domenica 7 dicembre 2014

Il grande momento dell'Incarnazione del Verbo

Commento al Vangelo
Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (Lc 1,26-38)

Il grande momento dell’Incarnazione del Verbo
          In un’umile borgata, celebre non per grandezza ma per il disprezzo proverbiale nel quale era tenuta, viveva un’umile verginella, sposata ad un umile falegname. Quando si voleva dare un appellativo di disprezzo, si diceva: È stolto come uno di Nazaret, e quella borgata era così umiliata che non si credeva potesse dare i natali a qualche cosa di buono. Il Signore, che deride le vedute umane e che si compiace dell’umiltà, volle scegliere proprio questa borgata come luogo per incarnarsi. Come Egli adagia la fava nel morbido baccello e manda la rugiada fecondante nella notte, così volle riposare nell’umiltà, e discendere in un luogo di sommo nascondimento agli uomini.

La Verginella di Nazaret
          L’umiltà attrasse Dio sulla terra, poiché la Verginella da Lui scelta come suo tabernacolo vivente era la più umile di tutte le creature. Maria, della discendenza di Davide, di stirpe regale; era, in realtà, sconosciuta a tutti, e viveva come umile persona del popolo nelle modeste condizioni di una vita di lavoro. Si era tutta consacrata al Signore, fin dalla piccola età, nel tempio, e gli aveva offerto la sua verginità immacolata; ma chi aveva cura di Lei l’aveva voluta sposare ad un uomo della stessa casa di Davide, Giuseppe e, come si usava in quei tempi, aveva contrattato il matrimonio a sua insaputa. Ella aveva obbedito, fiduciosa di conservare intatto il suo giglio poiché, l’uomo al quale era stata legata, era di straordinaria virtù. Può supporsi che gliene avesse parlato; ma forse, con maggiore probabilità, si era interamente affidata al Signore, aspettando da Lui la guida nel suo misterioso cammino. Nella sua profonda intuizione della divina volontà, aveva capito che Dio aveva un fine in quel casto connubio, e si era acquietata, confidando in Lui. Questo non è una pia supposizione, ma può dedursi dal suo atteggiamento verso san Giuseppe, dopo l’Incarnazione del Verbo, poiché, come vedremo, Ella non gli svelò il mistero, ma attese che Dio glielo avesse svelato.
          La purezza dell’umile Verginella era ineffabile. Nessuno ha potuto scrutarne a fondo il mistero, poiché era una purezza completa.
           

La preghiera di Maria

          Maria pregava. Noi non conosciamo il mistero di quelle preghiere che attrassero in terra il Verbo di Dio, ma possiamo arguirlo dal contesto del Vangelo: l’angelo la salutò piena di grazia: fu questa la sua sorpresa, per così dire, nel vederla, perché la grazia rifulgeva in Lei più splendida; dunque, era inabissata in profonda umiltà, poiché sta scritto che Dio dà la grazia agli umili. L’angelo disse: Il Signore è con te; dunque, era in tanta unione di contemplazione da essere in familiarità intima col Signore, e da ospitarlo in pieno nel santuario del proprio Cuore. L’angelo la chiamò con un superlativo ebraico benedetta fra le donne, ossia più benedetta di tutte le donne; dunque, Ella implorava dal Signore la grande benedizione per l’umanità, e sospirava alla Benedetta che avrebbe dovuto generare il Messia; in quel momento era proprio Lei la Benedetta, e rifulgeva fra le donne per la verginale fecondità che stava per renderla Madre di Dio. Donna, presso gli Ebrei, era quasi sinonimo di maternità, e Maria doveva elevarsi come donna fra tutte le creature, mirabile miracolo di fecondità vergine.

Quand’ecco giunse un angelo di Dio

          Quand’ecco una gran luce invase la stanzetta e la fece trasalire. In quella luce splendeva più fulgido un angelo di Dio.
          Maria non si turbò e non temette, perché era abituata alla compagnia degli angeli; ma si accorse che quel celeste messaggero non era come gli altri, in quel momento. Non aveva un aspetto di maestà, ma sembrava prostrato in riverente ossequio; rifulgeva di luce più grande, poiché portava il più grande messaggio che sia stato mai portato dal Cielo in terra; ma la sua grandezza era velata dall’umiltà.
          Sostò per un momento, si curvò e, ammirando il capolavoro di Dio, esclamò: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te; benedetta tu fra le donne. E si fermò adorando Dio che l’aveva fatta così bella, poiché in Lei vedeva i riflessi più luminosi dell’infinita santità.
          Maria, l’umilissima Maria si sentiva salutata con parole grandi che per Lei erano incomprensibili; allora si turbò perché quelle parole non avevano eco nel suo Cuore, abituato ad impiccolirsi; erano come un linguaggio sconosciuto per Lei, e pensò che cosa potessero significare. Non sospettò che fossero un elogio, ma temette che fossero un rimprovero, un segno dello scontento di Dio. Si rileva chiaramente da ciò che l’angelo soggiunse: Non temere, perché hai trovato grazia innanzi a Dio.
          Si direbbe: è la psicologia delle anime veramente umili; esse si turbano negli elogi, perché sembrano loro un assurdo, e li riguardano come un traviamento del loro cuore, perché ad esse sembrano che manomettano la gloria di Dio.
          Maria non si turbò nella visione dell’angelo, come suppongono alcuni, ma nelle sue parole come dice esplicitamente il Sacro Testo – e, non sapendone intendere il significato, come chi ascolta una lingua sconosciuta, mostrò fino a qual punto giungeva la sua umiltà! Fu in quel momento di abbassamento interiore che l’angelo la preconizzò Madre di Dio: Ecco, concepirai nel tuo seno un figlio e lo chiamerai Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo. Il Signore gli darà la sede di Davide, suo padre, e regnerà in eterno nella casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà mai fine. L’angelo disse: Concepirai nel tuo seno e partorirai; dunque, doveva diventare veramente madre; doveva dare nome al suo Figlio Gesù, Salvatore; dunque si compivano i vaticini che annunciarono la salvezza d’Israele e del mondo; il Figlio sarebbe chiamato Figlio dell’Altissimo; e quindi Ella sarebbe stata la Madre di Dio. Avrebbe avuto il regno di Davide in eterno, il vero regno promesso al santo re, il regno della grazia e dell’amore che sarebbe durato in eterno.
          Maria rimase pensosa. Ella era sposata a san Giuseppe; aveva promesso a Dio il fiore verginale, e sapeva che l’aveva promesso anche Giuseppe; che cosa doveva fare? Desiderosa solo di compiere la divina volontà voleva sapere come doveva compierla. Maria, in quel momento, fece un atto di virtù più grande di quello di Abramo e, invece di mostrarsi pronta a immolare il proprio figlio, si mostrò pronta anche a rinunciare alla sua verginale integrità, se così a Dio fosse piaciuto. Non è esatto supporre e dire che Maria avrebbe rinunciato alla divina Maternità per non rinunciare alla verginità; questo non sembrerebbe consono alla piena sottomissione di Maria al volere di Dio. La Vergine espose solo la sua particolare condizione, e implicitamente quella di san Giuseppe: Ella non conosceva uomo e, dato il suo voto, non poteva conoscerlo se Dio l’avesse voluto, Ella aveva uno sposo vergine che per la sua consacrazione apparteneva a Dio solo; come sarebbe avvenuta la concezione? Ella non poteva rompere il legame che san Giuseppe aveva stretto con Dio, e domandava come sarebbe potuto avvenire il concepimento. Ma l’angelo subito la rassicurò; Ella avrebbe concepito per opera dello Spirito Santo, e la sua verginità, come quella di san Giuseppe, sarebbe rimasta integra.
          Le parole dell’angelo non furono una semplice affermazione, furono una gran luce, poiché egli parlava in nome di Dio. Nessuno può capire con quale amoroso rispetto un angelo pronuncia il Nome di Dio, dal quale tutto riceve e nel quale si bea. Gabriele, nel nominare lo Spirito Santo, rifulse d’amore, fruendo dell’eterno Amore e, nell’accennare alla virtù dell’Altissimo, mostrò nel suo volto il suo riverente timore per l’onnipotenza divina. Era fulgido d’amore e prono in adorazione talmente profonda, da far apprezzare l’infinita distanza che sussiste tra la potenza della creatura e quella del Creatore. Maria in quel momento contemplò la potenza di Dio e vi si abbandonò con un atto di fede illimitata. Non aveva bisogno di sapere altro, non aveva bisogno di scrutare, non volle pensare alle conseguenze esterne di una sua concezione miracolosa; curvò l’intelletto e credé, piegò la volontà e si donò, aprì il cuore e amò d’intenso amore Dio.
            L’angelo soggiunse che anche Elisabetta, benché sterile, aveva miracolosamente concepito un figlio, e stava già al sesto mese, perché niente era impossibile a Dio. Era questa la prova umana che dava alla ragione di Maria, perché Dio, nelle sue grandi opere e nelle sue rivelazioni, ha sempre un riguardo delicato per la ragione umana. La fede piena in Lui è in tal modo sostenuta, ed ha una maggiore facilità nel suo slancio. La luce, nella ragione, è come la spinta della catapulta all’aeroplano che deve spingersi al volo senza motore, e lo lancia d’un colpo nell’azzurro del cielo. 
Don dolindo Ruotolo

sabato 6 dicembre 2014

La voce del deserto



Commento al Vangelo – II Domenica di Avvento 2014 B
                                          (Mc 1,1-8)

La voce del deserto
  San Marco comincia enfaticamente il suo Vangelo così: Inizio del Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio, cioè principio della buona novella diffusa da Gesù Cristo che, oltre ad essere vero uomo e ad abitare fra noi, era vero Figlio di Dio e veniva dal cielo.
  Dicendo: Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, è evidente che l’evangelista intende fermarsi solo sugli anni dell’apostolato pubblico del Redentore, quando Egli cominciò a propagare la buona novella, ossia l’annuncio del regno di Dio; di conseguenza, queste prime parole non si riferiscono al libro, quasi fosse il suo titolo, ma al ministero del Redentore. Questo ministero fu preparato dal Battista, il quale compì il vaticinio di Isaia e di Malachia, cui l’evangelista accenna, nominando solo Isaia, perché nella profezia è attratto soprattutto dall’annuncio della voce che grida.
  San Giovanni era, infatti, l’angelo mandato da Dio a preparare le vie del Redentore, come predisse Malachia (3,1), ma era soprattutto una voce potente che gridava nel mondo, annunciando la liberazione, come predisse Isaia (40,3-5).
  La citazione delle parole di Malachia servono all’evangelista per indicare che la voce che gridava era quella dell’inviato di Dio, ed egli le fa sue per dire che la preparazione dell’inviato di Dio era fatto con la voce, cioè con la potenza della predicazione. San Giovanni, infatti, reso magro dalla penitenza, rivestito di una rozza tunica di peli di cammello, con una cintura di cuoio, comparso quasi improvvisamente dal deserto quasi fosse uno spettro, aveva una voce potente nell’esortare, e poteva chiamarsi quasi tutto una voce. Non si scorgeva quasi più in lui l’uomo, non attraeva l’attenzione la sua figura, stecchita dalle privazioni; si ascoltava la voce, si era dominati dalla voce, si sentiva il bisogno di obbedire a quella voce.

L’invito alla penitenza
  Preparate la via del Signore, e raddrizzate i suoi sentieri: ecco il programma della missione del Battista ed ecco quello che egli insinuava nel cuore di tutti; preparava la via con l’annuncio del regno di Dio, e raddrizzava i sentieri delle anime col battesimo della penitenza. San Giovanni, anche materialmente, lavorò a preparare la via del Signore – come ci dice la Tradizione –, migliorando i sentieri più impervi per i quali doveva passare un giorno il Redentore; ma la sua occupazione principale fu quella di liberare le anime dagli sterpi della sensualità e dell’orgoglio, per rendere in loro più agevole il passaggio della misericordia e della grazia.
  Egli attraeva le anime con la semplice voce della sua penitenza e della sua predicazione, senza operare miracoli; rinnovava le gesta degli antichi profeti che, mancando da circa 400 anni, sembrava non dovessero comparire più nella terra promessa. Benché non operasse miracoli, lo seguiva tanta folla da potersi dire che tutta la Giudea e Gerusalemme gli andassero dietro, confessando i propri peccati, umiliandosi e cercando come purificazione il battesimo della penitenza.
  San Giovanni rappresentava il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, dalla Legge della giustizia a quella della grazia, dalla schiavitù alla libertà dello spirito, e ricorse al battesimo quasi per simboleggiare o ricordare il passaggio del Mar Rosso, ed eccitare nelle anime il desiderio della liberazione dalla schiavitù del peccato. L’atto d’umiltà col quale il popolo si faceva battezzare, poi, fiaccava l’orgoglio, e la confessione pubblica delle colpe, accompagnata dal pentimento, gli faceva concepire il desiderio di non commetterle più. Tutto questo era una preparazione bellissima al regno di Dio.
  Eccitando le anime alla penitenza, Giovanni annunciava Colui che doveva tra non molto manifestarsi con tale potenza e maestà che egli si dichiarava indegno pur di sciogliergli, prostrato, i legacci dei calzari. La sua missione perciò era passeggera ed egli, anche per questo, poteva chiamarsi una voce.
  Senza dare alla propria missione un valore assoluto o definitivo, Giovanni diceva chiaramente che al suo battesimo, semplice simbolo di penitenza, sarebbe succeduto il Battesimo vero del Redentore, potente mezzo di redenzione e di santificazione per la grazia dello Spirito Santo. Egli battezzava immergendo nell’acqua, il Redentore avrebbe battezzato immergendo l’anima nella grazia; egli disponeva il cuore, il Redentore lo doveva mutare in creatura nuova, rigenerandolo; egli, perciò, confessava la propria inferiorità di fronte a Lui, anzi la propria nullità, umiliandosi profondamente.

L’esempio di una vita santa
  Anche nella via dello spirito, Dio ci fa sentire la voce che grida nel nostro cuore, esortandoci a mutare vita. La conversione è sempre preceduta da una voce interna che chiama, e spesso anche da una voce esterna che rimprovera, esorta o incoraggia. Questa voce può essere quella dell’apostolato o quella della tribolazione, o può essere l’esortazione di un amico sincero, o la voce potente del dolore.
  Chi chiama le anime alla conversione, non può vestirsi, per così dire, di apparenze pompose di oratoria; la sua parola dev’essere semplice e quasi nuda, come era san Giovanni, rivestito della sua rude tunica. Non basta, poi, parlare, bisogna mostrare l’esempio di una vita santa, perché esso trae a Dio più di qualunque esortazione; l’anima dev’essere come immersa in questo primo battesimo spirituale, dev’essere trasportata in un ambiente di vita diverso dal suo, deve respirare l’aria pura della pietà e della bontà.
  Chi chiama le anime alla conversione deve umiliarsi profondamente, come faceva san Giovanni; la presunzione, l’orgoglio, la pretesa d’imporsi con l’irruenza del carattere, e tutte le risorse umane, sono ostacolo alla conversione di un’anima. È necessario persuadersi che il cuore umano ha una resistenza terribile e che è immensamente arduo conquiderlo, fosse pure il cuore di un bambino. Tutte le ricercatezze dell’oratoria e tutte le industrie dell’insinuazione falliscono dinanzi ad un cuore che resiste alla grazia; quello che non fallisce è la preghiera, la penitenza, la carità e la vita santa.
  Gridiamo anche noi nel mondo, reso un deserto dalla sterilità di una vita che non è cristiana, gridiamo dinanzi alla sensualità e alla miscredenza con la nostra purezza e la nostra fede, e non cediamo in nulla al mondo.

Il vestito di san Giovanni Battista
  È sintomatico che il Vangelo ci faccia notare di san Giovanni due cose: il vestire e il mangiare, ed è sintomatico che la sua veste e la sua penitenza abbiano attratto a lui le turbe.
  Si può predicare anche col vestito, e si può essere, con questo solo, apostoli di bene o propagatori di zizzania.
         Un’anima cristiana che si veste di mondo o, peggio, di immodestia e d’impurità, grida per trarre gli altri al male; è una voce di satana per le strade, e immerge i cuori in un fiume di sensualità. Un’anima cristiana che si ammanta di modestia è voce che chiama al Signore, ed è voce che attira le benedizioni sulla terra. Non si richiama la società alla vita senza questo apostolato fondamentale, e non s’inducono le anime a ritornare a Dio, senza circondarle della pace, della purezza e della santità. 
Don Dolindo Ruotolo

sabato 29 novembre 2014

Occorre vigilare ed essere pronti al Giudizio di Dio



                                                                         


Commento al Vangelo – I Domenica di Avvento 2014 B (Mc 13,33-37)
Sant’Andrea, Apostolo

Occorre vigilare ed essere pronti al Giudizio di Dio
Gli apostoli avevano domandato a Gesù quando sarebbero avvenute la distruzione del tempio e la fine del mondo; ma il Redentore, a questa domanda, non rispose, dicendo che il giorno e l’ora di quelle catastrofi erano noti solo al Padre. È evidente che Egli, come Dio, lo sapeva, essendo una sola cosa col Padre, ma come uomo poteva dire d’ignorarlo, perché il computo del tempo della giustizia finale non sta nelle possibilità umane, dipendendo dall’intreccio di tutte le responsabilità occulte dell’umana coscienza e dell’umana libertà. Solo Dio che guarda dall’alto, e al quale tutto è manifesto, può valutare quando le iniquità umane raggiungono l’estremo limite, e fanno traboccare il peso della giustizia.
La libertà umana, infatti, può influire sugli eventi della storia e può affrettarli o ritardarli; una sola azione buona può arrestare un castigo, e una sola iniquità può darvi l’ultima spinta; ciò che succederebbe in quest’anno può essere trasportato in un altro o in tempi lontani per l’intreccio di un’azione libera che interferisce gli eventi.
Ora, se si tiene presente il numero stragrande degli uomini dal principio del mondo ad oggi, e gl’innumerevoli intrecci della loro azione, delle loro responsabilità, e dei loro meriti, se si pensa al coordinamento di queste azioni con tutto l’ordine morale e fisico dell’universo, si capisce che il calcolo del giorno e dell’ora di avvenimenti definitivi nella storia di un popolo o in quella del mondo può farlo solo Dio.
I segni prossimi o remoti della fine del mondo in particolare, possono distare anche secoli dall’evento, quando qualche anima privilegiata, controbilancia con azioni sante il tracollo della giustizia.
È uno dei tratti delicati della divina provvidenza.
Così si spiega come, in tante epoche della storia, si è creduto di veder i segni della fine del mondo, senza che nulla sia avvenuto dopo. È impressionante che, fin dai tempi di san Gregorio Magno, si parlasse della fine del mondo come di evento vicino, ed è impressionante che lo stesso santo ne parlasse con convinzione; non è improbabile che allora gli eventi realmente precipitassero, e che le preghiere della Chiesa l’abbiano ritardato. Non è cosa che può sembrare strana, ma è cosa che deve farci essere pensosi, considerando che noi abbiamo sul capo questa spada di Damocle.
Gesù Cristo ci esorta ad essere attenti, a vigilare e a pregare perché questo interessa all’anima nostra. Gli eventi li regola il Signore, e conoscerli anticipatamente con certezza potrebbe anche essere per la nostra malizia un pretesto o un’occasione di maggiore spensieratezza. L’incertezza angosciosa che in ogni secolo può determinarsi sull’imminenza della fine può spingerci più facilmente a pensare ai beni eterni, e a distaccare l’anima da tutto quello che è vana illusione della vita del mondo.
Chi può convergersi, fino a dimenticare l’anima nelle stesse discipline della vita presente che appaino ideali? Arte, scienze, lettere, dominio, monumenti grandiosi che cosa sono di fronte all’eternità?
Vale la pena affannarsi tanto nelle cose della vita, quando si sa che esse periscono? Dobbiamo, sì, compiere la missione che Dio ci ha assegnata, dobbiamo operare per la sua gloria, ma non possiamo farci assorbire talmente dalle idealità terrene da trascurare quelle eterne.
Chi potrebbe essere così stolto da consumarsi per fare un’opera d’arte con una materia che si disfa? Le opere dello spirito rimangono in eterno; quelle della materia periscono, e quelle del tempo fugace sono vanità; dobbiamo, dunque, nell’operare, tener presente la fine di tutto, per fissare il nostro pensiero al Fine ultimo della nostra vita.
Un uomo disse Gesù –, partito per un paese lontano lasciò la casa, e diede ai suoi servi il potere di far tutto, e ordinò al portinaio di vigilare. Ecco l’immagine del mondo: il Signore è il Padrone di ogni cosa e, quasi fosse assente, lascia agli uomini la libertà di operare come vogliono, costituendo, sulla loro vita, un portinaio che vigila. Questi è il Papa e il Sacerdozio, e la loro attività è preziosa per tutelare le anime. Occorre però che ciascuno vigili, affinché, al ritorno del Padrone, possa trovarsi pronto per dargli il rendiconto.
Non tutti ci troveremo presenti agli ultimi eventi del mondo, ma tutti compariremo innanzi a Gesù Cristo, Giudice eterno; non si può dunque prendere alla leggera la vita, e bisogna vigilare, per essere pronti alla chiamata di Dio.


Le illusioni della civiltà e la realtà della vita
Cammino nel mondo, il quale moltiplica le sue attività materiali, e vuole mostrarsi in una magnificenza sempre crescente.
Le nazioni fanno a gara per ostentare la loro forza e la loro gloria, e s’insuperbiscono della loro civiltà; eppure, passando tra gli edifici sontuosi e le affermazioni della tecnica, posso dire con Gesù all’anima mia: Vedi tu questi grandi edifici? Non sarà lasciata di essi pietra su pietra che non sia distrutta.
Oh, se si vedesse il mondo con lo sguardo di Dio, come ci apparirebbe vano in tutta la sua esuberante vita!
Che cos’è, per esempio, un monumento grandioso, ricco di statue? È un povero ammasso di pietre e, se le statue sono immodeste, è un ripostiglio di rifiuti. Che cos’è una centrale elettrica potentissima? Le sue scintille sono giochi d’infanzia di fronte all’universo e nullità innanzi a Dio! Non rimane nulla di tutte le attività umane, e tutto si sfascia, anche quello che sembra immortale! O mio Signore, potrei essere io così stolto da farmi affascinare da ciò che passa e si dissolve? Te solo sopra tutte le cose!
Vivo in un mondo di seduzioni, e devo aver sempre presente la parola tua, o Gesù: Badate che nessuno vi seducadicendo: Sono io. Ecco il mondo col suo fasto che dice: «Sono io la vita», eppure è un seduttore. Ecco l’amore effimero delle creature che mi dice: «Sono io la felicità», eppure è un seduttore dei sensi. Ecco la scienza, la famosissima falsa scienza, questa grande scocciatrice che tormenta le povere menti umane col pungolo avvelenato dell’errore che dice: «Sono io la verità», eppure è una seduttrice.
Gli uomini politici, carichi di responsabilità e di brutture, pretendono creare un mondo nuovo e dicono: «Siamo noi la guida dei popoli», eppure li seducono prendendoli in giro!
Il triste elenco può continuare all’infinito! Non senza ragione Gesù Cristo, dopo aver accennato ai falsi profeti, soggiunge: Sentirete guerre e rumori di guerre; questo è l’epilogo di tutte le famose civiltà; diventano orgogliose e tracotanti, pretendono imporsi con la violenza, e periscono nelle fiamme accese dalla loro stoltezza.
Gesù Cristo ricorda ai suoi cari le persecuzioni che contro di loro saranno suscitate in ogni tempo; è questo il vero combattimento eroico dei figli della Chiesa. Com’è bella la Chiesa in questo suo eroismo, com’è grandiosa la sua epopea! La pretesa civiltà ha lottato per travolgere, ed essa ha combattuto non uccidendo ma immolandosi. Le schiere dei suoi martiri sono sempre fresche, sempre belle, sempre illuminate dai fulgori della virtù e della pace; sono la vera gloria della terra, ed elevano le mani monde di sangue, sostenendo la palma della vittoria. Gli eroi del mondo, ahimè, se non sono illuminati dalla virtù, sono figure tetre, spiranti odio e seminanti stragi. Questa è la verità, e il mondo non può non riconoscerla: solo i martiri sono veramente eroi, pionieri dello spirito che tende a Dio, cerca Dio, ama Dio solo!
            Chi potrà farsi illudere dalle false civiltà del mondo? L’una dopo l’altra sono scomparse, e la terra pare si sia affrettata a coprire questi putridi cadaveri per farne perdere le tracce. Verrà poi il cataclisma finale e brucerà tutto, perché non ci sarà altro modo per eliminare la barbarie finale dell’apostasia universale. Che gioia, Signore, pensare che non rimarrà nulla della civiltà moderna, impregnata di bestemmie e di apostasia che gioia! Altro che le stalle di Augia! Il mondo è tutto un sudiciume, e non ci vuol meno d’un torrente di fuoco per purificarlo! Beata l’anima che allora potrà ascoltare la voce di Dio giubilando, e riprendere il corpo che informò sulla terra, per trasportarlo in Cielo come inno d’amore e di benedizione a Dio onnipotente. Amen.

Padre dolindo Ruotolo