domenica 20 maggio 2012

La missione degli Apostoli



Commento al Vangelo: Ascensione del Signore 2012 (Mc 16,15-20)

La missione degli apostoli

San Marco ricapitola in pochi versetti gli avvenimenti che si verifi-carono dopo la risurrezione, perché erano molto noti in mezzo ai fedeli, ai quali, prima di tutto, si annunciavano, predicando il Vangelo, a conferma della fede. Egli accenna all’apparizione fatta a Maria Maddalena, a quella che ebbero i discepoli di Emmaus, e a quella che ebbero gli apostoli, e conclude ricordando la missione che Gesù diede loro e la sua Ascensione al cielo; ma in questi pochi accenni quante mirabili scene sono sintetizzate, quante delicatezze del Cuore adorabile di Gesù e – bisogna pur dirlo –, quante ingratitudini da parte dei suoi discepoli! La morte do-lorosa di Gesù li aveva disorientati, ed essi avevano perso talmente la fede nel suo trionfo, da credere impossibile la risurrezione. Credettero vi-sionarie le pie donne tornate dal sepolcro, e stentarono a credere persino quando Gesù medesimo apparve ad essi. Anzi, le stesse testimonianze della risurrezione disorientarono talmente due di loro che pensarono di ri-tornarsene al loro villaggio di Emmaus, non avendo più speranza alcuna nelle promesse del Maestro divino.
È doloroso pensare tutto questo, ed è più doloroso constatare che il cuore umano è sempre duro di fronte alle amorose espansioni del Signore.
Si crede facilmente ai disseminatori di errori e di stoltezze, e si è sempre titubanti innanzi allo splendore dell’eterna Verità.
Eppure la fede è confermata da tali innumerevoli argomenti di luce che bisogna essere ciechi per non vederne l’importanza e la realtà. Non crediamo a favole più o meno dotte: crediamo alla verità, e camminiamo nella nostra povera valle, alla luce degli eterni splendori. La nostra fede ci fa cacciare veramente i demoni che infestano la vita presente, ci fa parlare il linguaggio del Cielo, ci fa vincere i vizi che come serpenti ci insidiano, ci libera dal veleno del male e ci rende forti e sani nelle vie del nostro pellegrinaggio. Credendo, noi abbiamo come meta gloriosa il Cielo, dove Gesù Cristo è asceso per prepararci la dimora della felicità eterna. Non siamo dunque duri di cuore, e ripetiamo spesso il nostro atto di fede al Signore, per essergli fedeli e vincere il mondo.

La fede vera
L’evangelizzazione delle nazioni non è terminata: continua e conti-nuerà fino al termine dei secoli; abbiamo tutti il dovere di cooperarvi con la preghiera e con l’azione, affinché il regno di Gesù Cristo si dilati, e si formi di tutte le genti un solo ovile sotto un solo Pastore. Ogni anima cri-stiana deve preoccuparsi della salvezza delle altre, perché è inconcepibile un cristiano ristretto nel suo egoismo. Il mondo è duro di cuore e non pre-sta fede a quelli che attestano la verità; ma noi dobbiamo vincere la sua durezza con la nostra fede e la nostra carità. Non basta per noi una fede superficiale, fatta più di una certa condiscendenza ad una tradizione na-zionale o familiare, anziché di profonda convinzione e adesione a Dio che rivela e alla Chiesa che ci illumina e ci guida: occorre una fede piena, capace di manifestazioni grandi e potenti e di frutti miracolosi di grazia.
Gesù Cristo enumerò alcuni miracoli esterni che sarebbero stati segni della fede viva: cacciare i demoni, parlare nuove lingue, prendere in mano i serpenti, e in generale trattare anche con gli animali nocivi senza averne danno, essere immuni dai veleni e guarire gl’infermi.
Questi miracoli avvennero veramente nei primi tempi della Chiesa, e avvengono nelle missioni, a conferma della verità, anche oggi; ma quando non c’è bisogno di questi segni impressionanti, la nostra fede dev’essere così grande, da produrli spiritualmente in noi e negli altri; la nostra fede dev’essere piena, e tale da ripudiare ogni suggestione diabolica.
Demoni sono gl’insidiatori della fede; demoni i falsi profeti, i falsi filosofi e i creatori di ideologie anticristiane; ora, questi demoni dobbiamo avere la forza di cacciarli, e se non lo facciamo è segno che crediamo poco.
Il mondo ha un linguaggio ignobile e, nella migliore ipotesi, tutto naturale e ristretto nella materia; noi dobbiamo parlare la lingua del Cielo, e mostrare, nelle parole più comuni della vita, la nostra spiritualità.
Non possiamo appartarci dal mondo nel quale viviamo, ma dobbia-mo passarvi senza riceverne nocumento, come chi maneggia i serpenti e non ne è morso, beve il veleno e non ne riceve danno.
Il mondo è pieno d’infermità corporali e spirituali, e noi dobbiamo curarle con la nostra fede che sboccia nella carità. Una fede senza carità è una fede paralitica o morta; i miracoli non sono solo quelli che fanno i santi per dono gratuito di Dio, ma sono anche quelli della carità. Un cuore che si espande per amore di Dio che consola che soccorre che muta un’anima abbrutita in un fiore del campo di Dio e un corpo dolorante in un’oasi di pace e di conforto mostra in sé una grande fecondità di fede, e glorifica la verità anche innanzi ai miscredenti. 
Don Dolindo Ruotolo

sabato 5 maggio 2012

L'unione dell'anima con Gesù Cristo

Commento al Vangelo: V Domenica di Pasqua 2012 (Gv 15,1-8)

L’unione dell’anima con Gesù Cristo

Gesù Cristo esortò gli apostoli ad alzarsi da tavola e andar via, come si accennò nel capitolo precedente, ma non uscirono immediatamente, perché dovettero rassettare la sala del banchetto. Mentre raccoglievano i residui della mensa, Gesù continuò il suo discorso con loro. Egli, che già si chiamò pane di vita (6,35) e si paragonò al granello di frumento (11,24), vedendo gli apostoli che toglievano i vasi del vino, o forse anche vedendo qualche tralcio disseccato di vite che poteva essere nella sala per attizzare il fuoco, esclamò: Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Gesù era il coltivatore divino della vigna novella che era venuto a piantare in mezzo al popolo eletto, ma in quel momento si era donato vivo e vero come Cibo e come Bevanda, ed era Egli stesso la vite che dava il frutto soave, e lo dava perché le anime, congiunte a Lui, avessero prodotto anch’esse il loro frutto, in Lui e per Lui. Dandosi sacramentalmente, Egli si era come moltiplicato e aveva promesso di darsi a tutti i suoi fedeli, unendoli a sé; era dunque, per l’Eucaristia, come una vite che doveva coprire dei suoi tralci tutto il mondo e i fedeli erano i suoi tralci, congiunti a Lui, per attingere da Lui il succo vitale e produrre il frutto. Il Padre suo, sotto questo aspetto, era il vignaiolo e il coltivatore di questa vite divina, poiché Egli aveva mandato il Figlio suo in terra perché, salvando le anime, le avesse congiunte a sé e le avesse rese come suoi tralci vivi e fecondi. Per mezzo dei Sacramenti, e soprattutto per l’Eucaristia, i fedeli, congiunti a Gesù Cristo come i tralci alla vite nel suo mistico Corpo, avrebbero attinto la sua vita e prodotto in Lui e per Lui frutti di eterna gloria.
L’espressione più bella della schiavitù d’amore al Re divino sta proprio nel paragone della vite e del tralcio, simbolo del Corpo mistico unito al suo capo in una dedizione piena che è in Lui legame d’amore e libertà piena da ogni vincolo di morte. Il tralcio non è libero quando è congiunto alla vite, perché la sua vitalità dipende da essa; ma questa dipendenza non è oppressione o mancanza di attività proprie, è invece espansione di vita, fioritura e produzione di frutto. Se il tralcio si stacca dal ceppo e pretende di vivere da sé, muore, è reietto, è schiavo del terreno in cui giace inerte, è schiavo di chi lo raccoglie per gettarlo nel fuoco ed è schiavo del fuoco medesimo che lo consuma. L’anima che si dona interamente a Gesù, senza restrizioni, rinuncia alla propria inerzia e, per la dolce schiavitù d’amore, è tutta vivificata da Lui. Essa, più che rinunciare alla propria libertà, dona a Lui l’intera libertà di elevarla e santificarla, e vive di una libertà divina, immensamente più vera e più bella della propria effimera libertà. Sta, infatti, nell’essenza della libertà, non tanto il potere di operare il male o di degradarsi, ma la possibilità di elevarsi in Dio senza restrizione, in una continua ascesa verso le vette della perfezione e della santità.
La libertà del male è un difetto della libertà non un vantaggio, com’è un difetto il servirsi di una tastiera libera di pianoforte per strimpellarvi note confuse e accordi stridenti.
Si è veramente liberi al pianoforte quando si è legati alla melodia e al ritmo, e quando vi si suona ogni specie di musica, senza esser costretto da un diaframma ad una sola suonata o, peggio, senza esser costretto dalla paralisi del braccio o delle dita a percuotere i tasti senza nesso alcuno.
Gesù Cristo è la vera vite, cioè è il vero centro della vita delle anime, congiunte a Lui nella Chiesa e per la Chiesa. Ora, come nella vigna l’agricoltore toglie via dalla vite quei tralci che non portano frutto e pota salutarmente quelli che ne portano poco, così Dio recide dal Corpo mistico del Redentore le anime che non portano frutto alcuno, perché non assorbono più la sua vita, e purifica con le tribolazioni, le prove e le tentazioni, le anime che danno con facilità corso alle proprie miserie, e si espandono nel mondo, come un povero tralcio che si allunga lontano dal tronco, si avvinghia agli sterili pali, e disperde tutto l’umore che dovrebbe farlo fiorire e fruttificare.

Se rimarrete in me e le mie parole rimarranno in voi,
qualunque cosa vorrete e la domanderete vi sarà concessa
Gesù, rivolto agli apostoli, disse che essi erano già mondi per la parola che aveva loro annunciato, perché i loro pensieri e la loro anima per quella parola di vita erano orientati a Dio. Tutto ciò che nell’antica Legge era simbolico e transitorio, era in loro già illuminato dalla realtà, e tutto quello che di arbitrario vi avevano frammischiato gli scribi e i farisei era stato illuminato, in loro, dalla luce della verità. Nel loro spirito Egli aveva come piantato il seme della carità e dell’universalità, di modo che non erano più isolati nella cerchia ristretta di una stirpe o di una nazione né erano presi dal disprezzo verso gli altri e dall’aborrimento verso i peccatori; aveva dato loro il nuovo precetto della carità perché avessero amato tutti, e li aveva designati ad un apostolato universale, per conquistare al suo Cuore tutto il mondo. Benché conservassero ancora le loro idee e le loro debolezze, la sua parola aveva determinato nell’anima loro un mutamento radicale che avrebbe portato il suo frutto, come lo porta un tralcio potato, al primo tepore della primavera. Non bastava, però, questo per portare il frutto che Egli voleva dal loro apostolato e dalla loro anima; essi dovevano rimanere in Lui e accoglierlo in loro, dovevano attingere la sua vita e cedere la propria, dovevano essere come tralci uniti alla vite feconda, poiché senza di Lui nulla di buono o di utile per la vita eterna potevano fare.
Evidentemente, Gesù parlava dell’unione eucaristica di Lui negli apostoli, e degli apostoli in Lui. Lo stesso paragone della vite e dei tralci vi aveva relazione, poiché Egli aveva loro dato, sotto le specie del vino, il suo medesimo Sangue, quasi vite divina che aveva donato il suo grappolo d’uva e il vino generoso che corrobora le forze. È impossibile portare un vero frutto di opere buone e di apostolato senza unirsi a Gesù Sacramentato e vivere di Lui e per Lui. È questo il grande segreto della santità personale e dell’evangelizzazione del mondo. Ma, per attingere la vita dall’Eucaristia, non basta semplicemente riceverla: occorre rimanere in Gesù, donandosi a Lui, e farlo rimanere nel proprio cuore, accogliendolo come Re dell’anima. Ora, non si può rimanere in Gesù senza donarsi né lo si può accogliere senza lasciargli la piena libertà di operare in noi, secondo i fini ineffabili del suo amore. Chi si comunica senza rinunciare a se stesso, ai suoi pensieri, alle sue idee, al mondo, allo spirito mondano e a tutto ciò che lo attrae alla terra rimane un tralcio sterile, è gettato via, inaridisce ed è buono solo per il fuoco eterno.
Per questo Gesù, dopo aver parlato dell’unione eucaristica con Lui, parla della necessità di custodire la sua parola: Se rimarrete in me e le mie parole rimarranno in voi, qualunque cosa vorrete, la domanderete e vi sarà concessa. Qualunque cosa vorrete, cioè qualunque frutto vorrete raccogliere dall’anima vostra, lo otterrete rimanendo in me nella Comunione eucaristica, e facendo rimanere in voi le mie parole, nell’unione ai miei pensieri e alla mia volontà. Questa duplice unione con Lui produce la vera ricchezza delle opere buone, rende l’anima vera sua discepola, e la rende glorificazione di Dio nella vita e nelle opere.
Anche in questo passo evangelico, Gesù non promette l’esaudimento di qualunque preghiera, ma l’esaudimento delle preghiere fatte per ottenere la santificazione dell’anima e il frutto dell’apostolato, per la gloria di Dio. Ci lamentiamo della nostra miseria e della nostra debolezza; eppure, se ci uniamo veramente a Gesù Sacramentato, rinnegando noi stessi, i nostri pensieri e la nostra volontà otterremo qualunque aiuto e potremo progredire nella via della santità e dell’apostolato, per la divina gloria, unica meta della nostra vita in terra
..Don Dolindo Ruotolo

domenica 29 aprile 2012

Gesù Buon Pastore


Commento al Vangelo: IV Domenica di Pasqua 2012 (Gv 10,11-18)
Don Dolindo Ruotolo
Il buon Pastore e il mercenario
Il Messia era stato caratterizzato dai profeti come il Pastore del suo popolo (cf Is 40,11; Ez 34,23; 37,24; Zc 13,7, ecc.), e Israele era stato chiamato gregge del Signore (cf Ez 34,5; Mic 7,14; Zc 10,3, ecc.). Gesù Cristo affermò solennemente che questi vaticini si erano avverati in Lui, proclamandosi pastore, anzi, buon pastore non solo del popolo ebreo ma di tutti gli altri che Egli avrebbe uniti al primo suo gregge, formandone un solo ovile sotto un solo pastore. Dal modo com’Egli parlò, traspare tutta la sua tenerezza verso le anime e, dal contrapposto che fece tra il buon pastore e il mercenario, tutto il dolore che provava non solo per i falsi pastori del popolo ebreo, ma per i pastori falsi e mercenari di tutti i secoli. Io sono il buon pastore esclamò –; era venuto per dare la vita e per darla abbondantemente, e la dava alle sue pecorelle non solo pascolandole, ma immolandosi per loro; perciò soggiunse: Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle e, secondo l’espressione del testo greco, dà la vita in prezzo di redenzione.
Egli era l’unico pastore che pascolando si offriva, e salvando dalla morte le sue pecorelle s’immolava per esse. Nell’Eucaristia donò se stesso, offrendosi al Padre e immolandosi incruentamente, e sulla croce s’immolò cruentamente. Per confermare e rendere vivo questo grande pensiero, Gesù Cristo ritornò alla similitudine dell’ovile e delle pecorelle, e disse: Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle; il mercenario, invece, è chi non è pastore, e al quale non appartengono le pecorelle; egli, quando vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo rapisce e le disperde. Il mercenario poi scappa perché è mercenario e non gl’importa delle pecorelle.
I pastori di pecore conducono una vita solitaria nei campi e l’unica loro compagnia sono quei placidi animali che conducono al pascolo. Essi li amano come loro proprietà, e quasi come parte della loro vita; la docilità che esse hanno ad ogni loro cenno ispira ad essi una grande tenerezza, e la loro debolezza di fronte ai pericoli li rende solleciti nel difenderle. Un gregge è come una famiglia di cui il pastore si sente il capo, e perché le pecorelle lo riconoscono e ne ascoltano la voce, egli se ne sente quasi padre, e non esita ad affrontare dei gravi pericoli per difenderle, soprattutto contro le insidie dei lupi. Nelle solenni solitudini dei campi non c’è forse una scena più soave e commovente come quella di un gregge che pascola, e del pastore che lo vigila. Raccolte a gruppi, brucano le erbe, corrono di qua e di là, si riposano, e il loro belare è come un’armonia serena che si disperde lontano nelle ampie solitudini verdi e tranquille.
Gesù Cristo non poteva scegliere una similitudine più bella per significare l’unione delle anime a Lui, e la sua infinita tenerezza nel pascolarle.
L’arte ha raccolto in mille modi questa soave parabola, e ne ha formato innumerevoli quadri, dai quali traspare sempre la tranquilla pace delle anime che sono condotte ai pascoli da Gesù, e il suo infinito amore nel pascolarle. Egli è il buon Pastore, e le anime per essere guidate da Lui debbono essere docili, semplici, silenziose e affettuose come pecorelle. Egli le ama, le guida, le difende, le nutre e dà la vita per loro, Vittima perenne di redenzione e di amore sugli altari. È questa la sua sublime regalità, tanto diversa da quella dei reggitori di popoli, solleciti della loro gloria e del loro tornaconto. È questa la sua amorosa paternità per le anime, tanto diversa da quella di coloro che le reggono come mercenari, e che al primo pericolo che le minaccia fuggono e le lasciano in balia di quelli che le uccidono. Un pastore mercenario non ama le pecorelle, ma la paga che guadagna per il servizio che presta; il gregge anzi, gli è di fastidio, perché rappresenta il peso della sua giornata e, quando si trova di fronte ai lupi che lo assalgono, fugge per mettersi in salvo, non avendo nessun interesse a salvare le pecorelle.
Tali erano i pastori d’Israele, e tali sono i pastori degeneri che riguardano il ministero come un’occupazione qualunque e una fonte di guadagno. Non parliamo, poi, dei cosiddetti protestanti e di quelli di altre sette, i quali non solo sono mercenari, pagati per strappare le anime alla Chiesa, ma sono falsi pastori, ladri e assassini che non entrano nell’ovile per la porta, non hanno alcun mandato di reggere le anime e rappresentano essi medesimi i lupi rapaci che le uccidono e le disperdono.
Dopo aver detto che Egli è il buon pastore perché dà la vita per le pecorelle, Gesù Cristo soggiunge che Egli ha tanta premura per le sue pecorelle che le conosce ad una ad una, si comunica loro, ed esse lo conoscono. Come il Padre, conoscendo se stesso, genera il Figlio e gli comunica la vita infinita, e come il Figlio conosce il Padre, dandogli una lode infinita, così Gesù Cristo conosce le sue pecorelle, vivificandole ad una ad una, come se fosse tutto e solo per ciascuna, e dà la vita per loro, ad una ad una, di modo che ogni sua pecorella ottiene in pieno il frutto e i benefici della redenzione. Le pecorelle, poi, vivificate da Lui, lo amano perché lo conoscono e lo glorificano. C’è dunque, tra Gesù buon pastore e le sue pecorelle, un’unione d’amore che Gesù stesso paragona all’unione del Padre con Lui Verbo eterno. Egli dona loro la vita, ed esse lo glorificano e lo amano; Egli le cura singolarmente, una ad una, ed esse lo amano d’amore singolare.
Gesù parlava agli Ebrei, ed essi avrebbero potuto capire che essi solo erano i privilegiati, eletti per essere il suo ovile, e per averlo come Pastore; Egli, invece, doveva chiamare al suo Cuore tutte le genti della terra, e perciò soggiunse: Ho altre pecorelle che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io conduca; esse ascolteranno la mia voce, e si farà un solo ovile e un solo pastore. Egli chiamò i pagani alla fede, e alla fine dei tempi chiamerà alla Chiesa gli Ebrei dispersi, formando così di tutte le nazioni un solo ovile sotto un solo pastore, il Papa. Dopo un periodo di apostasia generale, Gesù, con l’effusione di nuove grazie, chiamerà tutti i popoli al suo Cuore, e Israele finalmente conoscerà la sua voce, lo crederà come Messia e Redentore, si unirà alla Chiesa Cattolica, e si formerà così un solo ovile di tutte le genti, in una grande glorificazione di Dio su tutti i cuori. Questa glorificazione sarà frutto del Sacrificio della croce, e del rinnovarsi di questo Sacrificio nell’Eucaristia, e il Sacrificio si realizzerà perché Gesù si offrirà completamente alla divina volontà, dando la vita sulla croce, riprendendola nella risurrezione, e rinnovandone, poi, l’offerta sugli altari. Per questo Gesù soggiunse: Il Padre mi ama perché io do la vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma io la dono da me stesso, e ho il potere di darla e il potere di prenderla di nuovo. Questo comandamento ho avuto dal Padre mio.
         Ai pastori d’Israele che lo perseguitavano in nome della loro autorità, Gesù, dunque, annuncerà che Egli solo era il buon pastore, e che la loro autorità era tramontata. Ad essi, che avevano congiurato di ucciderlo, dichiarò che sarebbe morto solo per propria elezione, e che questo era conforme al piano della divina volontà. Annunciò la costituzione del nuovo suo ovile, formato dalle genti tutte della terra, e abbatté così, per sempre, le barriere che avevano separato Israele dagli altri popoli. Egli, prendendo la croce, avrebbe preso in mano lo scettro della sua regalità e il vincastro del suo pastorale ministero d’amore, portando al pascolo le sue pecorelle

sabato 21 aprile 2012

I discepoli di Emmaus


Commento al Vangelo: III Domenica di Pasqua 2012 (Lc 24,35-48)
Don Dolindo Ruotolo
Gesù appare agli apostoli
Rimessisi un po’ dall’emozione, i due discepoli raccontarono quanto era loro accaduto per strada e come avevano riconosciuto Gesù nella frazione del pane. Forse il loro racconto cominciò a suscitare diffidenze, come avviene spesso quando si riferisce a gente incredula un fatto soprannaturale, quando Gesù, improvvisamente, stando chiusa la porta entrò in mezzo a loro ed più soggetto esclamò: La pace sia con voi; sono io, non temete. Il suo Corpo glorioso, non alle leggi della materia, non conosceva ostacoli, e molto più di quel che non faccia un’onda elettrica, passò attraverso le mura e la porta. I congregati, già impressionati da quello che ascoltavano dai discepoli di Emmaus, ne furono turbati e atterriti, credendo di vedere uno spirito.
Se avessero creduto a quello che dicevano i discepoli, non avrebbero supposto di trovarsi di fronte ad un fantasma. Gesù, con una grande amorevolezza, per toglierli dall’angustia, soggiunse: Perché vi turbate, e quali pensieri sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io; palpatemi e guardate, perché lo spirito non ha carne ed ossa come vedete che ho io. Detto questo, mostrò loro le mani e i piedi e li fece toccare loro, ma essi non crederono ancora, benché avessero il cuore pieno di gioia al divino contatto.
Questo ci fa vedere in quale stato di miscredenza ancora si trovassero e quanto fitte fossero le tenebre del loro spirito. Toccavano con mano, vedevano con gli occhi e non credevano. È terribile! Erano più increduli dello stesso san Tommaso, la cui mancanza di fede è diventata proverbiale; il loro intelletto era oscurato completamente, poiché rimaneva in loro ancora l’idea che il Maestro non avesse potuto risorgere.
Così fanno i miscredenti per partito preso: dicono di voler tutto osservare e controllare e, quando toccano con mano la verità, neppure credono, perché il loro cuore è guasto e annebbiato. Non cercano il motivo della credibilità ma quello della miscredenza, e non cedono di fronte all’evidenza, rinnegando praticamente lo stesso positivismo balordo per il quale dicono di non credere. Se si umiliassero e riconoscessero la loro ignoranza, riavrebbero la luce della verità e quella della fede, ma sono ostinati e non vogliono credere.
Di fronte all’ostinazione degli apostoli Gesù, lungi dall’abbandonarli come avrebbero meritato, ricorse ad un altro espediente: Essi erano fuori di loro per la gioia, come dice il Sacro Testo; non credevano ai loro occhi e al loro tatto, non per ostinazione di malizia, ma per la stessa sorpresa di ciò che vedevano; erano come fuori della realtà della vita, e non sapevano trarre la logica conseguenza di quello che vedevano; perciò Gesù, richiamandoli alla realtà e distraendoli da quello stupore che impediva loro di riflettere, esclamò: Avete qui qualche cosa da mangiare? Ed essi gli presentarono un pezzo di pesce arrostito e un favo di miele; Gesù ne mangiò alla loro presenza, e quello che avanzò lo diede loro perché ne avessero mangiato e l’avessero mostrato agli altri come testimonianza della sua risurrezione.
Gesù Cristo, avendo un corpo reale poteva mangiare, benché fosse glorioso. Il cibo penetrò veramente nello stomaco, e si mutò interamente in sua sostanza, senza bisogno di digestione. Egli si degnò di partecipare alla nostra vita per santificarla e, mentre prima della Passione aveva mangiato la Pasqua con le erbe amare, simbolo del pellegrinaggio terreno, dopo la risurrezione mangiò il favo di miele, simbolo delle dolcezze della gloria eterna.
Nella Cena, mangiò l’Agnello pasquale, figura di Lui stesso immolato, e dopo la risurrezione mangiò il pesce arrostito, simbolo del suo amore eucaristico; l’agnello vive nella terra, simbolo dell’anima pellegrina, e il pesce nel mare, simbolo dell’anima beata dell’immensità della gloria di Dio, nella quale è come sommersa per l’eterna beatitudine.
Di fronte all’evidenza di veder consumato il cibo che gli avevano dato, gli apostoli crederono, come appare chiaramente dal colloquio che Gesù ebbe con loro; ma nel loro spirito c’erano ancora delle tenebre sulla sua Passione e Morte, ed Egli le dissipò, richiamando la loro attenzione sul compimento delle profezie che lo riguardavano, da Lui già annunciate loro prima di patire. E perché avessero potuto intendere appieno quanto di Lui era stato scritto nella Legge di Mosè, nei profeti e nei salmi, cioè in tutta la Scrittura, ne comunicò loro l’intelligenza con una grazia particolare, perché avessero potuto intenderle e insegnarle agli altri, evangelizzando tutte le genti.
San Luca sintetizza, in queste poche parole, le raccomandazioni e le istruzioni che Gesù Cristo fece agli apostoli nei quaranta giorni nei quali rimase con loro, prima di congedarsi definitivamente e ascendere al cielo. Fu in questi trattenimenti che Egli promise lo Spirito Santo, e li esortò a trattenersi in Gerusalemme, per prepararsi a quella grande grazia che doveva trasformarli in messaggeri di misericordia, di perdono e di pace per tutta la terra.
Alla fine dei quaranta giorni, li condusse prima a Betania, per congedarsi da Marta, da Maria e da Lazzaro, e poi di là sul monte Oliveto, dove li benedisse e, sollevatosi verso il cielo, sparì dai loro occhi, assunto nella gloria.
Fu quella l’ultima e definitiva prova che diede della sua divinità, e per questo gli apostoli e quelli che erano con loro lo adorarono, riconoscendolo pienamente Figlio di Dio.
         Ritornarono poi a Gerusalemme pieni di gaudio, per le grazie ricevute, delle quali, ora, valutavano tutta la magnificenza, e stavano nel tempio continuamente, lodandone e benedicendone Dio. Essi, infatti, si svegliarono come da un sonno e, accorgendosi di non aver apprezzato abbastanza gli immensi doni ricevuti da Dio, cercarono di riparare alla loro manchevolezza, andando a ringraziarlo continuamente nel tempio.

mercoledì 18 aprile 2012

C'è vita dopo la morte?

C’è vita dopo la morte?



Domanda: "C’è vita dopo la morte?"

Risposta: C’è vita dopo la morte? La Bibbia ci dice: “L’uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed è sazio d’affanni. Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ ombra, e non dura. […] Se l’uomo muore, può egli tornare in vita?” (Giobbe 14:1-2, 14).

Come Giobbe, quasi tutti noi siamo stati sfidati da questa domanda. Esattamente, che cosa ci succede dopo la morte? Smettiamo semplicemente di esistere? La vita è una porta girevole di partenza e ritorno alla terra per raggiungere la grandezza personale? Vanno tutti nello stesso posto o andiamo in luoghi diversi? Ci sono davvero un cielo e un inferno o si tratta semplicemente di uno stato d’animo?

La Bibbia ci dice che non solo c’è vita dopo la morte, ma una vita eterna talmente gloriosa da essere stato scritto: “Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano” (1 Corinzi 2:9). Gesù Cristo, Dio manifestato in carne, è venuto sulla terra per darci questo dono della vita eterna: “Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti” (Isaia 53:5).

Gesù subì il castigo che merita ognuno di noi e sacrificò la Sua stessa vita. Tre giorni dopo, mostrò di essere vittorioso sulla morte risuscitando dal sepolcro, nello Spirito e nella carne. Rimase sulla terra per quaranta giorni e fu testimoniato da migliaia di persone prima di ascendere alla Sua dimora eterna in cielo. Romani 4:25 dice: “[Gesù] è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.

La risurrezione di Cristo fu un evento ben documentato. L’apostolo Paolo sfidò le persone a interrogare i testimoni oculari per la sua validità, e nessuno fu in grado di contestarne la veracità. La risurrezione è la pietra angolare della fede cristiana. Poiché Cristo fu risuscitato dai morti, anche noi possiamo credere che lo saremo.

Paolo ammonì alcuni primi cristiani che non credevano in questo: “Ora se si predica che Cristo è stato risuscitato dai morti, come mai alcuni tra voi dicono che non c’è risurrezione dei morti? Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato” (1 Corinzi 15:12-13).

Cristo fu solo la primizia di coloro che saranno risuscitati a nuova vita. La morte fisica venne mediante un uomo, Adamo, al quale siamo collegati tutti. Ma a tutti coloro che sono stati adottati nella famiglia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo sarà data nuova vita (1 Corinzi 15:20-22). Così come Dio risuscitò il corpo di Gesù, così i nostri corpi verranno risuscitati al ritorno di Gesù (1 Corinzi 6:14).

Anche se alla fine saremo tutti risuscitati, non tutti andremo in cielo. Dev’essere fatta una scelta da ogni persona in questa vita per stabilire dove andrà per l’eternità. La Bibbia dice che è stabilito per noi che moriamo una sola volta, dopo di che viene il giudizio (Ebrei 9:27). Quanti sono stati resi giusti andranno nella vita eterna in cielo, ma i non credenti saranno mandati al castigo eterno o inferno (Matteo 25:46).

L’inferno, come il cielo, non è solo una condizione esistenziale, ma un luogo letterale e assai reale. È un posto in cui gli ingiusti sperimenteranno l’ira eterna e infinita di Dio. Essi sopporteranno un tormento emotivo, mentale e fisico, soffrendo consapevolmente vergogna, rimpianto e disprezzo.

L’inferno è descritto come un abisso (Luca 8:31; Apocalisse 9:1) e uno stagno di fuoco, che brucia con zolfo, dove i suoi abitanti saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli (Apocalisse 20:10). Nell’inferno ci saranno pianto e stridore di denti, stando a indicare angoscia e rabbia (Matteo 13:42). È un luogo “dove il verme loro non muore e il fuoco non si spegne” (Marco 9:48). Dio non si compiace della morte dei malvagi, ma desidera che si ravvedano delle loro vie malvagie affinché possano vivere (Ezechiele 33:11). Però Egli non ci costringerà a sottometterci; se scegliamo di respingerLo, Egli non ha altra scelta che darci quanto vogliamo: vivere senza di Lui. 

La vita su questa terra è una prova: una preparazione a ciò che verrà. Per i credenti, questa è la vita eterna nell’immediata presenza di Dio. Pertanto, in che modo siamo resi giusti e messi in grado di ricevere questa vita eterna? Esiste solo un modo: attraverso la fede e la fiducia nel Figlio di Dio, Gesù Cristo. Gesù ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai” (Giovanni 11:25-26). 

Il dono gratuito della vita eterna è a disposizione di tutti, ma esige che neghiamo a noi stessi alcuni piaceri mondani e che ci sacrifichiamo a Dio: “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui” (Giovanni 3:36). Dopo la morte, non ci sarà data l’opportunità di ravvederci dei nostri peccati, perché, una volta che vedremo Dio faccia a faccia, non potremo fare a meno di credere in Lui. Egli vuole che andiamo a Lui con fede e amore adesso. Se accettiamo la morte di Gesù Cristo come il pagamento per la nostra ribellione peccaminosa contro Dio, ci viene garantita non solo una vita significativa sulla terra, ma anche la vita eterna nella presenza di Cristo.

Se vuoi accettare Gesù Cristo come tuo Salvatore, ecco un esempio di preghiera. Ricorda: dire questa o qualunque altra preghiera non ti salverà. È solo affidarti a Cristo che può salvarti dal tuo peccato. Questa preghiera è semplicemente un modo per esprimere a Dio la tua fede in Lui e per ringraziarLo di aver provveduto alla tua salvezza. "Signore, so di aver peccato contro di Te e di meritare il castigo. Però Gesù ha preso il castigo che meritavo io, in modo che attraverso la fede in Lui io potessi essere perdonato/a. Rinuncio al mio peccato e metto la mia fiducia in Te per la salvezza. Grazie per la Tua meravigliosa grazia e per il Tuo meraviglioso perdono: grazie per il dono della vita eterna! Amen!"

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Padre Antonio Gerron