martedì 4 marzo 2014

Quando l'elemosina e' ipocrisia e orgoglio

Commento al Vangelo Le Sacre Ceneri 2014 (Mt 6,1-6.16-18)
Quando l’elemosina è ipocrisia e orgoglio

Il nostro Redentore, volendoci persuadere praticamente, con qualche esempio, a cercare Dio solo, parla di quelle opere nelle quali è più facile raccogliere la simpatia o il rispetto degli altri. E prima di tutto l’elemosina che i farisei facevano con ostentazione orgogliosa nelle sinagoghe e nelle strade, per essere onorati come uomini benefici. L’orgoglio di questa gente non era solo una colpa innanzi a Dio, ma era anche uno scandalo, perché guastava l’anima del popolo, e perciò Gesù lo bolla pubblicamente. Egli vuole tanta delicatezza e tanto riserbo in quest’opera di misericordia che quasi esige che la mano sinistra non conosca ciò che fa la destra. È mirabilmente psicologico poiché, nel fare l’elemosina, si può trovare l’ostacolo ad operare per Dio nella soddisfazione che prova chi la fa. È facilissimo ripensare con compiacimento all’opera buona, consolarsene, gonfiarsene, e tutto questo concentra l’anima in se stessa e la impoverisce. È necessario dare per amore di Dio, e distrarsi quasi dall’opera fatta, per non riflettervi e perderne così il merito.
Quale rimprovero al mondo che nelle sue opere di beneficenza suona letteralmente la tromba, annunciandole clamorosamente per averne lode e gloria! Quale riprovazione a quelle beneficenze fatte ipocritamente, promovendo feste da ballo e simili sconcezze, nelle quali l’ostentazione di se stessi diventa il turpe prezzo della carità che si dona! Quale condanna anche a quelle opere sociali, ispirate dalla politica, le quali mirano solo ad incatenare le reazioni del popolo affamato e si riducono praticamente a favoritismi, fatti, molte volte, a chi meno ne ha bisogno! Leggete il programma dell’assistenza dello Stato e vi sembra di vedervi la risoluzione dell’assillante problema di tante miserie; andate a vedere praticamente chi ne benefica, e constaterete che i veri bisognosi ne sono molte volte esclusi, per mancanza di sufficienti raccomandazioni, ossia ogni volta che un motivo tutto umano non induca ad elargire il soccorso.
Il Signore, comandandoci di fare l’elemosina per suo puro amore, ci ha dato modo di donare a Lui qualche cosa del nostro, pur essendo noi estrema miseria ed Egli infinita ricchezza. Tu dai al povero ma, in realtà, chi ti stende la mano è il Signore; se non dai per puro suo amore, tu elargisci a un bisognoso un soccorso e lo neghi a Dio che si degna di domandartelo per bocca del povero, promettendoti i doni immensi della sua generosità!

La preghiera
I farisei avevano determinate ore di orazione e, dovunque si trovavano, si volgevano verso il tempio di Gerusalemme e pregavano. Essi cercavano, però, nelle ore di orazione, di trovarsi nelle sinagoghe, nelle piazze o nei crocicchi delle vie, in cui maggiore era il concorso, per farsi riguardare come uomini di orazione, e raccogliere povere lodi umane. La loro preghiera, in tal modo, non era un’elevazione dell’anima in Dio, ma una coreografia di vanità, alla quale non vi poteva essere, come ricompensa, che la vanità di un applauso o di una considerazione umana.
Gesù vuole che l’anima si raccolga innanzi a Dio solo e preghi nell’intimo raccoglimento che le faccia quasi sparire dagli occhi quelli che la circondano, come uno che si chiude in una stanza. Egli parlava contro l’ostentazione dei farisei, e perciò disse di entrare nella stanza e chiuderne la porta, cioè di cercare il nascondimento e non le piazze. Con questo, non volle proibire la preghiera pubblica – che è un dovere sociale e individuale –, ma volle dire che l’anima, anche pregando in pubblico, sia così lontana dallo sguardo umano, da sentirsi come rinchiusa in una stanza e pregare nel nascondimento interiore. Si prega in pubblico non per farsi vedere, ma per onorare Dio pubblicamente; allora tutto il popolo forma come un’anima sola, raccolta nella Chiesa o anche in pubblico, come in una stanza chiusa, dove Dio solo è presente e ascolta i sospiri del cuore.
Gesù volle liberarci anche dalla preoccupazione dello sguardo altrui che spesso c’impedisce di pregare in pubblico; chi prega deve considerarsi solo, raccolto in Dio, quasi fosse chiuso in una stanza; deve avere, quindi, la stessa libertà che avrebbe se fosse solo. Il mondo non fa il male in pubblico quasi fosse solo nel suo ambiente? E perché esso deve avere la libertà di fare il male, e noi non possiamo avere quella di fare il bene e di onorare Dio? Incediamo, dunque, anche nelle solenni processioni, con piena libertà di preghiera, riguardandoci quasi soli sotto lo sguardo di Dio, osannando a Lui per testimoniare la nostra fede, e per glorificare la sua grandezza. Non dobbiamo preoccuparci che gli altri ci vedano, e dobbiamo cercare il raccolto nascondimento interiore nella piena libertà dello spirito; non dobbiamo preoccuparci per rispetto umano che gli altri non ci vedano, quasi temendo che ci riguardino come bigotti, ma dobbiamo avere il cuore come lampada ardente che, consumandosi per Dio, lo glorifichi anche nel mondo che è tempio della sua gloria.
È facile, nella preghiera, ripetere le stesse cose macchinalmente e non preoccuparsi di elevare la mente a Dio; quelle invocazioni non sono allora che parole vuote. I pagani, poi, pregando i loro idoli, gridavano e moltiplicavano le loro invocazioni, credendo così di essere ascoltati. Gesù Cristo vieta le molte parole nella preghiera, non però i ripetuti slanci del cuore che accompagnano le parole; non vuole parole vuote ma preghiere, e quindi non proibisce le ripetute invocazioni ma, secondo la parola greca del testo, il balbettare, il biascicare macchinalmente le invocazioni; in questo caso è evidente che la preghiera si riduce a molte parole senza che da esse sbocci un solo affetto dell’anima.
Egli, poi, parla di quelle preghiere che si fanno per ottenere un beneficio temporale, come è chiaro dal contesto, e vuole ammonirci di pregare in modo da abbandonarci con fiducia alla divina bontà, con quelle poche e sincere espressioni dell’anima che sono lo slancio filiale di chi confida nella provvidenza e nella bontà del Signore: Dio sa quello che ci occorre prima che glielo domandiamo, ossia pensa a noi con amore paterno, ed ha cura di provvederci; basta quindi affidarsi a Lui, pregando, senza necessità di dovergli esporre minutamente quello che ci occorre. Egli vuole che domandiamo prima il regno di Dio, come si vedrà in seguito, e quindi, pur concedendo che si possa pregare per le cose temporali, vuole che lo si faccia con poche parole di fiducia.

Il digiuno, il distacco, lo sguardo a Dio solo
L’antica Legge comandava un solo digiuno nel giorno dell’espiazione (cf Lv 16,29ss). In seguito se n’erano aggiunti degli altri e i farisei digiunavano spesso per apparire uomini austeri, anzi si mostravano di proposito in pubblico con il volto tetro, col capo in disordine, con le vesti dimesse, per averne gloria dinanzi agli altri.
Gesù Cristo non condanna il digiuno, ma questa specie di digiuno che era sazietà della propria vanagloria, e vuole che le opere di penitenza appaiano solo innanzi agli occhi di Dio, per averne da Lui la ricompensa. La preghiera è completata e integrata dalla penitenza, e la penitenza più facile è il digiuno; quando il corpo, infatti, non è aggravato, lo spirito è più libero e l’elevazione dell’anima in Dio è più facile.
Ma il digiuno non è solo l’astinenza da alcuni cibi: è il distacco dell’anima dai beni della terra. Si digiuna nel corpo per impedire che sia d’impaccio all’anima, e si digiuna nell’anima per non impigliarla nelle reti delle cose terrene; per questo Gesù soggiunge di non accumulare tesori materiali e di non attaccarvi il cuore poiché, dov’è il tesoro, là essa si ferma e s’impiglia. È cento volte meglio essere liberi da quelle ricchezze che appesantiscono il cuore, e che sono, del resto, tanto fallaci.
O mio Dio, o eterna e infinita Grandezza, perché oggi le anime sono così poco desiderose della luce mistica e così incapaci di averla? Perché l’occhio dell’orazione è così offuscato e pieno di cispa, da rendere tediosa la contemplazione delle tue grandezze? Perché non si posa, proprio come un riflettore, per raccogliere dall’Infinito lo splendore che l’illumina, e che gli dona poi un fascio di luce d’intelligenza e d’amore che glorifica Dio nell’ansietà dell’amore che in Lui si slancia? Perché è così infermo da non tollerare la luce, e da non saper rimanere nei suoi raggi? Perché scambia i colori del Cielo con quelli della terra, come gli occhi degli infermi di daltonismo, e non discerne più la bellezza dei riflessi eterni, fermandosi sulle misere luci delle creature? Perché l’occhio spirituale non si educa a vedere, a poco a poco, la tua luce? Ridonaci la vista spirituale, o mio Dio, perché siamo attratti in te solo!
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 1 marzo 2014

Nessuno può servire due padroni

Commento al Vangelo: VIII Domenica del TO 2014 A (Mt 6,24-34)
Nessuno può servire due padroni
L’anima che non cerca Dio solo, sopra tutte le cose è divisa dall'opportunismo, e facilmente accondiscende al mondo, pur pretendendo di conservarsi fedele al Signore. È questa la grande piaga che infetta il carattere cristiano, e che dà origine a quei fedeli smidollati che, praticamente, si danno al male, conservando solo la maschera del bene.
Eppure sono così opposti i principi di Gesù Cristo e quelli del mondo che non è possibile riconciliarli neppure con i ritrovati più o meno dissimulati della viltà e delle passioni, e perciò il Redentore ci ammonisce recisamente che non si può servire a due padroni. È impossibile ancora concentrare la vita tutta nelle cure materiali e nella preoccupazione delle ricchezze, e pretendere di concentrarla contemporaneamente nelle aspirazioni del Cielo, poiché quello che ci lega alla terra ci distacca da Dio.
Perciò Gesù Cristo soggiunge: Non potete servire a Dio e a mammona cioè, secondo il significato caldaico della parola, a Dio e alla ricchezza. Non dice: “Non potete avere Dio e la ricchezza”, perché questo è stato possibile a tanti santi, ma: Non potete servire, cioè dedicarvi con l’anima e con le forze.
La premura che hanno gli uomini di accumulare ricchezze è giustificata dalla necessità della vita, e da questo pretesto comincia in noi quella terribile passione per le cose terrene che degenera, ben presto, in avarizia. Perciò Gesù Cristo tronca alla radice la pessima pianta, dicendoci di non affannarci per l’alimento e per il vestito. Non dice di non pensarci, ma di non preoccuparcene fino al punto da dimenticarci di Dio e della fiducia che dobbiamo avere in Lui come Padre di tutte le sue creature. Dio vuole che lavoriamo per provvederci di cibo e il vestito; ma il lavoro non può e non deve diventare così assillante da troncare o danneggiare la vita dell’anima. Servendo Dio, il lavoro diventa una via di provvidenza; trascurando Dio, s’isterilisce miseramente e diventa fonte di assillanti preoccupazioni, come dolorosamente si vede nelle famiglie e nelle nazioni che hanno dimenticato il Signore.
Gesù Cristo rafforza la nostra confidenza in Dio; richiamando la nostra attenzione su quelle creature che, pur non lavorando o non avendo cura delle loro necessità, sono soccorse dalla Bontà divina. Gli uccelli non seminano, non mietono e non empiono granai, eppure trovano sempre il loro sostentamento; i gigli del campo, cioè quelli che crescono senza speciali cure del giardiniere, non lavorano e non filano, eppure Dio li veste così elegantemente che neppure Salomone, con tutta la sua gloria, vestì come uno di loro.
Il Signore che provvede con tanto amore a queste creature che passano dopo breve tempo, provvede con amore immensamente più grande a quelle che passano sulla terra per andare a Lui e per possederlo eternamente.
Egli, dunque, vuole da noi questa testimonianza di abbandono filiale, e questa confessione della sua dolcissima padronanza, ed esige che mettiamo, come fondamento della vita, non le preoccupazioni temporali, ma quelle spirituali, non le nostre forze o la nostra abilità ma la benedizione divina, perché noi, con tutta la nostra preoccupazione, non siamo capaci di aggiungere alla statura già sviluppata un cubito, cioè mezzo metro, o alla vita, secondo il testo greco, un tempo di più.
Siamo nelle mani di Dio e sottoposti alle sue leggi nello sviluppo fisico, e siamo nelle sue braccia paterne per ciò che riguarda l’alimento e ciò che è necessario ai bisogni quotidiani. Egli sa ciò che ci occorre, e solo chi non crede in Lui vivente, come i pagani, ed ha come divinità degli idoli, può credere di doversene preoccupare fino a ridurre la vita a una ricerca assillante del mangiare, del bere e del vestire.
Dio vive veramente, è veramente, e vuol dimostrare la sua realtà, provvedendo a chi cerca prima il regno eterno e la sua giustizia, cioè la gloria divina e la santità della propria vita.
Basta dunque pensare a quello che può servire ai bisogni quotidiani, basta a ciascun giorno il suo affanno, senza pretendere di dover assorbire tutte le attività per crearsi una posizione di sicurezza assoluta che praticamente non raggiunge neppure lo scopo di privarci dell’affanno quotidiano della vita.
L’insegnamento di Gesù Cristo è di un’importanza grandissima e riguarda le basi medesime della vita cristiana e del carattere che deve distinguerla da quella dei pagani. Non si tratta soltanto di delicate esortazioni a confidare nella divina provvidenza, ma dell’indirizzo pratico della vita e della giornata, nel pellegrinaggio terreno; si tratta di porre come fondamento la vita dello spirito e come accessorio la vita del corpo, mentre il mondo o quelli che pretendono essere anche suoi servi, essendo servi di Dio, stabiliscono come accessorio ciò che è spirituale, credendo esagerato tutto quello che si fa per l’anima, e riducono la vita ad una preoccupazione assillante di guadagni, di ricchezze, di benessere, di divertimenti e di peccati che sono la rovina della vita stessa. Potremmo dire che, in questo problema e nella sua risoluzione pratica, si vede qual è la bandiera dei figli di Dio, e perciò è necessario approfondirlo.
Certamente la vita materiale, con i suoi bisogni e le sue necessità, ci trae e tenta di prendere il sopravvento sulla vita spirituale. Se si pensa solo a quel che occorre in una casa, al cibo, alla bevanda, alla biancheria, al vestito, all’arredamento, alle più piccole cose c’è da credere che ne rimanga assorbita la giornata. Se si cucina, per esempio, occorre far prima la spesa, con le relative contrattazioni; poi bisogna preparare il cibo, e questo spesso assorbe ore intere; poi cuocerlo con cura, per evitare le possibili recriminazioni. Quando è pronto e va al desco familiare, dopo poco occorre ripulire le stoviglie, rimettere tutto a posto, e poi ricominciare per la cena. Se viene la sarta o il sarto, il calzolaio, il barbiere, ecc., la giornata viene assorbita tutta e, se vengono occupazioni straordinarie, sembra insufficiente. A questo si aggiungano il lavoro, l’ufficio, l’impiego, il commercio, e la vita appare attanagliata dalle premure temporali.

Che cosa si dà allo spirito e a Dio in tutto questo assillo quotidiano? Disgraziatamente nulla o quasi nulla, se non si crede addirittura la religione e la pietà una bega da teste vuote o da gente oziosa.
Don Dolindo Ruotolo

sabato 22 febbraio 2014

Il dominio dell'anima su se stessa

Gesù beatitudiniCommento al Vangelo: VII Domenica del TO 2014 A (Mt 5,38-48)

Il dominio dell’anima su se stessa
L’uomo crede facilmente al dominio della forza brutale, e all’efficacia della reazione per imporre agli altri il rispetto, senza sottostare a prepotenze o a violenze. La forza, però, non conquide lo spirito, anzi lo inasprisce, e perciò, praticamente, chi crede di dominare è dominato, e chi crede di aver vinto è sconfitto. La reazione violenta non annienta la reazione ma la ingigantisce e, anche umanamente parlando, fa trovare l’aggredito in condizioni peggiori.
Il cristiano è sempre un aviatore dello spirito; non sta nella carlinga per rimanere a terra ma per volare: è sempre un conquistatore di ricchezze eterne, e non si cura troppo di ciò che è materiale; cammina come pellegrino e come apostolo, aspirando a conquistare il Cielo e a farlo conquistare agli altri; è membro vivo del Corpo mistico di Gesù Cristo e partecipa al suo Corpo e al suo Sangue eucaristico desiderando, a somiglianza del suo Maestro, d’immolarsi per gli altri e di abbracciare tutti nella carità. Tutto questo lo rende talmente superiore alle beghe meschine della vita presente che vi passa sopra come trionfatore. Gl’insegnamenti di Gesù Cristo mirano a questo scopo altissimo e, lungi dall’essere paradossali, guardano la vita per quel che è, senza illusioni irreali. Chi reagisce alla malvagità altrui per vincerla con la forza può essere sopraffatto, e si trova in condizioni più gravi; chi la disarma con la dolcezza e con la carità, la riduce all’impotenza non con le armi ma con lo spirito, e chi prega per i cattivi attira su di loro quelle grazie celesti che li migliorano. Gesù Cristo non parla della reazione della Legge né di quelle forze legali che debbono ristabilire l’ordine per mandato divino: parla delle relazioni private tra gli uomini, e del modo migliore per eliminare i contrasti e le dissensioni.
È spontaneo, nel nostro cuore, voler rendere male per male, perché ci urta l’ingiustizia e ci soddisfa la giustizia. La legge penale antica, sostituendosi alla reazione privata, aveva stabilito la cosiddetta pena del taglione, condannando il colpevole alla stessa sofferenza causata agli altri: Occhio per occhio, dente per dente (cf Es 21,24; Lv 24,20; Dt 19,21); con questo dava soddisfazione al colpito ingiustamente, senza pericolo di eccessi personali. Più tardi, per le false interpretazioni dei dottori Giudei, la Legge aveva dato luogo a vere vendette private, a danno della quiete pubblica. Gesù Cristo taglia il male nella radice, inculca la pazienza e la bontà che disarmano l’anima e riconducono la pace.
Non resistere al malvagio, cioè non venire con lui a contrasto, perché non lo vinci così e non ti rendi superiore a lui. Il contrasto è una diminuzione della propria dignità ed è una moltiplicazione delle ingiurie; tu, invece, passa sopra alle insolenze, e se uno ti percuote sulla guancia destra, presentagli anche l’altra. Presentala non tanto per essere percosso di nuovo, ma presentala nell’amorevolezza del compatimento e del perdono. Si schiaffeggia un volto che appare antipatico e provocante, e tu mostra subito l’altra faccia, quella che realmente sta in te: la bontà e la compassione. Se mostri questa guancia, cioè questo tuo aspetto benevolo, insospettato dal nemico, lo hai vinto e lo hai messo nella necessità di riflettere al suo atto brutale e di vergognarsene. Gesù Cristo non comanda letteralmente di farsi percuotere nell’altra guancia, come non comanda letteralmente di cavarsi l’occhio o recidersi la mano, ma comanda di mostrare l’altra guancia, dimostrando l’opposto di quello che appare al nemico e lo spinge a farsi violenza.
Questo è tanto vero che Egli stesso, nella Passione, percosso nella guancia, interrogò il malvagio servo per mostrargli che non aveva parlato male al sommo sacerdote, gli mostrò quindi l’altro aspetto della sua risposta, l’altra faccia della risposta che aveva provocato lo schiaffo. Nella Passione, Gesù che ci diede esempi ineffabili di pazienza e offrì le sue membra ai flagelli e alla croce, ci avrebbe dato certamente l’esempio di mostrare l’altra guancia se l’avesse inteso letteralmente. Gesù vuole che certe questioni si chiarifichino e che, invece di reagire con la forza e con le grida, si reagisca con l’evidenza della ragione in modo da troncare il dissidio nella radice. È un primo modo per conservare la pace.
Un altro modo è quello di accondiscendere per carità, mostrando la propria superiorità d’animo; così, a chi vuole chiamarti in giudizio e vuol litigare per toglierti la tunica, ossia l’abito aderente al corpo, cedigli anche il mantello.
Con questo parlare figurato, Gesù vuol insegnarci ad evitare le liti giudiziarie che conducono sempre a rovine e a perdite maggiori, anche quando si vincono. È più nobile cedere non per la forza, ma per carità e generosità; perciò Gesù Cristo non dice: Fatti togliere anche il mantello, ma: Cedigli anche il mantello, cioè mostrati generoso di tua volontà, e mostrati superiore ad una povera cosa terrena che non vale quanto la conservazione della pace e l’evitare le noie e i fastidi del giudizio.

Gesù non deprime ma eleva la dignità umana
Se uno volesse angariarti, per esempio forzandoti a camminare con lui mille passi, tu, invece di reagire, accondiscendi e vacci per altri due, mostrando così di non subire una violenza, ma di agire di tua volontà. Come si vede, Gesù Cristo non deprime ma eleva la dignità umana, perché sostituisce alla forza brutale quella dello spirito; alla reazione violenta la carità; all’asservimento del malvagio volere altrui, la libertà del proprio volere benefico. Chi accondiscende per carità e per amore di pace vola più in alto, sfugge alle strette della prepotenza, e rimane soprattutto nella sua pace interna che è preziosissimo tesoro. Questa nobile benevolenza che non lascia il tempo alla malvagità di sopraffare, dev’essere per tutti generosità di carità, specialmente nelle relazioni di vicinato: Da’ a chi ti domanda, e non rivolgere la faccia a chi vuole chiederti qualcosa in prestito.
Se si deve conservare, infatti, l’armonia con chi vorrebbe sopraffarci, prevenendo la prepotenza con la nobiltà d’animo, è molto più logico e conveniente conservarla con chi non ci vuol sopraffare ma ci domanda qualcosa o in dono o in prestito. Tutto questo che Gesù Cristo insegna è legge d’armonia tra le anime, e quindi riguarda prima quelle che ci sono più vicine, perché la carità è ordinata; inoltre, essendo legge d’armonia, non può obbligare dove produrrebbe la disarmonia. Sarebbe stolto venire ad un contrasto o ad una lite giudiziaria per non subire una sopraffazione, perché se ne subirebbe una maggiore, ma sarebbe ugualmente stolto farsi sfruttare dai malvagi, e dare in prestito senza criterio e ordine. È la stessa natura del dare e del prestare che ci dichiara il senso genuino delle parole di Gesù Cristo, poiché chi ti domanda per sfruttarti, non ti domanda, ma ti ruba, e chi ti chiede in prestito per non restituirti, non ti chiede in prestito ma in dono forzato, perché sta nella natura stessa del prestito la restituzione.

Del resto, l’interpretazione autentica del valore delle parole di Gesù Cristo la fa la Chiesa nella sua morale, ed è a questa che bisogna appellarsi, e da questa che bisogna farsi condurre. Se uno volesse interpretare le divine parole a modo proprio, e credersi obbligato a dare tutto ciò che si chiede, dilapidando magari la casa propria o venendo meno ai doveri che si hanno verso i più prossimi, errerebbe. La Chiesa determina, nelle sue leggi, quello che deve farsi praticamente, quello che è di consiglio e quello che è di precetto nelle parole del Signore e, seguendola, non c’è pericolo di errare.
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 15 febbraio 2014

Legge antica e Legge nuova


Commento al Vangelo – VI Domenica del T.O. 2014 A (Mt 5,17-37)
Legge antica e Legge nuova

Di fronte ad un maestro che annuncia nuove dottrine, è profondamente psicologico che nella massa degli ascoltatori sorga un sentimento rivoluzionario che trascende le idee del maestro. Nasce nell’anima un desiderio di novità che l’agita, un’insofferenza al giogo che la fa aspirare ad una libertà senza confine, ed essa sogna nuovi orizzonti di felicità, spesso effimera.
Gesù Cristo, da Dio qual è, scrutò il cuore dei suoi ascoltatori, e prevenne nell’anima loro questa mossa della natura, affermando solennemente che Egli non veniva a sciogliere la Legge o i Profeti, ma veniva a portarli a compimento, che neppure un jota della Legge, o una virgola sola sarebbe stata mutata, ma essa sarebbe stata solo compiuta, e quindi sarebbero svanite da essa le figure e i simboli per dar luogo alla realtà, ben più grande di qualunque simbolo.
Chi si crederà autorizzato a violare anche il più piccolo precetto di Dio, con la scusa del nuovo ordine, invece di parteciparvi sarà l’ultimo nel regno dei cieli; con queste parole Gesù Cristo annuncia le vie della santità e non solo di una santità esterna, come quella degli scribi e dei farisei, ma di una santità interiore che tende alla perfezione dell’anima.
Egli, dunque, non propone una rivoluzione, ma promulga una legge di santità; non vuole abolire le pratiche esterne dei precetti di Dio ma vuole che siano accompagnate dalla vita interiore, non si contenta dell’osservanza dei precetti più gravi, ma vuole la perfezione.
Gesù e l’omicidio…
Gesù comincia a dare qualche esempio della giustizia che doveva essere santità interiore, a differenza della giustizia esteriore degli scribi e dei farisei e si richiama alla legge contro l’omicidio. Gli scribi e i farisei, gonfi del loro orgoglio, avevano in disprezzo gli altri: erano mormoratori, calunniatori, litigiosi, tenaci nell’odio e nell’invidia; credevano di essere irreprensibili solo perché si astenevano dal commettere omicidio. Andavano nel tempio in atteggiamenti d’ipocrita pietà e si gloriavano di portarvi l’offerta, senza pensare che, a volte, quella stessa oblazione era frutto di sopraffazioni e d’ingiustizie, senza pensare che, con l’offerta, portavano le maledizioni e le lacrime di quelli che essi avevano angariati.
Gesù alza la sua voce divina contro questa falsa santità che prescindeva completamente dalla carità e dalla giustizia, ed esclama che, se fino ad allora l’omicida era stimato degno d’essere condannato nel giudizio ossia nel tribunale di ventitré giudici che risiedeva in ogni città per le piccole cause –, d’ora innanzi chi si adirerà contro il proprio fratello, desiderandogli del male, sarà degno di essere condannato in giudizio, cioè commetterà una colpa reale, meritevole di pena, della quale Dio terrà conto nel suo Giudizio. Chi poi, nell’esplosione dell’ira, aggiunge il disprezzo, dicendo al suo fratello raca, ossia testa vuota, imbecille, sarà reo di una colpa maggiore, simile a quelle che si giudicavano nel sinedrio.
Il sinedrio era un tribunale di settanta membri che giudicava le colpe d’idolatria, il delitto del sommo sacerdote, ecc., e comminava le pene più infamanti. Chiamare imbecille nell’ira, il proprio fratello e disprezzarlo è dunque una colpa che offende Dio e copre l’anima d’infamia dinanzi al Signore che è Carità. Chi infine chiamerà il proprio fratello stolto, cioè secondo il significato ebraico, lo chiamerà scellerato, empio, maledetto da Dio, maledicendolo con ira e desiderandogli la maledizione di Dio, sarà condannato al fuoco della Geenna, cioè sarà colpevole di peccato mortale, passibile dell’Inferno.
Non c’è dunque da confondersi per le parole di Gesù Cristo né c’è da pensare che Egli parli per modo di dire; nella sua divina sapienza distingue le mancanze di carità che sono frutto d’ira e che possono indurre all’ira più grave, in mancanze veniali, più gravi e mortali. Quando si sente la responsabilità della carità, e si evita di ingiuriare il prossimo, non c’è pericolo che si possa trascendere in atti di violenza, e tanto meno nell’omicidio.
Gli scribi e farisei si contentavano di riprovare l’omicidio, cioè l’estremo atto esterno di violenza, Gesù Cristo, invece, condanna l’ira, la mancanza di carità e l’ingiuria, e vuole che, più che preoccuparsi dell’omicidio, bisogna pensare a comparire innanzi a Dio col cuore pieno di carità e in armonia con tutti; bisogna sfuggire le liti e accordarsi con i propri avversari, per evitare di avere dal giudice una condanna che serve poi a fomentare l’odio e le dissensioni; bisogna non solo stare in pace con tutti, ma togliere dal cuore altrui – per quanto è a noi possibile –, le ragioni del dissidio e dell’avversità. Gesù Cristo, infatti, non c’impone solo di riconciliarci con colui che avversiamo, ma di riconciliarci con chi ci avversa, con chi ha qualcosa contro di noi perché ha ricevuto da noi qualche torto o qualche ingiustizia. È logico che si debba lasciare il dono innanzi all’altare, e che, prima di offrirlo, si debba trovare la riconciliazione con il fratello al quale abbiamo fatto del male; è logico, per noi cristiani che non possiamo comunicarci se abbiamo coscienza di aver danneggiato o amareggiato ingiustamente un nostro fratello.
È chiaro che il precetto di Gesù Cristo non può riguardare quelli che ingiustamente ci avversano, e che stanno in astio contro di noi per la loro malignità.
In questi casi non siamo noi i colpevoli della mancanza di carità, e basterà cercare la riconciliazione, se è possibile, o almeno pregare per chi ci avversa, come si vedrà in seguito. Sta poi nello spirito del precetto del Signore evitare ogni causa di dissidio, e conservare sempre intatta la carità, anche a costo di un nostro sacrificio. Le liti non risultano mai di utilità, e l’ostinarsi nel dissidio può dar origine a spiacevoli conseguenze, passando così noi dalla ragione al torto. Al cuore ringhioso degli scribi e dei farisei, carichi di odio, Egli vuol sostituire il cuore placido e sereno del cristiano, pieno di rispetto per gli altri, di compatimento e di misericordia e, diciamo pure, saggio e serio nella vita che guarda le cose da adulto e non da fanciullo, che sa passare sopra alle stoltezze e conservare il bene della pace.
L’adulterio
Dall’omicidio, Gesù passa a parlare dell’adulterio, un altro peccato gravissimo, conseguenza di altri peccati. Non basta la legge che punisce l’adulterio: occorre la legge che ne evita le cause, e perciò il Redentore afferma che chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso il peccato nel suo cuore, benché non l’abbia materialmente consumato. L’atto esterno, infatti, è conseguenza del peccato interno e, quando si è vigilanti sui propri occhi e sui desideri che essi suscitano, non c’è pericolo di cadere. Bisogna quindi evitare le occasioni, ed essere attenti a troncare energicamente quello che può attrarci al male. Gesù Cristo usa delle espressioni energiche, proprio per indicare che, di fronte alla salvezza eterna, non ci si può indulgere in alcun modo con la natura.
Se una persona o un oggetto pericoloso ci fossero cari come l’occhio e la mano destra, non dovremmo esitare un momento solo a staccarcene, pur di evitare il peccato e la conseguente perdizione eterna. Non si può addurre, come scusa della propria ostinazione, la necessità e l’esigenza del cuore e della vita, perché, per salvarsi eternamente, bisogna avere il coraggio di recidere tutto quello che può farci cadere in peccato.
Tutto sta a non cedere alla natura, neppure per poco, soprattutto in quello che riguarda i peccati impuri; la più piccola accondiscendenza all’occhio o alle mani, cioè al desiderio, all’immodestia e al senso del tatto, può produrre una tentazione e uno sconvolgimento tale, da non trattenere più l’anima sul precipizio. Bisogna essere fermi, soprattutto al principio delle tentazioni e nelle piccole cose, perché le piccole e continue vittorie sono quelle che ci attirano nuove grazie, e ci rendono tetragoni contro i maggiori assalti di satana.
Gesù Cristo va oltre e, per farci sfuggire anche le occasioni del male che potrebbero sembrare lecite, condanna quelle abitudini della medesima Legge ebraica, introdotte più come tolleranza che come regola d’ordine. L’uomo che non voleva più convivere con la moglie, la rimandava con una dichiarazione detta libello del ripudio, con la quale la scioglieva dal vincolo coniugale. Era un uso che poteva anche sussistere quando i costumi erano corretti, e quando praticamente il libello del ripudio era una rara eccezione; ma, col decadere della moralità, il libello del ripudio costituiva una vera occasione di pervertimento, e perciò Gesù lo condanna e lo abolisce. Chi ripudia la propria moglie, salvo il caso di fornicazione cioè eccetto il caso che le sia legato con un vincolo di peccato, perché allora il ripudiarla sarebbe un dovere –, la induce all’adulterio, lasciandola libera di stringere un nuovo legame, e chi sposa la ripudiata commette adulterio, profanando un vincolo che Dio non ha sciolto.
Gesù Cristo condanna, così, assolutamente, il divorzio, come causa di peccati e di dissoluzione.
Egli riprova ogni degradazione di sensi, riconduce il matrimonio alla sua nobiltà; ridona alla donna la sua dignità, negando recisamente che ella sia oggetto di piacere, o termine di ammirazioni sensuali o sentimentali. Egli l’ammanta di maestoso pudore quando dice che chi la guarda semplicemente desiderandola, pecca, ed insiste con tanta forza sul dovere di allontanare ogni occasione di peccato, da usare quella similitudine tagliente di chi si acceca ad un occhio o si mutila di una mano per evitare uno scandalo. Toglie ogni pretesto anche legale alla corruzione e alla degradazione della donna, e abolisce la legge del ripudio; vuole che la donna sia regina e madre nella casa e non sia come un oggetto di divertimento che si desidera e si abbandona come si vuole.
Ognuno vede come deve giudicare – non diciamo l’orrore dell’impurità cui si abbandonano oggi gli uomini e le donne –, ma anche quello che si dice amore platonico, idealizzando così la degradazione dell’anima, e rendendo più tenace la degradazione dei sensi interni ed esterni, sfiorandoli di quello che potrebbe farne risaltare le brutture. Questi cosiddetti amori platonici sono pieni di peccato di desiderio, sono catene di schiavitù spesso più tenaci che nella stessa insoddisfazione dei sensi si ribadiscono e diventano perenni. Non c’è da illudersi: la creatura si può amare solo in Dio e per Dio, e per questo lo stesso amore coniugale è un Sacramento. Non si può amare una creatura concentrandosi in lei o attirandola a sé, perché noi siamo di Dio. Come? Tu uomo, avendo sposata una donna, la riguardi talmente come tua, da prendere le armi contro chi semplicemente la distrae da te, e credi di non commettere colpa, attraendo a te una creatura di Dio e distraendola da Lui? Come puoi trarre la creatura nel tuo desolante vuoto, sottraendola alla pienezza soavissima del divino Amore? Che cosa le puoi dare tu se non parole, e spesso tempeste e pene spaventose? Se tu l’amassi veramente potresti tradirla fino al punto da devastarla?
L’amore umano è sempre un ladro che ruba; è sempre un fuoco che consuma; è sempre un’inondazione che devasta, ruba a Dio e all’anima, consuma ogni ricchezza del cuore e devasta ogni gioia e ogni pace.
La menzogna…
Gesù Cristo, dopo aver divelto, per così dire, le radici stesse delle sopraffazioni dell’ira e dei sensi, sana dalle fondamenta la piaga della menzogna e della slealtà che tanto nuoce alle reciproche relazioni tra gli uomini. Nell’antica Legge si credeva che si dovesse tener fede solo al giuramento, e per il continuo decadimento dei costumi si era giunti a tal punto da non parlare senza giurare. L’atto solenne del giuramento, ammesso solo in casi di eccezionale importanza, era ridotto, così, quasi come un intercalare. Gli scribi e farisei, poi, insegnavano che quando non si nominava esplicitamente Dio, non si era tenuti a mantenere quello che si era giurato e, con questo principio, moltiplicavano i giuramenti falsi e la conseguente sfiducia fra gli uomini.

Gesù Cristo vuole che un cristiano sia talmente veritiero e leale da non aver bisogno né di giurare né d’imprecare per esempio sul suo capo, non avendo egli dominio su se stesso, e non potendo rendere bianco o nero uno dei suoi capelli, imprecando. Il suo linguaggio deve essere decisamente vero: Sì, sì, no, no; qualunque altra parola viene dal male, cioè dalla diffidenza o dalla malafede, ed è soprattutto testimonianza del male che sta in noi, non essendo degni di essere creduti sulla semplice parola. Anche nell’infanzia chi giura non è il fanciullo buono incapace di cattive azioni, ma è quello cattivo, al quale possono con facilità addebitarsi delle scappate, e al quale è più difficile prestar fede.
Padre  Dolindo Ruotolo

sabato 8 febbraio 2014

Voi siete il sale della terra e la luce del mondo

Commento al Vangelo – V Domenica del T.O. 2014 A (Mt 5,13-16)
La missione degli apostoli e dei sacerdoti

Gesù Cristo, promulgando le basi fondamentali del suo regno, si rivolse principalmente ai suoi apostoli e per essi ai sacerdoti. Le beatitudini sono il programma della loro vita, consacrata tutta al Signore, nella piena rinuncia a tutto quello che è falsa gioia terrena: essi debbono essere poveri di spirito, distaccati da tutto e contenti del poco, per conservare nel cuore solo aspirazioni celesti, ed evitare le schiavitù dell’interesse economico che distruggerebbe qualunque opera di apostolato. La loro felicità deve consistere tutta nell'abbandonarsi a Dio e nel confidare in Lui, unico sostegno. Più dei leviti che non avevano una proprietà fissa, essi hanno Dio per loro porzione ed eredità, e debbono alienare il cuore da ogni attaccamento materiale.
L’apostolato che debbono svolgere non può essere mai irruente, perché essi debbono conquistare le anime, e perciò debbono avere, come forza, la mansuetudine. Generano le anime a Dio col sudore delle fatiche apostoliche e col sacrificio continuo; piangono, ma sono consolati dalla messe che raccolgono, e debbono percorrere il mondo con una fame e sete ardente di giustizia, per diffondere la perfezione, e di misericordia per sollevare i poveri peccatori. Casti e puri di cuore si beano delle bellezze di Dio, ed hanno la sua gloria come meta della vita; propugnatori di pace nelle coscienze, nelle famiglie e nella società, sono i continuatori dell’opera del Figlio di Dio fatto uomo, e sono chiamati anch'essi figli prediletti di Dio. In tutto simili al loro Maestro, affrontano ogni persecuzione, ogni ingiustizia, ogni ingiuria, e continuano il loro santo ministero da eroi, fissi con lo sguardo alla ricompensa eterna.
Dopo questa esposizione sintetica del programma sacerdotale di tutti i tempi, Gesù Cristo dà la ragione della perfezione che inculca ai suoi apostoli, ed induce in loro il senso della responsabilità, dicendo: Voi siete il sale della terra e la luce del mondo; dovete, con la vostra virtù, quasi sale nel cibo, rendere accessibile e assimilabile la verità, e dovete splendere come lampade sul candelabro, non potendovi celare allo sguardo degli altri uomini dall’altezza cui vi eleva la vostra dignità. Da voi l’umanità dev’essere guidata, e se voi vi rendete insulsi o vi ottenebrate, vi renderete ludibrio di tutti e sarete rigettati dal Signore.
Parole divine, queste, che ogni sacerdote deve stampare nel proprio cuore, essendo esse confermate dall’esperienza della storia.
Un sacerdote infedele al suo dovere, o anche semplicemente insipido, cioè rilassato nella pietà, è oggetto di disprezzo, e rende vana la sua missione. Il mondo è conquiso dalla virtù sacerdotale quando questa è piena, e quando splende sul candelabro della Chiesa; non s’importa né sa che farne dei sacerdoti umanamente e laicamente scienziati, artisti, statisti, ecc. Va trovando i santi, perché sacerdozio e santità sono due concetti inseparabili.
Il sacerdote che non è santo, è sale infatuato che non solo non condisce, ma è incapace di essere condito, rimanendo ostinato nella sua estrema miseria. Si può dire che in questo non ci sono mezzi termini, e che un sacerdote che non è santo è già cattivo, è già infatuato. Se è santo, è povero, mansueto, mortificato, zelante, misericordioso, puro, pacifico, paziente, è beato nel suo cuore e comunica la beatitudine; se non è santo e cerca la beatitudine nella terra, è avido di guadagni, è impetuoso, egoista, ozioso, scorretto, mormoratore, duro, rozzo, intollerante, e dissemina solo il male intorno a sé, perché discredita il regno di Dio.
Il mondo si deve specchiare nel sacerdote, e deve sentirlo tanto superiore da vederlo come lampada sul candelabro.
Se lo vede sotto il moggio di grano, accumulato agli altri quasi granello nella massa, giacente per terra, quasi lampada spenta, non lo riguarda più con onore né è capace di gustare le grandezze della fede, e di glorificarne Dio.

Il sacerdote non è un uomo come gli altri!
Il sacerdote non può in nessun modo dire di essere anch’egli uomo come gli altri e di aver bisogno di uno svago; la sua beatitudine gli è tracciata da Gesù Cristo, ed è beatitudine che lo eleva nelle pure gioie dello spirito, di fronte alle quali tutte le gioie umane sono tormenti. Fuori della via della beatitudine, il sacerdote non trova che infelicità somma di spirito; è come un pesce fuor d’acqua, è come un uomo affogato nella tempesta; è schiavo di se stesso ed è tormentato dai rimorsi, è indebolito negli slanci della sua anima, e giace come paralitico nella sua miseria, dalla quale non sa sollevarsi. È scontento del suo stato perché non ne gusta le ineffabili dolcezze; aspira al mondo con la veemenza della disperazione senza poterlo raggiungere in pieno; crede di essere un perseguitato dalla cattiva sorte; invidia persino quelli del mondo, e finisce quasi sempre riprovato da Dio.

O Gesù, dona ai tuoi sacerdoti l’apprezzamento della loro immensa e profonda felicità nell’essere santi; raccoglili intorno al tuo Cuore eucaristico; fa’ gustare loro la bellezza dei divini Misteri, e rendili veramente sale delle anime e luce smagliante del mondo.
Padre Dolindo Ruotolo