sabato 26 ottobre 2013

Il Fariseo e il pubblicano

Commento al Vangelo della XXX Domenica TO 2013 C
(Lc 18,9-14)

II fariseo e il pubblicano
        Due uomini andarono al tempio per pregare; uno era fariseo, pieno di sé, orgoglioso, sprezzante, e l’altro era pubblicano, cioè era uno degli esattori pubblici, stimati dal popolo come esosi peccatori. Il fariseo cominciò a pregare in una maniera strana: stava ritto in piedi, con atteggiamento tracotante e, più che pregare, cominciò ad elogiarsi, ringraziando ipocritamente Dio delle buone qualità che presumeva di avere ma, in realtà, compiacendosene dentro di sé, e mettendosi al di sopra degli altri e al pubblicano, con senso di profondo disprezzo per essi. Alle sue pretese buone qualità civili, diciamo così, aggiunse quelle religiose, limitandole al digiuno e alla paga delle decime e dimenticando completamente gli atti di vero culto a Dio e l’umile adorazione della sua maestà.
       Non è improbabile che Gesù abbia formato la parabola su di un fatto realmente avvenuto; ad ogni modo, Egli sintetizzò nella preghiera del fariseo l’atteggiamento della falsa pietà e manifestò le ragioni per le quali la preghiera riesce inefficace.
       L’anima sta ritta in piedi innanzi a Dio, quando presume di se stessa e manca di umiltà; sta ritta quando pretende che Dio la esaudisca e, più che pregarlo, vuole imporsi alla sua maestà, non di rado bestemmiandolo larvatamente. Nel suo atteggiamento superbo, il fariseo pregava dentro di sé, non pregava Dio, e le sue parole tracotanti rimanevano in lui e non giungevano al trono dell’Altissimo come non vi giungono quelle di coloro che pregano con tracotanza.
       Pregava dentro di sé, letteralmente, biascicava fra sé le parole che diceva, perché in realtà l’anima sua non si espandeva né si elevava in Dio.
       Pregava, ma in realtà si elogiava, dicendo che non era come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e non si accorgeva che, con l’atto di superbia che faceva, era rapace della gloria di Dio, ingiusto verso il prossimo che giudicava male, e adultero, almeno spiritualmente, per le innumerevoli e gravi infedeltà che faceva alla divina Legge.
       Quante volte noi preghiamo con disposizioni di spirito capaci di farci condannare, perché portiamo nel cuore le miserie dei nostri peccati e facciamo recriminazioni contro il prossimo? Invece di supplicare, contendiamo con Dio e crediamo ingiuste le disposizioni della sua provvidenza, ribellandoci a Lui proprio nell’atto nel quale più dovremmo conciliarci la sua misericordia!
       Invece d’implorare, riconoscendoci miseri e bisognosi, ci crediamo degni di essere esauditi; il nostro maledetto orgoglio ci chiude le porte della grazia e il Signore non può esaudirci.
       Com’è bello ed efficace pregare come il povero pubblicano che non osava neppure alzare gli occhi al cielo e, percuotendosi il petto, diceva al Signore: Abbi pietà di me che sono un peccatore! Riconosciamoci peccatori, perché dolorosamente lo siamo; confessiamoci indegni delle divine misericordie, umiliamoci profondamente e Dio ci esalterà con la sua grazia e le sue misericordie. Chi presume di sé è umiliato e non ottiene grazie; chi si umilia innanzi a Dio è esaltato e si vede subito esaudito in ciò che domanda.
       Il pubblicano implorò misericordia ed ebbe misericordia, uscendo dal tempio giustificato, cioè rimesso in grazia di Dio; il fariseo si lodò, esaltando la propria pretesa giustizia, e uscì condannato dalla casa di Dio, perché il modo stesso col quale parlava mostrava chiaramente che il bene del quale si vantava l’aveva fatto per vanità e per essere stimato dagli uomini. Era, dunque, un bene effimero che meritava di essere ripudiato da Dio.
       Nel pregare, preoccupiamoci prima di tutto di ristabilire la nostra amicizia con Dio; domandiamogli perdono dei nostri peccati, umiliamoci per averli commessi e imploriamo la grazia di non peccare mai più. Quando stiamo in grazia di Dio, tutti i beni temporali dei quali abbiamo bisogno ci vengono per sovrappiù, e la misericordia divina ci esalta anche nella vita presente, dandoci una vita di pace nel pieno abbandono al suo amore.
        Negli ultimi tempi del mondo, ai quali Gesù si riporta esortandoci alla preghiera, ci sarà, come già c’è, una grande recrudescenza di orgoglio; ognuno crederà di essere un superuomo, prendendo innanzi a Dio un atteggiamento di tale presunzione da meritare di essere riprovato e condannato. L’orgoglio è e sarà la causa di gravi tribolazioni per la terra, è e sarà la causa principale di quell’apostasia dalla fede che riduce e ridurrà le povere nazioni come campi trincerati di spaventose lotte. A quest’orgoglio bisogna opporre la nostra umiltà, e riparare le ingiurie che si fanno al Signore annientandoci al suo cospetto e gridando alla sua bontà infinita: Abbi pietà di noi che siamo peccatori.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 19 ottobre 2013

Pregare con costanza e umiltà

Commento al Vangelo della XXIX Domenica TO 2013 C
(Lc 18,1-8)

Pregare con costanza e con umiltà
       Avendo Gesù accennato, nel capitolo precedente, alle tribolazioni degli ultimi tempi del mondo, esorta i suoi alla preghiera continua, costante e quasi importuna, per ottenere la misericordiosa giustizia di Dio contro le ingiustizie dei persecutori. Negli ultimi tempi, infatti, sarà tanta l’iniquità degli uomini e così generale l’apostasia che qualunque rimedio o iniziativa umana sarà impossibile; rimarrà solo il grande mezzo della preghiera, e Gesù esorta tutti a farne uso, raccontando una parabola, nella quale caratterizza l’indole dei capi di Stato degli ultimi tempi.
       C’era un giudice in una città, il quale non temeva Dio e non aveva riguardi per gli uomini. Era scettico, miscredente, privo di ogni concetto di superiore giustizia e di conseguenza non aveva alcun senso di rispetto o di carità per gli uomini. Questa malvagia caratteristica noi la vediamo già nei capi atei o miscredenti di tanti Stati moderni, i quali non conoscono la giustizia ma il delitto o la sopraffazione.
       C’era, in quella città, una vedova che aveva ricevuto qualche grave torto o danno e, incapace di difendersi con le sue forze, perché vedova, ricorse al giudice iniquo. Ma inutilmente, perché egli non se ne curò e la disprezzò. Ella, però, non si stancò di supplicarlo e si rese così importuna che il giudice, annoiato, per non essere tormentato dalle sue insistenze, la contentò.
       Con questa parabola, Gesù fece un argomento dal meno al più: se un giudice iniquo, al quale non importava nulla della giustizia, finì per cedere alle insistenti preghiere della vedova, Dio che è giustizia per essenza, non ascolterà la preghiera di chi lo invoca giorno e notte contro le sopraffazioni degli empi?
       La preghiera che può conquistare un uomo scellerato con l’importunità non conquistare l’infinita bontà di Dio con l’amore? Egli ascolterà chi lo supplica, e non sarà lento, ma prontamente renderà giustizia.
       Gesù dà la ragione di questa sua esortazione e dice chiaramente per quali tempi principalmente la fa, soggiungendo: Quando il Figlio dell’uomo verrà, credete voi che troverà fede sopra la terra?
       Ecco i tempi nei quali sarà più che mai urgente pregare. Verrà il Figlio dell’uomo in una straordinaria effusione di grazie nella Chiesa e per la Chiesa, ma troverà le anime senza fede ed estremamente rilassate; verrà negli ultimi tempi per giudicare tutti, e apparirà glorioso quando l’apostasia sarà quasi completa sulla terra; in questi tempi i pochi fedeli superstiti, sbattuti da fierissime persecuzioni e impossibilitati a difendersi, potranno trovare scampo solo in Dio, e lo troveranno, pregando immediatamente.

Sono vicini i tempi predetti da Gesù?
       I tempi predetti da Gesù già si delineano in tante nazioni, dove l’apostasia e l’ateismo fanno strage, e dove le persecuzioni, manifeste o subdole, lasciano i fedeli senza aiuto e senza difesa, in balìa degli uomini più perversi.
       La situazione presente del mondo è tale che non si vede quale possa esserne il rimedio efficace.
       Alcuni sperano persino in una guerra generale e lo auspicano, senza pensare che la guerra è un terribile castigo che lascia sempre una scia di altri castighi spirituali e materiali. Altri s’illudono di poter conquidere i despoti del mondo, senza pensare che, avendo essi in mano la potenza brutale, non si lasciano né convincere né conquidere. Ci può solo la preghiera e per questo la Chiesa in questi tempi la intensifica e cerca sgominare gli empi con questa sua potenza grandiosa che è quasi un bombardamento dall’alto fatto sulle loro posizioni fortificate.
       Chi sente parlare di preghiera quando incombe un pericolo grave, quasi sogghigna, pensando ad un’ingenua illusione. Si può dire, infatti che, inconsciamente, chi più chi meno, quasi tutti hanno la convinzione dell’inefficacia della preghiera e la credono un ripiego e una fanciullata nei momenti nei quali stimano urgente l’agire e l’irrompere.
        Questo stato interiore così falso deriva dal fatto che ognuno conta al suo attivo parecchi insuccessi in ordine alla preghiera; anzi, a volte, gl’insuccessi rivestono il carattere d’un fallimento completo. Nessuno pensa di pregare male o addirittura di non pregare, pur facendo molte orazioni; nessuno si umilia sinceramente quando non è esaudito, o quando si presenta al Signore per supplicarlo e, in realtà, può dirsi che rare volte noi domandiamo veramente. Perciò Gesù, con una parabola, volle rivelarci quale è l’atteggiamento dello spirito che rende inefficace o efficace la preghiera. È una cosa importantissima che bisogna ponderare, perché la preghiera ci è indispensabile più del pane.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 12 ottobre 2013

La guarigione del lebbrosi

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica TO 2013 C (Lc 17,11-19)

La guarigione dei lebbrosi
        Si avvicinavano le feste pasquali, e Gesù intraprese l’ultimo suo viaggio a Gerusalemme per compiervi la sua divina missione. Passò in mezzo alla Samaria, ossia tra i confini della Samaria e della Galilea, avviandosi verso la Perea e, stando per entrare in un villaggio, ancora nell’aperta campagna, gli andarono incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi da lontano per non avere contatti col popolo, alzarono la voce implorando pietà. La loro fede in Gesù era in quel momento un atto di fiducia; essi lo sapevano potente e speravano che avrebbe potuto alleviare le loro pene; non era ancora una fede di pieno abbandono, e Gesù volle suscitarla in loro con un comando al quale potevano obbedire solo con una fede piena. Andate Egli disse –, fatevi vedere dai sacerdoti.
        Si andava dai sacerdoti per far constatare la guarigione e fare l’offerta al tempio (cf Lv 14,10-21); ora essi erano ancora infermi, e solo con un atto di viva fede e di obbedienza poterono avviarsi a Gerusalemme. Mentre andavano, si sentirono sani, e continuarono il loro viaggio; solo uno di essi, un Samaritano, accortosi d’essere guarito, ritornò sui suoi passi e, glorificando Dio ad alta voce, si prostrò ai piedi del Redentore, ringraziandolo. Gli altri nove, nell’esultanza della riacquistata salute, preoccupati com’erano di rientrare subito nel consorzio umano, dal quale la terribile malattia li escludeva, non pensarono di andare a ringraziare Gesù glorificando Dio. Questo era un atto d’ingratitudine del quale Gesù si lamentò, sia per far rimarcare a tutti la loro guarigione, sia per esortarli alla gratitudine nei benefici divini, facendo rilevare che questo dovere l’aveva sentito solo un Samaritano da essi sprezzato come eretico e scismatico.

La lebbra del peccato
        Passando per la Samaria, Gesù volle fare un atto di delicata misericordia verso quel popolo disprezzato e, mostrando la gratitudine e la fede del Samaritano, volle mostrare che quel popolo non era inferiore, anzi poteva dirsi in quel momento superiore a quello Giudeo. Egli così stroncava quel senso di disprezzo che aveva il popolo nell'attraversare la Samaria, impediva ogni recriminazione, e chiamava tutti, indirettamente, all'unità che Egli era venuto a stabilire in terra.
        Gesù Cristo andava verso Gerusalemme per dare la sua vita per tutti e rendersi Egli come un lebbroso per amore; andava incontro ai peccatori, veri lebbrosi nell'anima  e volle, con un miracolo, manifestare in simbolo quello che gli ardeva nel Cuore. Egli avrebbe dato il Sangue per salvarci, ma non ci avrebbe applicato il prezzo della redenzione senza la mediazione sacerdotale.
        È un’illusione tristissima pensare che solo perché Egli può salvarci senza mediatori, lo voglia. Istituendo il Sacerdozio, Egli ha detto a tutti gli uomini: Andate e mostratevi ai sacerdoti. Era logico, del resto, poiché, avendoci Egli salvati con la sua obbedienza fino alla morte di croce, ha voluto che avessimo usufruito della salvezza, obbedendo nell'umiliazione di tutti noi stessi ai piedi di un sacerdote, fino alla morte delle nostre miserie.

La gratitudine degli uomini
        Il Signore si lamentò che dei dieci lebbrosi guariti uno solo fosse ritornato per ringraziarlo e dare lode a Dio, e volle insegnarci così che è un nostro imprescindibile dovere la gratitudine per i benefici che riceviamo dal Signore. L’atto della gratitudine è un riconoscimento della gloria di Dio, è una confessione della sua potenza, ed è un sentimento di abbandono filiale a Lui perché ci benedica come Padre amorosissimo.
        Il Signore lo esige non tanto perché la nostra gratitudine possa essergli necessaria – benché la nostra lode accresca la sua gloria accidentale –, ma perché l’atto della gratitudine apre per noi nuove fonti di misericordie e di grazie. Gesù Cristo, infatti, benché il lebbroso Samaritano fosse già guarito, vedendolo prostrato ai suoi piedi, intenerito disse: Alzati, vattene, la tua fede ti ha salvato. Con queste parole volle indicare che nuove grazie scendevano su quell'anima e su quel corpo, e che la fede di lui, preziosissimo dono fra tutti i doni, veniva in lui fortificata con quella speciale misericordia.
        Ogni volta che ringraziamo Dio, riceviamo dalla sua bontà un nuovo dono, e per questo i primi cristiani solevano salutarsi con queste dolci parole: Deo gratias. Ai pagani sembrarono parole stolte, perché erano più una conclusione che un saluto; eppure i primi cristiani si salutavano veramente, ringraziando Dio di essersi rivisti, e ringraziando di essere redenti da Gesù Cristo.

Noi, gl’ingrati!
        Bisogna confessare che noi siamo ingrati al Signore, pur vivendo in mezzo ai suoi continui doni spirituali e corporali. Noi non possiamo ponderarli, tanto essi sono innumerevoli. Se riflettessimo solo ai principali, cioè alla vita dell’anima e a quella del corpo, ai pericoli dai quali siamo liberati, alle bellezze soprannaturali e naturali che ci circondano, dovremmo vivere con la faccia prostrata nella polvere, pieni di riconoscenza. Invece non solo siamo ingrati, ma ci lamentiamo proprio dei doni più belli di Dio: della vita, delle purificazioni della vita per le croci, e di tutte le delicatezze amorose con le quali Egli ci libera dal male e ci orienta all'eternità.
         Abbiamo a nostra disposizione il sacramento della Penitenza, dove la nostra lebbra spirituale viene mondata e non solo non ringraziamo Dio, ma tante volte lo riguardiamo come un peso. Abbiamo l’Eucaristia, Dono dei doni, e viviamo tanto freddamente innanzi al tabernacolo, da mostrarcene annoiati. Abbiamo mille ricchezze nella Chiesa e viviamo sempre poveri, sprezzando quasi la vita che da essa riceviamo, e attaccandoci miseramente alle vanità del mondo! Quanti dolori diamo a Gesù con la nostra ingratitudine!
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 5 ottobre 2013

LA POTENZA DELLA FEDE

Commento al Vangelo della XXVII Domenica TO 2013 C (Lc 17,5-10)

La potenza della fede
        Parlando degli scandali, Gesù Cristo alludeva principalmente ai farisei che allontanavano le anime dalla fede nel regno di Dio e, parlando del perdono, evitava negli apostoli un risentimento inesorabile contro di loro. Egli voleva che aborrissero dal male ma non che si isolassero in loro stessi quasi fossero un partito o una setta. La Chiesa è universale anche quando discaccia gli erranti dal suo seno, perché li vuole salvi e perdona loro con generosità.
        Gli apostoli capirono che Gesù li premuniva contro gli scandali che li scuotevano nella fede e, riscontrando in loro effettivamente una diminuzione di fede, lo pregarono di accrescerla nei loro cuori. Tra gli scandali, infatti, il più spaventoso è quello che scalza dall’anima la fede; è un vero assassinio interiore, poiché un’anima senza la fede è oscurata, è confusa, è disperata, è morta.
        A volte una sola parola stolta o sprezzante può gettare l’anima nel dubbio, e un dubbio positivo e volontario sulle verità eterne è già la perdita della fede.
        Anche un sogghigno può disorientare un’anima dalla verità e può produrre in lei una grande rovina. Se si ponderasse la natura di questa rovina non si sarebbe così facili a riportare gli errori dei perversi né si oserebbe fare una stupidissima ed insulsa propaganda contro tutto quello che è soprannaturale, con la scusa di precisione critica e storica. Anche se si avesse ragione per farla, non si dovrebbero gettare nell’anima dei piccoli quei dubbi che essi poi allargano a tutta l’universalità della fede, naufragando miseramente nei gorghi dell’errore e perdendo la grazia di Dio.
        La fede è un tesoro immensamente prezioso per l’anima e per la medesima vita presente, poiché è faro di luce e consolazione immensa nelle sue angustie; bisogna, dunque, custodirla gelosamente nel proprio cuore e in quello degli altri.
        Gli apostoli, domandando l’accrescimento della loro fede, desiderarono vedere compiute opere meravigliose per confusione dei farisei e probabilmente desiderarono compierle essi stessi. Per questo Gesù rispose che se ne avessero avuto quanto un granello di senapa, cioè anche poca, ma viva e capace di accrescersi, avrebbero potuto con un comando far trapiantare nel mare un albero di sicomoro.
        Col suo sguardo divino Gesù vide le opere grandi e miracolose che gli apostoli avrebbero fatto per la diffusione della fede nel mondo e, per prevenire in loro e nei loro successori qualunque atto di vanità o di presunzione soggiunse, col suo stile divinamente sintetico, che essi avrebbero un giorno lavorato molto, ma che non avrebbero avuto mai motivo di inorgoglirsi e dovevano riguardarsi come servi inutili, cioè non necessari a Dio, dato che i miracoli li avrebbe operati Lui con la sua onnipotenza.

I servi inutili
        È evidente dal contesto che gli apostoli avevano domandato l’accrescimento della fede anche per un senso subcosciente e remoto di vanità e che, desiderando confondere con i miracoli i farisei, si stimavano necessari per la difesa del Maestro contro le insidie dei suoi nemici. Perciò Gesù disse sotto il velo della parabola che essi erano come servi che arano il campo del padrone e pascolano il suo gregge e che quand’anche avessero fatto prodigi di apostolato, non avrebbero dovuto credere di potersene gloriare, ma avrebbero dovuto riguardarsi solo come servi inutili che, comandati, avevano fatto il loro dovere.
        Chi conosce quanto l’orgoglio si gonfia e quanto la misera natura prova facilmente vanità per un bene fatto, capisce tutta l’opportunità e la verità dell’avviso di Gesù. Nel credersi nulla, c’è un’immensa gioia interiore e il sentimento dell’umiltà tutela il bene che si fa, lo rifonde in Dio, lo feconda maggiormente con la sua grazia e lo moltiplica nelle anime. Le parole di Gesù sono state in tutti i secoli una difesa contro la vanità dei messaggeri della divina Parola. Chi compie l’apostolato, infatti, essendo strumento della grazia di Dio, può facilmente assistere ai prodigi della potenza e della misericordia divina e può anche attribuirli alla propria virtù o abilità.
        Il Signore, misericordiosamente, opera le cose grandi attraverso minimi mezzi e uomini inetti; ma anche quando è evidente il suo intervento nelle opere di bene, chi ne è strumento può sentire almeno la soddisfazione orgogliosa del lavoro fatto, ed affacciare pretese innanzi a Dio. La parola di Gesù lo richiama subito alla visione della realtà e, riconoscendo di aver compiuto solo il proprio dovere e d’essere servo inutile per averlo compiuto imperfettamente, si umilia, si annienta, fa appello alla divina misericordia, e rende così possibile l’accrescimento del bene.
        Chi ha un po’ di esperienza di apostolato vero, sa quanto è letale per esso l’orgogliosa soddisfazione, e sa che essa è il segno sicuro di non avervi prodotto veri frutti di vita eterna.
         È necessario, dunque, mettervi come base l’umiltà e cercarvi non la propria soddisfazione ma la gloria d i Dio e il vero bene delle anime.
Servo inutile Don Dolindo Ruotolo

domenica 29 settembre 2013

La Parabola del ricco epulone

Commento al Vangelo della XXVI Domenica TO 2013 C (Lc 16,19-31)

La parabola del ricco epulone
        Per imprimere meglio nei cuori il capovolgimento che avviene innanzi a Dio di ciò che il mondo stima grandezza e ricchezza e per mostrare più efficacemente quale uso deve farsi delle ricchezze, Gesù raccontò una parabola bellissima che è una vera rivelazione sul mistero della vita futura in ordine alla vita che conduciamo in terra.
        C’era un uomo ricco, tanto ricco che vestiva come un re, di porpora e di finissimo lino di Egitto, chiamato bisso. Era un gaudente, e ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla porta del suo sontuoso palazzo v’era un povero, chiamato Lazzaro – abbreviatura di Eleazaro –, il quale era piagato, sfinito ed affamato e, sentendo il profumo delle vivande del ricco, desiderava almeno averne i residui e nessuno gliene dava. Andavano da lui i cani a leccargli le piaghe, forse i cani del palazzo stesso del ricco, il che dimostra che vi erano riguardati più del povero. Lazzaro non aveva neppure la forza di allontanarli, e forse aveva da essi soltanto un sollievo al prurito delle sue piaghe.
        Ecco una vita splendida e una vita infelicissima innanzi al mondo; ma, innanzi a Dio, la cosa era immensamente diversa. Morì infatti il povero e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, cioè nel Limbo, dove i giusti, in compagnia di Abramo, attendevano che il Redentore aprisse loro le porte del cielo. Era un luogo di felicità e di pace naturale, immensamente superiore a qualunque stato di terrena felicità. Dopo poco tempo morì anche il ricco e fu sepolto nell’Inferno. La sua vita dissoluta aveva prodotto il suo frutto di morte, ed egli tra le fiamme dell’Inferno soffriva orribili tormenti.
        Dal luogo della sua perdizione, così permettendolo Dio, vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno, cioè in sua felice compagnia. Quale contrasto con la vita misera che quel povero aveva condotto, e con la vita tormentosa che il ricco attualmente viveva! Questi sperò almeno un minimo sollievo fra le pene che soffriva e, rivolgendosi ad Abramo, quale capo del popolo cui apparteneva, lo supplicò di mandargli Lazzaro perché avesse intinto la punta del dito nell’acqua e gli avesse refrigerato la lingua, perché bruciava nelle fiamme. Abramo gli rispose con una sentenza che non ammetteva repliche: egli aveva ricevuto beni nella vita mortale e non aveva compiuto opere sante; Lazzaro aveva ricevuto tribolazioni e le aveva sofferte in pace, per amore di Dio. Ora la situazione si era irrimediabilmente capovolta, perché lo stato dell’eternità è immutabile, e non poteva mai avvenire che Lazzaro avesse potuto sollevarlo, per l’abisso incolmabile che separava lo stato di salvezza da quello della perdizione.
        Il povero ricco, non potendo avere egli un sollievo, si preoccupò di cinque fratelli che aveva e supplicò Abramo di mandare Lazzaro ad avvertirli, perché conducevano anch’essi vita sontuosa, e non voleva che avessero la stessa sorte. Abramo non disse che Lazzaro non sarebbe potuto andare da loro, ma replicò che avevano già Mosè e i Profeti, e potevano alla luce delle loro parole salvarsi. Il ricco insistette che se avessero avuto l’avviso salutare da un morto avrebbero fatto penitenza; gli sembrò che l’apparizione di un’anima felice come quella di Lazzaro e l’avviso della propria perdizione li avrebbero scossi. Ma Abramo gli disse recisamente che se non credevano a Mosè e ai Profeti, non avrebbero prestato fede neppure ad un morto risuscitato.

Illusioni e realtà della vita
        Ecco la precisa condizione della vita e dell’eternità: su questa terra si subisce una prova, durante la quale bisogna preoccuparsi non di godere ma di compiere il bene. Le sofferenze che vi subiamo non sono un’infelicità ma un mezzo per meritare, e producono in proporzione la felicità eterna. Chi soffre a somiglianza di Lazzaro non è un diseredato ma un privilegiato, e chi gode sfrenatamente ha poi la spaventosa sorpresa di trovare, nell’altra vita, la perdizione. Il ricco epulone disprezzava il povero, eppure era proprio lui degno di commiserazione. La sua vita si ridusse ad un continuo banchettare, mentre quella di Lazzaro fu un continuo meritare, per la sofferenza e per la pazienza.
        Chi si vede tra le pene, dunque, non deve disperarsi, ma deve sollevare gli occhi alla vita eterna, e tendere ai gaudi eterni che sono l’unica e vera gioia, e chi sta tra le gioie della vita presente non deve dimenticare l’eternità, e deve procurare di farsi amici nel Cielo con le opere della carità. Il ricco epulone, dal luogo dei tormenti, volle giovare ai suoi fratelli; non fece un atto di virtù soprannaturale, del quale era incapace, ma un atto di compassione naturale verso i suoi fratelli; anche i dannati possono avere simili sentimenti, perché i vincoli naturali perdurano nell’eternità, ma a che giovava la sua premura, e a che avrebbe giovato ai suoi fratelli anche la visione di un morto redivivo? Erano increduli alle parole di Mosè e dei suoi Profeti, ed avrebbero creduto illusione l’apparizione di un morto.
        Avviene proprio così a quelli che ostinatamente conducono una vita disordinata: sono duri e insensibili a qualunque avviso e svalutano ogni intervento soprannaturale; credono realtà la loro vita insulsa, e credono illusione quello che è divino ed eterno.
        È necessario che noi ci preoccupiamo di questi poveri infelici e che preghiamo ardentemente per la loro conversione.
        Non invidiamo mai la sorte dei gaudenti, ma abbracciamoci con rassegnazione la nostra croce, e ringraziamo Dio quando la nostra vita non ci dà nulla.
        Che importano pochi anni di effimere gioie che sono poi sempre cosparse di fiele amarissimo?
        Che cosa valgono gli onori della terra di fronte alla gloria eterna che aspettiamo?
        È sintomatico che nella parabola è ricordato solo il nome del povero, e quello del ricco è sepolto nell'oblio  Se in terra può rimanere, infatti, un nome glorioso, non è quello dei grandi del mondo ma quello dei santi del Cielo, diseredati e disprezzati dal mondo.
        Concepire la propria vita sotto un aspetto tutto materiale significa concepirla a modo animalesco. Le bestie, non avendo un eterno avvenire, non hanno aspirazioni che trascendono la vita del tempo. Se si nota, non c’è nella creazione un solo animale che faccia qualcosa che superi il tempo della sua vita, o che faccia un’opera, sia pur rudimentale, per lasciare qualcosa di sé dopo la morte. Si preoccupa della sua vita e della conservazione della specie, solo per istinto che gli dà Dio; mangia, beve, e lavora unicamente per questo.
        L’uomo mostra la sua aspirazione all'eternità nelle stesse opere che compie, e lascia qualche cosa di sé nel suo lavoro, per non far perire la sua memoria. È un sintomo dell’immortalità cui tende. Ora, qual mezzo più grande per immortalarsi quanto il salvarsi l’anima? Non sono le ricchezze che ci salvano ma le opere buone e le opere della carità; bisogna, dunque, vivere santamente, e quando Dio ci dà le ricchezze bisogna mutarle con la carità in tesori del Cielo.
         Se i ricchi ponderassero i pericoli della loro condizione, non si glorierebbero di essere ricchi né aspirerebbero all'accrescimento dei loro beni materiali, ma diverrebbero, quali sono, fattori del Padre celeste per soccorrere i poveri e i sofferenti! Quale dono è sulla terra lo stato di santa povertà e di rassegnata sofferenza che ci apre le porte del Cielo!
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo