MARROU, op. cit., p.
31.
41 WOHL, op. cit., pp. 87, 226 et passim; AFARY, ANDERSON, op. cit., pp. 4, 148. MARROU (op. cit., p. 366), elogia il silenzio di Omero sulla pederastia, il che costituisce un’eccezione onorevole tra gli scrittori di allora. A quanto sembra, egli «decise di ignorare una ben nota
istituzione della sua epoca».
42 MARROU, op. cit., p. 33.
43 WOHL, op. cit., p. 4.
44 MARROU, op. cit., p. 366.
45 WOHL, op. cit., pp. 8, 48; AFARY, ANDERSON, op. cit., pp. 144, 145, 150, 151.di Samosata, contiene un dialogo tra due greci che discutono seriamente su quale amore sarebbe
superiore... Sempre, nel decimo Dialogo delle Cortigiane, Luciano affronta questo tema. Plutarco, nell’Erotica, analizza, con molta serietà, quale attrazione — per donne o per bambini — sia la
più interessante per un uomo adulto. Per fortuna, al contrario che nell’Erotes, conclude che l’ideale è realmente il matrimonio monogamico.
A Roma, anche le bambine potevano essere vittime di abuso sessuale. È quanto si deduce
dalle parole di San Giustino, nella sua Apologia, con le quali vitupera il costume secondo il quale
bambini rifiutati — bambini e bambine — fossero allevati per la prostituzione: «E così come gli
antichi allevavano greggi di bovini, capre, pecore e cavalli, così voi ora allevate bambini destinati a questo vergognoso uso; e per quest’uso impuro, una moltitudine di donne ed ermafroditi, e
quelli che commettono iniquità che non si possono neppure menzionare, si diffondono per tutta
la nazione. [...] E vi sono coloro che prostituiscono persino i loro propri figli e mogli; alcuni sono
apertamente mutilati per essere usati nella sodomia»
46
.
*
Questo è il mondo quando non è presente la santa Chiesa di Dio. Il quadro qui presentato,
anche se non completo, è sufficientemente tragico per esporre i mali dell’Antichità pagana e darci
un’idea dello shock che si è verificato nel momento in cui il messaggio del Vangelo ha cominciato
ad esaltare valori opposti, ordinati e santi.
Lo shock dei valori del Vangelo con i controvalori mondani
Il messaggio di Gesù Cristo è venuto a sbilanciare il deteriorato mondo antico. La Buona
Novella censurava la dissolutezza e la crudeltà, ed esaltava la libertà di praticare il bene, la castità, la verginità, l’innocenza, la fedeltà coniugale, l’amore verso i nemici, la carità, l’abnegazione,
la bontà verso i più deboli, la dignità di tutti gli esseri umani, creati a immagine e somiglianza di
Dio.
Un orrore speciale per il peccato della pedofilia è stato instillato nelle anime dal nostro Divino Maestro, con parole di una estrema severità: «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi
piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata
da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6).
Davanti alla sublimità del Vangelo, il paganesimo non poteva rimanere indifferente. Gli restavano soltanto due reazioni: o incantarsi e sottomettersi al giogo soave di Dio, oppure odiare e
perseguitare. Non pochi si sono convertiti. Molti, però, si sono afferrati al fango, e il loro odio ha
portato al martirio milioni di cristiani.
Tuttavia, il sangue dei martiri ha cominciato ad essere il seme di nuovi cristiani, secondo
la celebre affermazione di Tertulliano

47 Lo spettacolo di uomini e donne, vecchi e vecchie, adulti .
nel pieno della salute, giovani vigorosi, vergini, bambini — tutti che confessavano la fede in Gesù
Cristo e procedevano risoluti in direzione della morte —, strappava l’ammirazione di molti spettatori, provocando conversioni sempre più numerose.
46 JUSTINUS, op. cit, 27: PG 6, 370. Ver tb. DEMAUSE, op. cit., pp. 52-53.
47 Apologia, 50,13.Il paganesimo dovette, pertanto, ricorrere ad altre armi, per tentare di invertire il gioco: la
diffamazione e la calunnia. Come rilevano gli Apologisti cristiani di quei primi secoli, i pagani cominciarono ad accusare i cristiani esattamente dei crimini che il paganesimo commetteva.
È degno di nota che una delle accuse era quella della pedofilia, aggravata da incesto

48 San .Giustino commenta: «Le cose che voi fate apertamente e con plauso, [...] di queste stesse cose voi
ci accusate»

49 E Arnobio rinfaccia ai pagani: «Quanto vergognoso, quanto petulante è censurare .
in un altro, quello che l’accusatore vede che egli stesso pratica — approfittare dell’occasione per
oltraggiare e accusare altri di cose che possono essere ritorte contro lui stesso!»

50Vale a dire, quei pagani facevano come il ladro che, mentre ruba, grida: «Acchiappa il ladro!»
Una civiltà governata dal Vangelo
La Chiesa Cattolica ha finito per vincere, a causa della forza intrinseca del bene. Lentamente, aiutata dalla grazia divina, che non sbaglia mai, ha preso i greco-latini decadenti e i barbari
germanici, li ha convertiti, li ha educati e ha ispirato l’edificazione di una civiltà brillante il cui
apice, mai prima raggiunto, si è concretizzato nei secoli XII e XIII.
In quest’epoca, afferma Papa Leone XIII, «la filosofia del Vangelo governava la società».
Allora, «la forza della sapienza cristiana e lo spirito divino erano penetrati nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in ogni ordine e settore dello Stato». Dal rapporto armonioso tra
il potere religioso e quello temporale, «la società trasse [...] frutti inimmaginabili, la memoria dei
quali dura e durerà, consegnata ad innumerevoli monumenti storici, che nessuna mala arte di nemici può contraffare od oscurare»

51 Fu in questo tempo che la Chiesa sviluppò la scolastica, edificò le cattedrali gotiche (con le
sue vetrate e monumenti), creò le Università e gli ospedali, diede impulso alla scienza e al progresso tecnico, migliorò le relazioni internazionali tra gli Stati, abolì la schiavitù, fece avanzare il
progresso sociale, elevò la condizione della donna, tanto che nel XIV secolo, l’Europa aveva oltrepassato di gran lunga tutti gli altri continenti.
Come fa emergere uno studioso del progresso tecnico medioevale, in quell’epoca, «per la
prima volta nella storia si costruì una civiltà complessa, che non si sorreggeva più sulle spalle sudate di schiavi o di servi, ma principalmente sull’energia non umana»

52 Quanto più avanzano gli studi storici e scientifici su questa materia, tanto più viene dimostrata questa verità, demolendo il mito che il Medioevo fu un’epoca di arretratezza e di oppressio-
48 MINUCIUS FELIX, Octavius, c. 9; LECLERCQ, Henri, P. Verbete: “Accusation Contre
les Chrétiens”, in Dictionnaire d’Archéologie Chrétienne et de Liturgie. V. 1, 1
epartie. Paris: Letouzey et Ané, 1924. Cols. 274, 275.
49 JUSTINUS, op.cit., c. 27.
50 ARNOBIUS, op. cit., l. 2., n. 70.
51 LEONE XIII. Lettera Enciclica Immortale Dei. 1/11/1885, n. 28.
52 WHITE, Lynn. Medieval Religion and Technology. Berkeley and Los Angeles: University of
Los Angeles Press, 1978, p. 22.ne. La letteratura specializzata a tale riguardo si moltiplica sempre di più

53 Perché accusare solo la Chiesa?

Tuttavia, ci sono sempre state minoranze non conformi al dominio della virtù, della verità e
del bene, sicché la Chiesa si trova periodicamente vittima di nuovi attacchi.
Uno dei procedimenti favoriti continua ad essere quello di accusare la Chiesa precisamente
di crimini che il mondo stesso non si vergogna di commettere. Quali sono i maggiori distruttori
dell’innocenza infantile oggigiorno? Chi promuove una pornografia sfrenata, che non rispetta né
età, né dignità, e che incoraggia ogni tipo di crimine sessuale? Chi sono coloro che, in tutti i modi,
fanno pressione sulle scuole per iniziare i bambini a pratiche immorali? Chi dà impulso ai cambiamenti nelle leggi, in modo da abolire l’influenza cristiana e sostituirla con il vecchio paganesimo? Queste sono domande che chiedono risposte; ecco qui un tema molto appropriato per uno
studio futuro.
Si consideri l’accusa di pedofilia. Come dicono gli esperti, sulla base di ricerche effettuate
finora, la maggior parte di questi crimini sono commessi in particolare nella stessa casa della
famiglia, e coloro che abusano sono principalmente i patrigni, seguiti – che tristezza! – dai genitori, da altri parenti e dai compagni dei parenti delle vittime
54 Curiosamente, non si è mai visto .
53 Si veda  per es., WOODS, Thomas E. How the Catholic Church Built Western Civilization.
Washington, DC: Regnery, 2005; STARK, Rodney. The Victory of Reason. How Christianity Led
to Freedom, Capitalism, and Western Sciences.  New York: Random House, 2005; PERNOUD,
Régine. Pour en finir avec le Moyen Âge. Paris: Seuil, 1977; SWEENEY, Jon M. Beauty Awakening
Belief. London: Society for Promoting Christian Knowledge, 2009; JAKI, Stanley L. Patterns or
Principles and Other Essays. Wilmington: Intercollegiate Studies Institute, 1995; JONES, Terry.
Medieval Lives. London: BBC Books, 2004; GRANT, Edward. God and Reason in the Middle Ages.
Cambridge: Cambridge University Press, 2001; LINDBERG, David C. (editor). Science in the
Middle Ages. Chicago: University of Chicago Press, 1980.
54 La letteratura a questo riguardo è abbondante. Si veda, per es., CARROLL, Janell L.;
WOLPE, Paul Root. Sexuality and Gender in Society. New York: HarperCollins College Publishers, 1996: «Infatti, avere un patrigno è uno dei più potenti pronostici di abuso sessuale» (p.
553). FINKELHOR, David. “Child Sexual Abuse”, in ROSENBERG, Mark L.; FENLEY, Mary
Ann (editors). Violence in America. A Public Health Approach. Oxford, New York: Oxford University Press, 1991: «Diversi fattori si sono rivelati consistentemente associati ad un maggior
rischio di abuso: (1) quando il bambino vive senza uno dei parenti biologici, (2) quando la madre non è sempre alla portata del bambino, a causa del suo impiego fuori casa, o per invalidità
o malattia, (3) quando il bambino riferisce che il matrimonio dei suoi genitori è infelice o segnato da conflitti, (4) quando il bambino informa che ha un rapporto povero coi suoi genitori
o è sottoposto a castighi o abuso infantile, (5) quando il bambino dice di avere un patrigno»
(p. 85). Secondo vari studi, le bambine che vivono con un patrigno costituiscono il gruppo di
più alto rischio. Per tale ragione, Finkelhor, un’illustre autorità in questa materia, pensa che le
famiglie nelle quali c’è un patrigno dovrebbero essere oggetto di politiche per prevenire abusi
(FINKELHOR, David; and associates. A Sourcebook on Child Sexual Abuse. Newbury Park, CA:
Sage Publications, 1986, pp. 77-79). Nello stesso  senso, la Radio Vaticana, nell’edizione del
5/4/2010 del Radiogiornale, esprimendo sorpresa per la campagna paradossale contro la Chiesa,
ricorda che, secondo i dati ufficiali, i principali responsabili di abusi sessuali sui bambini non nessun avversario della Chiesa chiedere uno studio serio sulla relazione tra la disgregazione della
famiglia, causa principale dell’esistenza di milioni di patrigni, e i crimini di pedofilia, né esigere
un’indagine sui pericoli del portarsi innamorati dentro casa, quando lì risiedono minori.
Solo di passaggio, si noti che la massa dei pedofili è costituita da uomini sposati. C’è anche
da rilevare che tutte le religioni hanno membri propri coinvolti in casi di pedofilia, e alcune in
proporzioni gigantesche.
Perché, allora, sollevare una campagna internazionale solamente contro la Chiesa Cattolica?
Prova inequivocabile della santità della Chiesa
Sottolineiamo ancora una volta: è stata la Chiesa Cattolica che, sempre fedele agli insegnamenti del suo Fondatore, ha fatto cessare in Occidente la pratica della pedofilia e ha ispirato orrore di essa.
Pertanto, chi attacca la Chiesa a questo proposito sta utilizzando, contro di lei, un valore
che le appartiene, e sta implicitamente riconoscendo che essa è inattaccabile a partire dai controvalori del mondo.
In altre parole, gli stessi avversari stanno fornendo la prova che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana è sostanzialmente santa.
La Chiesa Cattolica censura il mondo perché questo è corrotto. Essa richiede un elevato
standard di comportamento, casto e puro. L’assalto feroce e serrato dei nemici consiste nel cercare di accusarla ingiustamente di non praticare la morale che essa stessa ha impiantato nella società. A questo si riduce l’attuale campagna pubblicitaria, per quanto riguarda la pedofilia.
Ma come fare per colpire la Chiesa per le colpe di una minoranza dei suoi membri? Uno
degli studi più accreditati sul problema della pedofilia, di Philip Jenkins, analizza le tecniche giornalistiche utilizzate per enfatizzare, non i crimini di individui che per caso sono sacerdoti, ma il
contesto istituzionale che è stato unicamente lo scenario e non la causa del loro comportamento

55 sono sacerdoti. È ciò che  dimostra un rapporto del governo americano del 2008, secondo il
quale «più del 64% degli abusi è perpetrato da genitori, parenti o altre persone che vivono nella
stessa casa, quindi nel contesto delle relazioni familiari. Nelle scuole del paese, quasi il 10%
dei giovani subiscono abusi. Per quanto riguarda i sacerdoti cattolici coinvolti, si stima che
siano meno dello 0,03%». Recenti studi condotti in altri paesi indicano che i dati referenti agli
Stati Uniti si ripetono, con lievi variazioni, in tutto l’Occidente. Una statistica pubblicata nel
“Portale del Bambino”, del Dipartimento di Stato dello Sviluppo Umano (SEDH / PB) dello
Stato di Paraíba, Brasile, mostra che il 90% dei casi di pedofilia avvengono all’interno delle pareti domestiche, e la più alta incidenza si verifica nel seguente ordine: padre, patrigno, fratello,
zio, nonni, padrini e vicini di casa (http://crianca.pb.gov.br/contador/?p=479). La rivista Veja
(18/3/2010, p. 112) informa che, nella classe media brasiliana, nel 37% dei casi di pedofilia,
chi abusa è il patrigno, e nel 34% è lo stesso padre. Inoltre, nelle classi C e D, il 74% delle vittime sono figli di genitori separati.
55 JENKINS, Philip. Pedophiles and Priests: Anatomy of a contemporary crisis. Oxford, New York:
Oxford University Press, 1996, p. 55.Si utilizzano titoli suggestivi, giochi di parole, termini ben studiati, come, per esempio, dare a un
libro il titolo appariscente di: «E non ci indurre in tentazione». A loro volta, i programmi televisivi sui casi di pedofilia collocano, come sottofondo, cerimonie liturgiche, musica gregoriana,
sacerdoti con la tonaca, in modo che così la Chiesa venga stigmatizzata nel suo insieme e si faccia
un’associazione visiva tra ciò che è distintamente cattolico con lo stereotipo di sacerdoti lascivi e
cinici

56 Ora, medici, professori, infermieri e altri professionisti appaiono in numero elevato tra i
perpetratori di crimini di pedofilia , ma chi giungerà all’assurdità di accusare tutti i membri di
queste categorie e a denigrare una classe intera per i crimini di una minoranza?
È invece così che si procede nel caso dei sacerdoti cattolici. Lo shock che il delitto sessuale di
un sacerdote causa nell’opinione pubblica — shock giustificato, perché la Chiesa Cattolica è l’unica istituzione dalla quale si spera che i suoi membri siano di una purezza immacolata, come pure
che i suoi sacerdoti siano santi — gli avversari lo sanno sfruttare.
La santità sostanziale della Chiesa
Resta da chiedersi come può la Chiesa mantenersi santa di fronte alle prove che alcuni preti
compiano crimini così gravi.
In realtà, l’argomento più forte contro la Chiesa Cattolica è sempre stato la vita dei cattivi
cattolici. Tuttavia, non ci si può stupire che nella Chiesa di Cristo vi siano membri indegni. Lo
stesso Gesù paragonò la sua Chiesa alla rete che prende pesci buoni e cattivi (cfr. Mt 13, 47-50);
al campo, dove la zizzania cresce in mezzo al grano (cfr. Mt 13, 24-30); alla festa di nozze, per la
quale si presenta uno degli ospiti senza l’abito nuziale (cfr. Mt 22, 11-14).
Tuttavia, la Chiesa sarà sempre immacolata, come mette in evidenza San Paolo: «Cristo ha
amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né
ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 25-27).
Non accade così nelle altre istituzioni terrene. Essendo semplicemente umane, gli errori dei
loro membri possono offuscarle. La Chiesa è l’unica che ha una dimensione divina. Per questo,
nonostante i difetti della sua dimensione umana, la sua sostanza è sempre pura. Ella è santa,
perché santo è il suo Fondatore: è la Sposa immacolata di Cristo. Soltanto gli uomini della Chiesa
sono peccatori, ma la Santa Madre Chiesa non può peccare.
Essa «è santa», sottolinea Paolo VI, «pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi
membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità»
58
 Pertanto, per qualsiasi membro della Chiesa, inclusi .
gli appartenenti al clero, si applica questa regola: essi solamente cadono quando diminuiscono il
loro amore alla Chiesa e allentano il loro impegno verso di lei.
56 Ibid., p. 56.
57 Ibid., pp. 126-128.
58 PAOLO VI. Credo del popolo di Dio, 19: AAS 60 (1968) 440.«In questa prospettiva», ci dice il Cardinal Biffi, Arcivescovo emerito di Bologna, «diventa
chiaro che ogni nostra colpa – piccola o grande che sia – non è solo infedeltà all’amore che ci lega
al Padre, spregio dell’opera redentrice di Cristo, resistenza all’azione santificante dello Spirito
Santo; è altresì oltraggio e sofferenza inflitti alla Chiesa. Ogni incoerenza al nostro battesimo è
sempre anche ingratitudine verso colei che nel battesimo ci ha generati, è attentato alla sua bellezza di sposa del Signore; bellezza che agli occhi umani viene offuscata da ogni nostro atto riprovevole. [...] Ma almeno noi, che ogni giorno pecchiamo poco o tanto contro di lei, abituiamoci a
chiedere ogni giorno perdono a questa nostra Madre carissima per tutto ciò che ci avviene di pensare, di dire, di compiere con animo non integralmente “ecclesiale”»
59
.
I peccatori non appartengono alla Chiesa per i loro peccati, dice il Cardinal Journet, «ma
per ciò che ancora vi è in essi dei doni di Dio, per i caratteri sacramentali, la fede, la speranza teologale, le loro preghiere, i loro rimorsi. Essi sono come attaccati ai giusti; si trovano nella Chiesa
provvisoriamente per essere un giorno definitivamente reintegrati in essa oppure da essa separati. Sono nella Chiesa non in maniera salvifica, ma come paralizzati in ciò che riguarda le loro
attività più alte e decisive»
60
.
È chiaro che la Chiesa «non rigetta i peccatori dal proprio seno, ma soltanto il loro peccato;
continua a mantenerli in se stessa nella speranza di poterli convertire; lotta in essi contro i loro
peccati»
61
.
Sottolineando la santità della Chiesa, che non è mai macchiata dai peccati dei suoi figli, il
Cardinal Journet richiama l’attenzione al suo intimo rapporto con ciascuna delle tre Persone
della Santissima Trinità: da tutta l’eternità, la Chiesa Cattolica è conosciuta e amata dal Padre. È
fondata da suo Figlio, che è venuto a redimerci per mezzo della croce. Ed è vivificata dallo Spirito
Santo, che è venuto a stabilire la sua dimora in lei. «La Chiesa intera appare così come il popolo
riunito ad immagine dell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, de unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti plebs adunata»
62
.
La relazione della Madre di Dio con la Santa Chiesa è un altro fattore di santità. La conoscenza della vera dottrina su Maria sarà sempre una chiave per comprendere il mistero di Cristo e
quello della Chiesa. La santità della Madonna si riflette nella Chiesa, nella sua verginità, nella sua
purezza, nella sua disponibilità in relazione alla volontà di Dio. Anche gli angeli del cielo e i beati
conservano la Chiesa nella santità, nobilitando il culto che essa presta a Dio
63
 .
Tutte le opere della Chiesa hanno come finalità la santificazione degli uomini in Cristo e la
glorificazione di Dio
64
 .Tuttavia, essa non potrebbe realizzare questa finalità se non fosse santa .
Quindi, anche se in questa terra è governata e composta da peccatori, essa è indefettibilmente
santa, come dimostrano i frutti abbondanti di santificazione che ha prodotto
65
 Un possente segno .
59 BIFFI, Cardinale Giacomo. Meditazione Gesù di Nazareth, la fortuna di appartenergli. Giubileo Diocesano dei Catechisti, Cattedrale di San Pietro, Bologna, 29/10/2000.
60 JOURNET, Charles. Il mistero della Chiesa secondo il Concilio Vaticano II. Brescia: Queriniana, 1967, pp. 84-85.
61 Ibid., p. 85.
62 Ibid., p. 31. Cfr. anche CONCILIO VATICANO II. Lumen gentium, n. 4.
63 Cfr. JOURNET, op. cit., pp. 91-95.
64 Cfr. CONCILIO VATICANO II. Sacrosanctum Concilium, n. 10.
65 Cfr. ARANGÜENA, José Ramón Pérez. A Igreja. Iniciação à eclesiologia. Lisboa: Diel, 2002.
p. 110.di questa santità è l’osservanza volontaria dei consigli evangelici, per il quale centinaia di migliaia
di uomini e donne rinunciano a tutto quanto potrebbero avere di legittimo in questa vita — famiglia, beni, libertà di decidere cosa fare — per imitare totalmente Gesù Cristo
66
.
La Chiesa ha il coraggio di esigere da tutti i suoi figli la lotta contro il peccato. Molte anime
dicono di sì a questo appello, ma, in generale, il bene che praticano rimane nascosto. Il male, in
questo mondo, conta su una pubblicità ben più grande, poiché la sua petulanza richiama l’attenzione di tutti. In ogni caso, uomini e donne di straordinaria santità non sono mai mancati alla
Chiesa, ed è come strumento di santificazione che lei passa per un continuo rinnovamento
67
.
Costituisce, quindi, un grave errore proporre cambiamenti nella struttura ecclesiale. «Quando, in seno alla Chiesa, è messo in questione il valore dell’impegno sacerdotale come affidamento
totale a Dio attraverso il celibato apostolico e come totale disponibilità a servire le anime», sottolineava Benedetto XVI nella sua visita in Brasile, «e si dà la preferenza alle questioni ideologiche
e politiche, anche partitiche, la struttura della totale consacrazione a Dio comincia a perdere il
suo significato più profondo. Come non sentire tristezza nella nostra anima?»
68
.
Un pastore sollecito verso il suo gregge
Alcuni giornali hanno cercato di coinvolgere Papa Benedetto XVI nell’occultamento di crimini, nel tempo in cui era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e qualche voce
stridente è arrivata al punto da proporre il suo arresto.
A nostro avviso, questo è il più grande errore dell’avversario nella campagna in corso contro
la Chiesa. La sua insolenza è ciò che più ha provocato generale indignazione, contribuendo anche
a suscitare ed infervorare i cattolici addormentati.
L’ingiustizia degli accusatori si mostra ancor più flagrante quando, passando ai fatti, si constata che è stato Benedetto XVI, già da cardinale, che più ha agito per sradicare il problema, zelo
questo che si è ulteriormente accentuato una volta occupata la Cattedra di Pietro.
È emblematica la Lettera Pastorale che, poco prima di Pasqua, egli ha inviato ai cattolici irlandesi, da essere letta in ogni pulpito del paese. In un gesto senza precedenti, il Santo Padre ha
chiesto perdono direttamente alle vittime e alle loro famiglie, esprimendo la sua profonda desolazione per gli «atti peccaminosi e criminali» di coloro che hanno commesso abusi. Rivolgendosi ai
Vescovi, egli ha sottolineato i «gravi errori di giudizio» e le «mancanze di governo» da parte della
Gerarchia. Infine, sottolineava che la Chiesa si è messa a lavorare sodo per correggere e porre rimedio al male che è stato fatto
69
.
Va notato anche che, nel maggio 2001, l’allora Cardinal Ratzinger ha inviato una lettera ai
Vescovi, ordinando che gli inviassero tutte le accuse contro chierici, fossero vecchie o nuove. Con
questa iniziativa, la Santa Sede chiamava a sé l’indagine sugli abusi e la punizione dei colpevoli.
66 Cfr. JOURNET, op. cit., p. 89.
67 Cfr. CONCILIO VATICANO II. Lumen Gentium, n. 15.
68 BENEDETTO XVI. Discorso. Incontro con i Vescovi del Brasile, Catedral da Sé, San Paolo,
Brasile, 11/5/2007.
69 Cfr. BENEDETTO XVI. Lettera Pastorale ai cattolici dell’Irlanda, 19/3/2010.In seguito, vari accusati hanno dovuto affrontare un processo canonico completo, molti sono stati
dimessi dallo stato clericale, o hanno chiesto la dimissione volontariamente, mentre altri hanno
subito punizioni amministrative e disciplinari, compreso il divieto di celebrare la Messa.
Contrariamente a quanto alcune fonti hanno diffuso, tale lettera non vietava a nessuno di
comunicare con la polizia per denunciare eventuali abusi. In verità, i Vescovi di tutto il mondo –
come negli Stati Uniti, Inghilterra e Canada – stavano già adottando la procedura di comunicare
con le autorità di polizia non appena ci fosse la conferma di un caso.
D’altra parte, il Vaticano ha emesso regole severe che rendono rigorosa la selezione dei candidati per il seminario. Inoltre, sta portando avanti iniziative come l’Anno Sacerdotale, ancora
in corso, il Congresso Teologico Internazionale, tenutosi a Roma nel marzo scorso, in vista di un
rinnovamento del clero e della rimozione di concetti erronei sul sacerdozio, causati da una «ermeneutica della discontinuità e della rottura»
70
 rispetto al Concilio Vaticano II.
Speriamo che questa brezza di rinnovamento porti un po’ di consolazione alle vittime degli
orribili crimini commessi da uomini che, come rappresentanti di Dio, dovrebbero essere i primi
protettori dei bambini e dei giovani. Proviamo dolore per loro e ne condividiamo sofferenze e delusioni, offrendo loro le nostre preghiere. In effetti, la tragedia che ci ha coinvolto ci porta, ancora
una volta, a ricordare con dolore quegli innumerevoli bambini che, nell’antichità, furono vittime
del crudele paganesimo.
Da ogni persecuzione, la Chiesa ne esce rafforzata
Qualunque cosa accada, contemplando la sua propria storia, la Chiesa Cattolica può dire con
Cicerone: «Alios vidi ventos, alias prospexi animo procellas»
71
.
Come dai precedenti assalti, essa uscirà ancora più forte dall’attuale mischia. Innumerevoli
reazioni da tutto il mondo già anticipano questo risultato. In Irlanda e Spagna, le chiese si sono
riempite durante la Settimana Santa, come da molti anni non si verificava. Negli Stati Uniti, in
Inghilterra e in altri paesi dell’Occidente, il numero di conversioni è aumentato. Molti giornalisti,
molti dei quali non cattolici, hanno preso le difese della Chiesa. Sarà necessario ricordare che le
persecuzioni sono indispensabili per rinsaldare la Sposa di Cristo? E anche per rinnovarla? Infatti
san Paolo dice: «Nam oportet et haereses inter vos esse, ut et, qui probati sunt, manifesti fiant in
vobis»
72
 (1 Cor 11,19).
Per evidenziare la perennità della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, Sant’Agostino ci
ha lasciato questa saggia riflessione: «La Chiesa vacillerà, se vacilla il suo fondamento; ma potrà forse Cristo vacillare? Visto che Cristo non vacilla, la Chiesa rimarrà intatta fino alla fine dei
tempi»
73
.
70 BENEDETTO XVI, Discorso alla Curia Romana, 22/12/2005.
71 «Ho visto altri venti e ho affrontato senza timore altre tempeste» (In L. Calpurnium Pisonem, oratio, 9).
72 «È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino
quelli che hanno superato la prova».
73 Enarrationes in Psalmos, 103,2,5; PL, 37, 1353.Ricordiamo che «Dio è Signore del mondo e della storia»
74
.(È stato lui stesso che ha decretato che «le potenze degli inferi» non prevarranno contro la sua Chiesa (Mt 16,18 .
______________________________________________
Mons. João Scognamiglio Clá Dias, E.P., è Canonico Onorario della Basilica Papale di
Santa Maria Maggiore, Roma, Protonotario Apostolico Soprannumerario, Dottore di Diritto Canonico all’Angelicum, ha ottenuto il Master in Psicologia dell’Educazione dell’Università Cattolica della Colombia, Dottore Honoris Causa del Centro Università italo-brasiliana, membro della Società Internazionale San Tommaso d’Aquino (SITA) e della Pontificia
Accademia dell’Immacolata, Fondatore e Superiore Generale di tre entità di Diritto Pontificio: Associazione Internazionale di Fedeli Araldi del Vangelo, Società Clericale di Vita
Apostolica Virgo Flos Carmeli e Società di Vita Apostolica Regina Virginum.
74 Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 314.

domenica 13 febbraio 2011

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno



Lectio - Anno A

Prima lettura: Siracide 15,16-21


   Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.
          

v «Se vedi una persona saggia, va' presto da lei; il tuo piede consumi i gradini della sua porta» (Sir 6,36). Questa frase avrebbe potuto essere scritta all'entrata della scuola che, fra la fine del III e l'inizio del II secolo a. C., Ben Sira (il Siracide) aveva aperto a Gerusalemme. Ai giovani discepoli che seguivano le sue lezioni e che, d'altra parte, si sentivano anche attratti dalle proposte seducenti del mondo ellenistico ed erano affascinati dalle lusinghe della vita pagana, egli indicava il cammino della vita, insegnava la Toràh, la sapienza di Dio.
     Era anche un poeta, Ben Sira. La Toràh era per lui «come un cedro del libano, come un cipresso sui monti dell'Ermon, come una palma in Engaddi, deliziosa come le rose di Geri-
co»; ne assaporava il profumo, «come di cinnamomo e balsamo, come mirra scelta»; vedeva la sapienza uscire dai suoi rotoli e traboccare «come il Giordano nei giorni della mietitura» (Sir 24,13-24).
     Incantato dalla bellezza della legge di Dio, trasmetteva la sua passione agli alunni. Insegnava loro: «Davanti a ogni uomo stanno la vita e la morte, il fuoco e l'acqua»; ognuno deve scegliere, è libero e responsabile delle proprie azioni, può costruire o rovinare la propria esistenza. Se prende decisioni insensate la colpa non è di Dio che ha fatto bene ogni cosa, ma soltanto sua.
     Non v'è alcuna costrizione interiore a peccare. L'uomo può dominare i propri istinti (Sir 21,11), può controllare i propri desideri e le proprie passioni (Sir 20,30). Se compie il male, se devia dai sentieri tracciati dalla Toràh attira su di sé sventure e disgrazie (Sir 40,10), se invece segue i cammini indicati dal Signore avrà vita e benedizione.
     Così si esprimeva Ben Sira, il vecchio saggio, desideroso di orientare i suoi figli e i suoi discepoli sulla via tracciata dalla Legge di Dio.

Seconda lettura: 1Corinzi 2,6-10


   Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
       

v A Corinto c'era chi si inorgogliva, chi, per mettersi in mostra, faceva sfoggio di sapienza e predicava il vangelo ricorrendo a sottili ragionamenti, come facevano i filosofi.
     Paolo dà un giudizio severo di queste persone: chi si comporta in questo modo — afferma — non si è ancora reso conto che, dal punto di vista umano, la proposta della fede è una follia: è l'invito a divenire discepoli di un uomo giustiziato. Solo dei «pazzi» possono rischiare la vita accettando la sua proposta e solo chi è ancora più «pazzo» può decidere di divenirne messaggero e paladino. Nulla di irrazionale nella fede cristiana - sia chiaro! - nulla che ripugni alla ragione, ma indubbiamente la proposta di donare la vita cozza con il
buon senso umano.
     Esiste però - continua Paolo - una «sapienza» cristiana, non «di questo mondo», naturalmente, ma del mondo di Dio, una sapienza che può essere capita solo dai «perfetti», cioè, dai «cristiani adulti» (v. 6).
     L'Apostolo che ha appena affermato di essersi presentato ai corinzi «in debolezza e con molto timore e trepidazione», privo della sapienza che sovrabbonda nei discorsi persuasivi dei filosofi (1Cor 2,3-4), ora colloca anche se stesso fra questi sapienti che hanno ricevuto, per mezzo dello Spirito, una speciale rivelazione dei misteri di Dio (v. 10).
     Di che si tratta?
     Di quella che è chiamata «sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta» (vv. 7-8), di quella che, in altre lettere, è detta semplicemente «mistero», «mistero taciuto per secoli eterni, ma rivelato ora» (Rm 16,25-26), «mistero nascosto da secoli» (Col 1,26). È il disegno divino della salvezza universale. Questo progetto era noto da tutta l'eternità soltanto a Dio e nessuno poteva immaginare quale meraviglia egli stesse preparando.
     Ora che si sta realizzando, il «mistero» può essere contemplato nel suo progressivo svelarsi e Pietro afferma che, in cielo, gli stessi angeli mantengono gli occhi fissi sul mondo, ansiosi di scorgere e di godere di quanto Dio sta compiendo (1Pt 1,12). L'autore della Lettera agli efesini ripropone, in altre parole, la stessa, commovente idea. Gli angeli - dice -scoprono il mistero di Dio osservando ciò che avviene nella chiesa: «Ora si sta manifestando nel cielo, per mezzo della chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di
Dio» (Ef 3,10).  
     Ciò che Dio sta attuando oltrepassa i desideri e le speranze degli uomini. Adattando un versetto del libro di Isaia (Is 64,3), Paolo descrive così la sorpresa che attende coloro che hanno la fortuna di poter scrutare questo mistero: «occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (v. 9).

Vangelo: Matteo 5,17-37

  In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.  Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».
  

Esegesi

     «Beati noi, o Israele, perché ciò che piace a Dio ci è stato rivelato» (Bar 4,4).
     Così Baruc esprimeva l'orgoglio del suo popolo e la sua riconoscenza al Signore che aveva indicato a Israele «la via della sapienza» (Bar 3,27), nella Toràh, nel «libro dei decreti di Dio» (Bar 4,1).
     Essendo opera di Dio, la Toràh non può essere né smentita né contraddetta. «La Scrittura non può essere annullata» - ha dichiarato Gesù (Gv 10,35) - perché Dio non può avere ripensamenti o rinnegare quanto ha detto in passato o apportarvi correzioni. Il cammino da lui tracciato dall'Antico Testamento ha validità perenne.
     Nella prima frase del vangelo di oggi Gesù ribadisce questa verità: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (v. 17).
     Se sente il bisogno di chiarire la sua posizione, significa che qualcuno ha avuto l'impressione che egli, con il suo comportamento e con le sue parole, stesse demolendo le convinzioni, le attese e le speranze di Israele, basate sui testi sacri.
     Gesù era rispettoso delle leggi e delle istituzioni del suo popolo, ma le interpretava in modo originale; il suo punto di riferimento non era la lettera del precetto, ma il bene dell'uomo. Per amore all'uomo non esitava a violare anche il sabato e questa sua libertà suscitava stupore, perplessità e anche irritazione nelle autorità religiose. Tuttavia, più che la sua mancata osservanza delle prescrizioni dei rabbini, ciò che creava sconcerto era il suo messaggio, la nuova Toràh che aveva proclamato sul monte, una Toràh che sconvolgeva i principi e i valori su cui era fondata l'istituzione religiosa e civile d’Israele. Mosè aveva promesso: «Tutti i popoli della terra ti temeranno; il Signore ti concederà abbondanza di beni; ti metterà in testa e non in coda e sarai sempre in alto e mai in basso» (Dt 28,10-13). Come poteva Gesù dichiarare di essere in sintonia con l'Antico Testamento se proclamava beati i poveri, i perseguitati, gli oppressi e se annunciava, per i suoi seguaci, difficoltà, sofferenze e persecuzioni? Il suo messaggio era in aperto contrasto con le Scritture.
     Leggendo i profeti, Israele si era convinto che il messia avrebbe instaurato un regno eterno, glorioso; avrebbe dato «agli afflitti di Sion una corona di gloria invece della cenere»,
mentre per i nemici avrebbe promulgato «un giorno di vendetta per il nostro Dio» (Is 61,2-3). Nei momenti più drammatici della sua storia, Israele ritrovava in queste promesse la         ragione per continuare a credere e a sperare in un futuro migliore. Come mai Gesù deludeva queste attese?
     Ecco come chiarisce la sua posizione e le sue scelte: le promesse fatte da Dio - spiega - si compiranno tutte, non ne cadrà nemmeno una. Prima che il mondo sia finito, quanto è stato scritto si realizzerà, ma in modo inatteso e la sorpresa sarà tanto grande che persino le persone pie, devote, sincere, come il Battista, correranno il rischio di veder vacillare la loro fede e di rimanere scandalizzate (Mt 11,6).                   
     In questa luce vanno intesi i detti di Gesù che concludono la prima parte del vangelo di oggi, riguardanti l'osservanza dei precetti anche minimi e la giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei (vv. 19-20). I precetti cui fa riferimento non sono quelli dell'antica legge, ma le beatitudini.
     Sono queste beatitudini la nuova proposta, la nuova giustizia che porta a compimento, conduce alla perfezione quella antica, quella che gli scribi e i farisei - bisogna riconoscerlo -
praticavano in modo esemplare.
     Come nella pratica dell'antica legge c'era chi si accontentava della fedeltà ai precetti più importanti e trascurava gli altri, così nell'adesione alla proposta delle beatitudini c'è chi si attiene al minimo (ammirarle, approvarle, appoggiare chi ha il coraggio di praticarle) e c'è chi è coerente fino in fondo e fa scelte coraggiose e decise. Agli occhi di Dio – dichiara Gesù, con un certo umorismo - i primi appariranno come «i minimi», gli altri invece saranno giudicati grandi, saranno considerati «rabbini» nel regno dei cieli, saranno cioè persone da additare come modelli agli altri discepoli.
     Nella seconda parte del vangelo (vv. 20-37) vengono presentati quattro esempi del balzo in avanti, richiesto a tutti coloro che vogliono entrare nel regno dei cieli. Si tratta di quattro disposizioni che si ritrovano nell'Antico Testamento e che non vengono smentite, ma spiegate in modo originale.
     Gesù ne evidenzia tutte le implicazioni: parte dalla Toràh di Mosè - che era il punto di arrivo, il vertice raggiunto dalla «giustizia» degli scribi e dei farisei - e va oltre, propone la meta ultima di questa Legge.
     Gli esempi che porta sono sei, ma il vangelo di oggi ne riprende soltanto quattro, gli altri due ci verranno proposti domenica prossima. Sono introdotti tutti con la stessa formula stereotipa: «Avete inteso che fu detto agli antichi... Ma io vi dico...».
     Non ucciderai (vv. 21 -26).
     È il primo caso che viene preso in considerazione. È una disposizione chiara, che non ammette eccezioni e che condanna qualunque forma di omicidio (Gn 9,5-6). L'uomo non ha potere sulla vita di un suo simile, quand'anche fosse un criminale (Gn 4,15). La vita umana è sacra e intangibile dal momento in cui sboccia fino a quando, naturalmente, si conclude. Questo era già chiaro nella Toràh antica, ma, per entrare nel regno dei cieli, è necessario capire che il non uccidere comporta molto di più. Ci sono altri modi - subdoli, sofisticati, occulti, camuffati - di uccidere.  
     Se ci fossero raggi X capaci di rilevare il cimitero celato nel nostro cuore ci spaventeremmo. Tra i morti troveremmo coloro ai quali abbiamo giurato di non rivolgere più la parola, coloro ai quali abbiamo negato il perdono, coloro ai quali continuiamo a rinfacciare l'errore commesso, coloro cui abbiamo tolto il buon nome con maldicenze o calunnie, coloro che abbiamo privato dell'amore e della gioia di vivere...
     Gesù insegna che il comandamento che ordina di non uccidere ha tante implicazioni che vanno ben oltre l'aggressione fisica. Chi usa parole offensive, chi si adira, chi alimenta sentimenti di odio ha già ucciso suo fratello (v. 22).
     L'omicidio parte sempre dal cuore. Non si può odiare un uomo e continuare a sentirsi in pace con se stessi. Non si riesce a uccidere se prima non ci si è convinti di avere a che fare con chi non è uomo, non merita di vivere e quindi è bene che venga eliminato. Quest'opera denigratoria è portata avanti mediante le parole, ripetendo a se stessi, come uno spietato ritornello: è «stupido», è «pazzo». Così si giunge, senza rimorsi, a pronunciare la sentenza: merita «il rogo».
     È questo cuore crudele e ingiusto — insegna Gesù — che va disarmato. All'opera di demonizzazione dell'uomo, egli contrappone il suo giudizio: è un fratello. Per tre volte ripete questa parola (vv. 22-24), come un antidoto per guarire il cuore dal veleno dell'odio, mantenuto vivo e incrementato dalle parole cattive. Poi affronta alla radice i conflitti: introduce il tema della riconciliazione.
     Ne richiama anzitutto il dovere e l'importanza (vv. 23-24).
     Lo spunto è preso da una pratica religiosa di Israele. Prima di entrare nel tempio per offrire sacrifici, era necessario sottoporsi a delle meticolose purificazioni. Gesù dichiara che non è il corpo che ha bisogno di essere puro, ma il cuore: la riconciliazione con il fratello sostituisce tutti i riti purificatori.
     Insegnavano i rabbini che la più importante delle preghiere giudaiche — lo Shemà Israel — una volta iniziata, non poteva più essere interrotta, per nessuna ragione, nemmeno se un serpente si fosse attorcigliato attorno alla gamba dell'orante. Gesù afferma che, per riconciliarsi con il fratello, si deve addirittura piantare a metà non solo lo Shemà Israel, ma perfino l'offerta del sacrificio nel tempio.
     Difficile trovare nella cultura ebraica un'immagine più efficace per sottolineare l'importanza della riconciliazione. Chi la rifiuta, chi non la ricerca a ogni costo si autoesclude dal
«regno dei cieli».    
     Avevano assimilato bene questa lezione i primi cristiani. L'autore della Lettera agli efesini raccomandava: «Non tramonti il sole sulla vostra ira» (Ef 4,26) e qualche anno prima, nella giovane comunità di Antiochia di Siria, era stata emanata questa disposizione: «Nel giorno del Signore, chi è in discordia con il suo prossimo non si unisca a voi prima di essersi riconciliato, affinché il vostro sacrificio non sia contaminato» (Didakè 14,1-2). Due secoli dopo, un vescovo delle stesse regioni esortava i suoi fratelli nell'episcopato con queste parole: «Pronunciate le vostre sentenze il lunedì affinché, avendo tempo sino al sabato, possiate risolvere il dissenso (fra i mèmbri delle vostre comunità) e per la domenica rap-pacificare quanti sono tra loro in discordia» (Didascalia 2, 59,2).
     Dopo aver richiamato il dovere della riconciliazione, Gesù ne sottolinea l'urgenza (vv. 25-26). Non può essere dilazionata.
     Un cristiano non dovrebbe mai aver bisogno di ricorrere ai tribunali per ottenere giustizia, dovrebbe sempre riuscire a mettersi d'accordo prima con il suo fratello. Comunque, nel caso preferisca intentare processi piuttosto che sopportare l'ingiustizia, tenga presente che se si presenta davanti a Dio in disaccordo con il fratello, non verrà da lui riconosciuto come figlio. Le immagini severe della prigione, delle guardie, dell'obbligo di pagare fino all'ultimo spicciolo non vanno materializzate. Sono tipiche della cultura semitica e del lin-guaggio rabbinico; sono introdotte solo per richiamare, in modo energico, la necessità inderogabile della riconciliazione. Per ottenerla il discepolo deve essere disposto a qualun-que rinuncia. Dopo aver parlato del comandamento di non uccidere, Gesù passa al problema dell'adulterio (vv. 27-30).
     La lettera della Toràh sembrava vietare solo le azioni cattive. Gesù, com'è solito fare, va invece al cuore e coglie le esigenze più profonde di questo comandamento.
     Due sono i mèmbri del corpo che bisogna essere disposti ad amputare: l'occhio destro e la mano destra. Non si tratta di mutilazioni materiali, ma del faticoso autocontrollo di cui parla anche Paolo: «Tratto duramente il mio corpo e lo tengo soggiogato perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato» (1Cor 9,27).
     La Geenna è la valle che delimita a sud-ovest la città di Gerusalemme; era l'immondezzaio della città, il luogo maledetto dove erano stati sacrificati e bruciati al dio Moloc i bambini; si riteneva che lì ci fosse la porta che introduceva nel mondo dei demoni.
     Chi non sa imporsi le necessarie rinunce nel campo della sessualità corre il rischio di gettare tutto il proprio corpo (la propria persona) nella Geenna (nella spazzatura). Questo
non è un castigo di Dio, ma la conseguenza del peccato.
     Il terzo caso riguarda il divorzio (vv. 31-32).      
     Dio ha voluto il matrimonio monogamico e indissolubile. La Bibbia lo afferma con chiarezza, fin dalle prime pagine: «I due formano una carne sola» (Gn 2,24). Per la durezza del
cuore dell'uomo si è introdotto però, anche in Israele, il divorzio.
     Andando contro la consuetudine, le tradizioni e le interpretazioni dei rabbini, Gesù riporta il matrimonio alla purezza delle origini ed esclude la possibilità di separare ciò che
Dio ha stabilito che rimanga unito.                        
     Le parole chiare di Gesù però non conferiscono a nessun discepolo la licenza di giudicare, di condannare, di umiliare di emarginare coloro che hanno fallito nella loro vita coniugale. Si tratta, in genere, di persone che sono passate attraverso grandi sofferenze e che hanno vissuto situazioni drammatiche. Per loro si rivela a volte impossibile realizzare il progetto cristiano di matrimonio. La comunità è chiamata a manifestare nei loro confronti la tenerezza e la comprensione del Maestro che non ha spento il lucignolo fumigante né spezzato la canna incrinata (Is 42,3).
     Il quarto caso è quello del giuramento (vv. 33-37).
     Durante l'esilio a Babilonia gli israeliti avevano assimilato, fra le altre cattive abitudini, anche quella di giurare a sproposito. Arrivavano al punto di non fare più un'affermazione senza accompagnarla con qualche imprecazione. Per evitare di pronunciare il nome di Dio ricorrevano a formule meno impegnative: giuravano per il cielo, per il tempio, per la terra, per i loro genitori, per la loro testa. Un saggio del II secolo a. C. raccomandava: «Abitua la tua bocca a non giurare, abituati a non nominare il nome del Santo» (Sir 23,9).
     Gesù prende posizione contro quest'abitudine sconsiderata e lo fa con la sua solita radicalità: «Non giurare neppure... Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno» (vv. 33-37).  
     Non era tanto la profanazione del nome del Signore che lo preoccupava. Ci sono altri elementi che rendono inaccettabile un giuramento. Anzitutto esso presuppone una conce-zione pagana di Dio che è immaginato come un vendicatore, pronto a scagliare i suoi fulmini contro bugiardi e spergiuri; poi è il sintomo di una società in cui regnano la diffidenza, la sfiducia, la slealtà, il sospetto reciproci.
     Nella comunità dei discepoli di Gesù il giuramento è inconcepibile perché essa è costituita da persone dal «cuore puro» (Mt 5,8), guidate dallo spirito di verità (Gv 14,17; 16,13), che bandiscono dalla loro vita ogni menzogna - come raccomanda Paolo: «Deposta la menzogna, parlate ognuno al vostro prossimo secondo verità, poiché siamo mèmbri gli uni degli altri» (Ef 4,25; 1Pt 2,1).

Meditazione

     In queste prime domeniche del Tempo ordinario la liturgia ci sta facendo ascoltare quello che, a partire da sant'Agostino, siamo abituati a definire il Discorso della montagna, con il quale Gesù, nel Vangelo secondo Matteo, inaugura la sua proclamazione del Regno dei cieli. Ne abbiamo già ascoltato l'apertura, con l'annuncio sconvolgente delle beatitudini (IV Domenica), le quali consentono al discepolo di essere sale della terra e luce del mondo (V Domenica). In questa domenica entriamo in quella sezione del discorso solitamente chiamat a 'delle antitesi': «avete inteso che fu detto agli antichi... ma io vi dico...».
     La liturgia non può farci leggere il discorso di Gesù che in questo modo, sezionandolo in piccoli brani, con il rischio tuttavia di perdere il respiro unitario del testo, che ne consente anche la più piena comprensione. Forse vale la pena, più che commentare le singole affermazioni di Gesù, gettare anzitutto uno sguardo complessivo sul loro insieme, per comprendere meglio la prospettiva fondamentale della 'legge superiore', diversa da quella degli scribi e dei farisei, che Gesù propone al discepolo del Regno dei cieli (cfr. Mt 5,20). Diversa e superiore, eppure tale da non abolire neppure uno iota o un solo trattino della Legge di Mosè, ma da condurli al loro compimento (cfr. vv. 17-19). Suonano paradossali, se non contraddittorie, queste affermazioni di Gesù; ci aiutano però a intuire che la 'legge superiore' del discepolo non consiste tanto in un contenuto differente, ma in un atteggiamento di fondo - del 'cuore' si potrebbe dire - con il quale egli deve accogliere e vivere la parola di Dio rivelata nella Legge e nei Profeti, e che ora giunge a compimento in Gesù. Non un cuore preoccupato semplicemente della scrupolosa osservanza dei precetti, ma teso a cercare in ogni realtà e in ogni gesto della vita il volto del Padre e la relazione con lui. Ciò esige la conformazione a quel suo volere che si manifesta in un amore per tutti i suoi figli, tale da far sorgere «il suo sole sui cattivi e sui buoni», e da far «piovere sui giusti e sugli ingiusti» (5,44), come ascolteremo domenica prossima. Non si tratta di osservare diligentemente dei comandamenti, ma di lasciarsi istruire dalla parola di Gesù per diventare sempre più simili alla perfezione del Padre che è nei cieli, che consiste proprio nella qualità straordinaria del suo amore per tutti i suoi figli. La legge superiore di cui parla Gesù non è quella del servo, preoccupato con il suo agire di meritare la ricompensa del suo padrone, ma quella del figlio, grato di poter accogliere nella propria vita l'amore gratuito e preveniente del Padre. Ciò che fa non mira a conquistare un premio o a meritare un salario, ma ad accogliere e a far fruttificare in sé un dono che sempre lo precede. Quindi, non si tratta di fare cose diverse, ma di vivere con un cuore diverso.
     Tale è anche la sapienza di cui ci parla il libro del Siracide nella prima lettura, che consiste nel discernere la via della vita da quella della morte, ben sapendo che Dio «a nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare» (Sir 15,20), non perché sia un giudice inflessibile pronto a punire il trasgressore, ma perché è un Padre buono che desidera che ogni suo figlio viva, e viva un'esistenza libera e responsabile, da figlio appunto, non da servo né tantomeno da schiavo. Tale è anche la sapienza di cui scrive l'apostolo Paolo alla comunità di Corinto, riversata nei nostri cuori dallo Spirito, che ci
introduce nella profondità di Dio, in una comunione d'amore che trasforma la nostra vita, consentendole di accogliere tutto ciò che Dio ha preparato «per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).
     Gesù, dunque, non è venuto ad abolire, ma a dare compimento. Nella tradizione rabbinica 'compiere' o 'abolire' la Legge lo si dice in rapporto a tre atteggiamenti fondamentali: compie la Legge chi la interpreta bene, mentre la abolisce chi la interpreta male; compie la Legge chi le obbedisce, mentre la abolisce chi le disobbedisce; infine, compie la Legge chi fa più di quello che il precetto prescrive, mentre la abolisce chi fa meno.
     Questi tre atteggiamenti ricordati dalla tradizione rabbinica li ritroviamo tutti nel modo con cui Gesù si è rapportato alla Toràh di Mosè. Innanzitutto egli ha compiuto la Legge in quanto le ha obbedito integralmente: infatti, in lui si è realizzata pienamente la volontà salvifica di Dio, custodita e rivelata dalla Legge e dai Profeti. In secondo luogo Gesù ha compiuto la Legge in quanto ha indicato il di più che c'è in ogni precetto. Ha cioè interpretato ogni precetto con radicalità, risalendo sempre alla radice della volontà del Padre che in quel precetto si esprimeva. Questo atteggiamento emerge in modo limpido proprio nella sezione delle antitesi. Uccidere non è solamente togliere la vita a qualcuno. Anche adirarsi con lui, o insultarlo, o calunniarlo significa ucciderlo. Infatti, adirarsi o insultare il fratello ha proprio questo significato: esprime il desiderio che l'altro non ci sia.
     Questo esempio sulla prima antitesi relativa all'omicidio aiuta a comprendere anche un secondo modo con cui Gesù radicalizza la Legge: egli non solo risale alla radice della volontà di Dio, ma scende alla radice del cuore dell'uomo. La giustizia o l'ingiustizia non riguardano soltanto la sfera delle azioni, ma anche quella più profonda delle intenzioni e dei desideri del cuore. Uccido l'altro non soltanto quando lo elimino dalla faccia della terra, ma inizio già a ucciderlo quando lo espello dallo spazio del mio cuore; quando anche con una sola parola offensiva esprimo il desiderio che egli non esista o che almeno non abbia nulla a che fare con la mia vita.
     Infine, Gesù ha compiuto la Legge perché l'ha interpretata bene, indicando quale sia il suo giusto criterio ermeneutico: ricondurre tutti i numerosi precetti a un unico centro costituito dal primato dell'amore, fondato sulla stessa perfezione del Padre. Amore dunque radicato in un 'come': «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (5,48). Un 'come' che dice non imitazione, ma fondazione, secondo la logica che pervade l'intero discorso del monte: la relazione, o la comunione d'amore con il Padre, fonda e trasforma il nostro modo di essere e di agire.
     Diventa importante, allora, capire l'anima profonda di queste norme del Signore. È   un'anima contemplativa. [...] La novità introdotta da Gesù consiste soprattutto nello sguardo rivolto al Padre. La novità vera è la comunione di Gesù con l'amore del Padre, la conoscenza profonda che Gesù ha del Padre. Siamo qui nel cuore della morale cristiana che non è norma, precetto, legge, ma è comunione di vita, è Spirito Santo, come dice Paolo nella lettera ai Romani nel cap. 8: «La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù». Il cristiano è senza legge, purché abbia l'occhio rivolto verso Dio. Quando il cristiano, guidato dallo Spirito, è figlio; quando diventa sempre più figlio, allora non ha bisogno di legge, perché questo sguardo rivolto verso Dio gli permette di entrare in tutte le legislazioni di questo mondo per far emergere dal di dentro un cammino di amore che tende alla massimalità, a quella pienezza di amore che è stata svelata dallo sguardo di Dio.

Preghiere e racconti

“Scegli la vita”

«Io ti ho posto davanti la vita e la morte, / la benedizione e la maledizione; / scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza...» (Dt 30,19).
«Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, / non indugia nella via dei peccatori...» (Sal 1,1).
La strada della morte che il primo Salmo ci chiede di non imboccare la stiamo percorrendo, tutti quanti. La morte è diventata il pastore che seguiamo docilmente fino al suicidio universale che essa ci ha convinto a preparare con le nostre mani. E perché la sua opera sia perfetta, ci rende ciechi a quanto con esse costruiamo.
La strada della morte si riassume in poche cifre: due miliardi di uomini affamati sul pianeta, centinaia di milioni di uomini asserviti a regimi politici assassini, negatori di tutti i valori ai quali fingiamo di credere, alcune centinaia di milioni di vittime assassinate dalle guerre e dai conflitti dell'ultimo secolo.
La strada della vita si apre di fronte a noi, ma noi voltiamo la testa, rifiutandoci non solo di imboccarla, ma anche di prendere coscienza della sua esistenza. Di fronte ai pericoli del nostro tempo, la strada della vita apre all'uomo possibilità sino a ieri inimmaginabili di progresso della conoscenza, di approfondimento, libertà, liberazione e salvezza.
Quest'ordine ha cessato di essere un pio desiderio, per diventare la condizione certa della sopravvivenza dei mondi. Ciò determina la necessità di un risveglio spirituale che ci renda attenti alle realtà create dalla nostra scelta e dalla nostra speranza (...).
Nella lotta contro la bestia che cova in ogni uomo, la Bibbia, i Vangeli e il Corano, come i Veda dell'India o i testi che celebrano le Quattro Nobili Verità del buddhismo, levano per i credenti le loro armi spirituali di fronte agli strumenti di violenza e di morte della bestia.
Fin dalla nascita, ci troviamo di fronte a un mondo che non ammette l'indifferenza. Recitate il Decalogo in ebraico, in greco, in arabo o nelle 2170 lingue in cui le dieci Parole sono attualmente tradotte: incontrerete un mondo che richiede di fare una scelta fra la luce e le tenebre, fra la vita e la morte. Esistono infatti due vie e noi ne siamo avvisati: il mondo è diviso in due. Si impone quindi una scelta, che costituisce la necessità e il rischio di tale scissione. Quest'ultima esprime una realtà evidente: le tenebre e la luce si spartiscono l'universalità fisica e spirituale del reale.
Rileggiamo il Decalogo. Ognuna delle Dieci parole descrive il mondo della luce e dell'unità, dell'amore e della vita, opposto a quello della divisione, dell'idolatria, dell'assassinio, dell'adulterio, del furto, della menzogna e della bramosia, governati dalle tenebre e dalla morte. Mosè, insieme con Gesù e Muhammad, ci ordina: «Scegli dunque la vita, perché tu viva».
(A. Chouraqui, I Dieci Comandamenti).

Arik e la Torah

Arik mi ha indicato un alberello aggrappato a un palo di sostegno.
«Vedi, in noi - come negli alberi - c’è un naturale desiderio di salire, di innalzarci. Magari è sepolto sotto chili di scorie, ma esiste. È una sorta di nostalgia che dimora nella parte più profonda di ogni uomo. La vita però è complessa e piena di contrasti e noi, abbandonandoci unicamente al giudizio della nostra mente, rischiamo di sbagliare direzione, di venir abbagliati da qualche finto sole. Per questo esiste la Torah, è come il tutore di quel giovane albero, ci aiuta a salire dritti, ad andare incontro al cielo senza farci spezzare dalle tempeste di vento.»
(Susanna TAMARO, Ascolta la mia voce, Milano, Rizzoli, 2006, 192-193).

Invito alla preghiera

G Come può un giovane conservare pura la vita?
Mettendo in pratica le tue parole.

T Ti cerco con tutto il cuore:
fa' che non mi allontani dai tuoi comandamenti.
G Conservo nel mio cuore le tue istruzioni
e non sarò colpevole verso di te.

T  Ti rendo grazie, Signore,
perché mi insegni le tue leggi.

G  Le mie labbra vanno ripetendo
tutte le decisioni che hai preso.

T  Seguire i tuoi precetti mi dà gioia
come avere un'immensa ricchezza.

G  Voglio meditare i tuoi decreti,
non perdo mai di vista le tue vie.

T  Le tue leggi mi rendono felice,
non dimenticherò le tue parole.

G  Dona a me, tuo servo, la vita:
metterò in pratica le tue parole.

T  Aprimi gli occhi e contemplerò
i frutti stupendi della  tua legge.
(dal Salmo 119)






* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:
- Lezionario domenicale e festivo. Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.
- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004. 
- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.
- COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 91 (2010) 10,  71 pp.
- E. Bianchi et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.
- Fernando ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.   omenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:
- Lezionario domenicale e festivo. Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.
- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004. 
- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.
- COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 91 (2010) 10,  71 pp.
- E. Bianchi et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.
- Fernando ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.