sabato 21 febbraio 2015

Gesù annuncia il Regno di Dio

Commento al Vangelo: I domenica di Quaresima 2015 (Mc 1,12-15)

Gesù annuncia il regno di Dio
San Marco sintetizza i discorsi di Gesù Cristo in poche parole: È compiuto il tempo e si avvicina il regno di Dio; fate penitenza e credete al Vangelo.
Egli mostrava che, secondo le profezie, era proprio quello il tempo nel quale doveva venire il Messia, e che, quindi, si avvicinava il regno di Dio, cioè la glorificazione di Dio nel cuore degli uomini e sulla terra. Con questo, risuscitava, nei cuori, la fede e la speranza nelle divine promesse, il desiderio di una vita migliore, condizione indispensabile per accogliere la grazia di Dio. Per questo soggiungeva: Fate penitenza, e credete al Vangelo. La penitenza era il rinnovamento interiore, nel rammarico di aver peccato, nel desiderio di riparare le proprie colpe, e nell’imposizione e nell’accettazione, liberamente fatta, di opere penose, in riparazione dei peccati.
La penitenza era il nuovo orientamento dell’anima al Signore, nel riconoscimento della divina Maestà, nell’umiliazione profonda al suo cospetto, nel desiderio di amarlo con tutto il cuore e sopra tutte le cose.
Lo spirito di vera penitenza
Gesù Cristo non predicava una penitenza esteriore, come quella dei farisei, ma voleva che l’anima si pentisse, si umiliasse, riparasse, e si presentasse al cospetto di Dio pura, fiduciosa, umile e confidente, vivendo una vita nuova. La penitenza corporale, del resto, non è tale se non in quanto produce o aiuta a produrre gli atti interni. Un rigore tutto materiale è fachirismo, non è amore; l’anima non punisce il corpo per mostrare in esso una forza di resistenza fisica, ma per contenerlo nei limiti, e aprire libero il varco allo spirito; non lo priva di un cibo per severità, ma perché sia minore il frastuono dei sensi, non lo percuote per sadismo, ma per scuotere attraverso la pena il torpore spirituale, e per unirsi alla Passione di Gesù Cristo; non gli inibisce la comunicazione col mondo per mancanza di gentilezza, ma proprio per non rendersi scortese col suo Signore. La penitenza è purificazione, ordine, disciplina dello spirito che produce nell’anima e nel medesimo tratto esterno una soavità gentilissima, facendo, per così dire, affiorare sul corpo stesso la luminosità interiore.

Era questa la penitenza che Gesù predicava, e perciò non impose ai suoi apostoli alcun rigore di vita, volendo che il loro cuore si formasse a mano a mano e si orientasse a Dio in una vita totalmente nuova. Egli esortava, pertanto, tutti a credere al Vangelo, cioè a prestare attenzione alla sua predicazione, e metterla in pratica, poiché, dalla sua parola, doveva venire l’indirizzo ad una vita nuova, e i suoi insegnamenti dovevano demolire tutto quello che di falso o di arbitrario gli scribi e i farisei avevano preteso aggiungere alla divina Parola.
Padre Dolindo ruotolo

sabato 14 febbraio 2015

Il lebbroso guarito e la Confessione sacramentale

Commento al Vangelo: VI Domenica del TO 2015 B (Mc 1,40-45)

Il lebbroso guarito e la Confessione sacramentale
Dopo la giornata laboriosa passata nella casa di san Pietro, Gesù Cristo, riposatosi un po’, di buon mattino si ritirò in un luogo solitario per pregare. Non fece sapere dove andava, per essere lasciato tranquillo. Com’è solenne quest’orazione di Gesù al Padre! Egli aveva visto tanti languori e tante infermità nel popolo che gli si era affollato d’intorno, e il suo Cuore era rimasto profondamente addolorato. L’amore verso i sofferenti gli aveva troncato il riposo e, poiché Egli era il Mediatore tra l’uomo e Dio, era andato a pregare per gli uomini.
Dal contesto si rileva che l’afflizione del Sacro Cuore di Gesù fu concentrata sulle infermità spirituali della moltitudine, e che Egli pregò per implorare a tutti la grazia della luce divina e della salvezza. Solo, con le braccia in croce, rifulgente di arcano splendore, acceso d’amore, con lo sguardo al Padre, Egli pregava e cercava di supplire, con la sua preghiera, l’insufficienza umana alle divine grazie.
Il popolo, dal canto suo, passata la notte, si affollò nuovamente in casa di san Pietro, per domandare nuovamente grazie temporali a favore degli infermi. Pietro e gli altri apostoli, non sapendo dove fosse andato Gesù, si misero a cercarlo e, trovatolo, gli manifestarono il desiderio della moltitudine. Ma Gesù li esortò a seguirlo per i villaggi e per le città, dove voleva annunciare la Parola di Dio, poiché per questo Egli era principalmente venuto in terra.
I benefici temporali, le opere di carità, e i medesimi miracoli non potevano assorbire il suo tempo, perché il beneficio della divina Parola superava qualunque altro dono. Egli volle che i miracoli fossero un insegnamento, e operò quelli che avevano un germe di verità da poter trasmettere alla Chiesa; non volle rendere l’apostolato del suo amore una semplice elargizione di beni temporali, a scapito di quelli spirituali.
Il beneficio spirituale porta con sé quello corporale, perché porta la benedizione di Dio anche nella vita presente, ma il beneficio corporale, di per sé, non porta quello spirituale; la carità spirituale, perciò, è immensamente più bella di quella temporale, e deve comprendere tutta la vita di quelli che hanno la grazia di dedicarvisi per vocazione divina.
Gesù andò, difatti, nelle sinagoghe della Galilea, predicando e scacciando i demoni, annunciando così la divina Parola e liberando i poveri ossessi dal dominio di satana. In una di queste escursioni di zelo e d’amore, un povero lebbroso gli si presentò e gli disse, supplicandolo: Se vuoi, puoi guarirmi! Era così certo della potenza di Gesù e così sicuro della sua bontà che gli si affidò interamente perché l’avesse mondato. Gesù, mossosi a compassione, stese la mano, lo toccò e, con un atto della sua volontà, lo purificò dalla lebbra, ingiungendogli di tacere e di mostrarsi al principe dei sacerdoti per far constatare la guarigione e fare l’offerta prescritta. Negli altri miracoli Gesù si appellava alla fede di quelli che glieli chiedevano; in questo volle mostrare il dominio pieno della sua volontà sul malanno, perché esso era figura del peccato che deturpa l’anima.
Il nostro abbandono alla divina volontà
Ogni colpa è un contrasto con la divina volontà, è un arresto di vita spirituale che produce nell’anima una piaga ributtante. Il peccatore è veramente un lebbroso che non può sanarsi con le sue industrie, ma ha bisogno di ridonarsi alla divina volontà, e di avere contatto con Gesù Cristo, offrendosi a Lui nella stessa miseria che lo deturpa. È vano sperare di poter risorgere dal male se non si va ai piedi di Gesù Cristo, vivente nel sacerdote, e non gli si dona la volontà, confessando e riconoscendo le proprie colpe, e implorandone la liberazione col contatto della grazia, attraverso la mano del sacerdote che, levandosi sul peccatore, lo tocca in nome di Gesù Cristo.
La guarigione del lebbroso doveva essere constatata dal sacerdote, e Gesù mandò l’infermo risanato dal sacerdote, proprio per indicare che nella purificazione della lebbra spirituale si deve ricorrere al sacerdote. San Marco dice che Gesù mandò il lebbroso dal principe dei sacerdoti mentre gli altri evangelisti dicono semplicemente dal sacerdote; per legge bastava che l’infermo risanato si fosse presentato a qualunque sacerdote, ma san Marco specifica che quella volta il Redentore mandò il lebbroso dal principe dei sacerdoti, forse per completare il significato mistico di quella guarigione, e indicare che la giurisdizione per la remissione dei peccati è un atto solenne che spetta alla suprema potestà, e che deriva necessariamente da essa.
Il lebbroso di spirito si presenta a Gesù per essere mondato, gli dona la volontà perché la rettifichi, si rimette alla sua misericordia perché lo risani, riconosce la potestà del sacerdote che lo rappresenta, riconosce che questa potestà è disciplinata nella giurisdizione dal sommo sacerdote, cioè dal Papa e dai vescovi che ricevono dal Papa, a loro volta, la missione di regolarla; offre poi il dono della purificazione, compiendo la penitenza che gli è imposta, e rientra nel consorzio dei santi con la grazia. Come si vede, in questo miracolo c’è tutto quello che si avvera nella Confessione, in questo mirabile Sacramento dove l’anima si riconoscere lebbrosa e riceve la purificazione delle sue miserie.
Nelle vie dello spirito, quello che ci riempie di lebbra è la nostra volontà, quando si distacca dalla volontà di Dio; è questa l’origine di ogni peccato e di ogni imperfezione. Offriamoci alla divina volontà, specialmente quando siamo turbati dalle passioni, o afflitti dalle sventure; diamoci a Dio interamente, perché in questo soave abbandono in Lui c’è il segreto di ogni pace e di ogni santificazione.
Gesù Cristo proibì al lebbroso di divulgare il miracolo ricevuto; glielo proibì per delicata carità, non volendo che gli altri ne avessero avuto ribrezzo, benché già guarito, e glielo proibì ancora per evitare un nuovo affollamento di popolo per ottenere benefici temporali.

Ma chi poteva frenare l’impeto della gratitudine del povero infermo che si vedeva prodigiosamente guarito? Egli non seppe tacere e divulgò talmente il miracolo che Gesù dovette celarsi in luoghi solitari, per ricevere comodamente quelli che andavano a Lui per beneficio dell’anima.
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 7 febbraio 2015

In casa di Simon Pietro

                                            


Commento al Vangelo: V Domenica del TO 2015 B (Mc 1,29-39) 

 In casa di Simon Pietro

 Terminata l’istruzione nella sinagoga, Gesù andò in casa di Simone insieme agli altri tre apostoli; Egli aveva già in considerazione Simone, detto poi Pietro, e andò in casa di lui, quasi fosse la sua propria abitazione. Ora, la suocera di san Pietro era a letto con febbre; doveva essere non una semplice indisposizione momentanea, ma una febbre preoccupante, perché, appena Gesù fu in casa, gli parlarono dell’inferma, supplicandolo che si fosse degnato di guarirla. Gesù si avvicinò al letto, la prese per mano e l’alzò, comandandole, con questo gesto, di guarire. La febbre la lasciò immediatamente, ed ella, interamente risanata, incominciò a servire la comitiva. Era un giorno di sabato, e il desinare era stato già preparato il giorno prima; la suocera di san Pietro, quindi, dovette solo ministrare ciò che era stato approntato. Questa circostanza, benché minima, mostra la verità del racconto e, diremmo, il colore locale della terra dove il fatto avveniva. La notizia della guarigione della suocera di san Pietro si sparse subito in città, e una folla immensa si accalcò alla porta della casa per presentare a Gesù gli infermi e gli indemoniati, e implorarne la guarigione. Egli, nel suo immenso amore, consolò tutti con parole di vita, curò molti infermi e liberò molti indemoniati, imponendo agli spiriti perversi di tacere. Non curò tutti gli infermi che gli furono presentati, perché per molti non sarebbe stato opportuno, e parecchi, forse, mancavano di fede per avere il miracolo. Il Signore non sempre può esaudirci nelle preghiere che gli rivolgiamo per ottenere grazie temporali, perché a volte esse possono essere di ostacolo a quelle spirituali. Dio non guarda solo il momento presente, ma guarda i nostri tempi futuri e l’eternità, e proporziona le sue misericordie al nostro vero bene. Che cosa ci gioverebbe riacquistare la salute se dovesse, poi, servirci a subire nuove pene temporali e a farci pericolare nell’anima? Anche nei celebri santuari dove si operano guarigioni ammirabili, non tutti vengono esauditi nelle preghiere fatte per il corpo, ma può dirsi che tutti vengono consolati nell’anima, come mostra l’esperienza. Sappiamo abbandonarci alla divina volontà, e sappiamo essere sicuri di Dio. Egli è infinita Carità, infinita Bontà, infinita Potenza, e non può volere che il nostro vero bene; tutto quello che ci può sembrare storto non deve turbarci, ma deve farci adorare profondamente la divina maestà. Mettiamoci al caldo dell’infinita bontà di Dio, e riposiamo tra le sue braccia; amiamolo con maggiore amore nelle tribolazioni, baciamo le sue mani soavissime, testimoniamogli una fedeltà piena, piena, incrollabile e teneramente filiale. Gesù Cristo guarì gl’infermi nella casa di san Pietro, dove commosse tutta la moltitudine; Egli continua a guarire l’inferma umanità dalla cattedra pontificia, poiché là Egli vive, dimora e manifesta la sua potenza. Nella casa di san Pietro c’era la suocera con la febbre, e Gesù, prima di operare i miracoli a beneficio di tutti, sanò la buona donna; Egli volle mostrare, così, che nella casa di Pietro può esservi anche la debolezza delle infermità umane e la febbre delle miserie umane ma che Egli cura queste miserie e le permette per mutarle in servizio dei disegni di Dio. Andiamo alla cattedra di san Pietro con piena fede, e rifugiamoci nelle braccia della Chiesa, mirabile ospizio d’amore, dove ogni giorno avvengono innumerevoli miracoli di misericordia e di grazia. Se intendessimo che cos’è la Chiesa, e che cos’è il suo centro vitale, il Papa, non saremmo così stolti da impressionarci delle calunnie che gli empi gettano sulla nostra madre benedetta, e le saremmo fedeli fino al martirio.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 31 gennaio 2015

L'indemoniato


Commento al Vangelo: IV Domenica del TO 2015 B (Mc 1,21-28)

La dottrina di Gesù. L’indemoniato
Dopo la chiamata dei primi quattro apostoli, Gesù andò in loro compagnia a Cafarnao, ed essendo giorno di sabato, entrò nella sinagoga e cominciò ad insegnare. Tutti rimanevano stupiti della sua dottrina – dice il Sacro Testo –, perché Egli insegnava come uno che ne aveva l’autorità, a differenza degli scribi che si rimettevano a ciò che insegnava la Sacra Scrittura, appoggiandosi alla sua autorità. Gesù Cristo annunciava un nuovo patto fra Dio e l’uomo, e spingeva le anime alla ricerca della Verità eterna, parlando come uno che agiva per una precisa missione divina, mentre gli scribi si limitavano a citare Mosè, e si trattenevano a parlare minutamente solo di usi e di prescrizioni esterne che attanagliavano lo spirito, anziché spingerlo al Signore.
Gesù Cristo parlava con autorità, e la sua parola si appoggiava a Lui stesso, Verbo eterno di Dio ed eterna Verità, suscitando nelle anime una grande pace e un immenso desiderio di Dio, ciò che non producevano gl’insegnamenti degli scribi. Lo stupore che provavano quelli che lo ascoltavano non era poi una sterile ammirazione, ma proveniva da una grande vita interiore che sbocciava sotto il calore della sua grazia e nei raggi della sua bontà.
La parola di Gesù era luce a se stessa, perché veniva dalla sfolgorante fonte della sua infinita sapienza.
Satana tentò di oscurare questa luce, e finse di volerla glorificare, sostituendo la propria testimonianza tenebrosa a quella della Verità per essenza. C’era, nella sinagoga, un uomo posseduto dal demonio, il quale, ascoltando Gesù che predicava, gridò: Che abbiamo noi a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a perderci? Io so chi sei tu, il Santo di Dio.
Satana voleva sostituire alla fede che la divina Parola suscitava nei cuori, la fede nella propria parola; voleva che avessero riconosciuto Gesù per Messia non per la testimonianza della divina verità, ma per la propria tenebrosa testimonianza, perciò non ebbe ritegno di dichiararsi estraneo al Signore, di mostrarsi terrorizzato di Lui, e di proclamarlo il Santo di Dio, cioè il Messia. Se il popolo l’avesse ascoltato, avrebbe creduto non per la divina autorità che si svelava, ma perché l’aveva detto satana. Per questo Gesù gl’impose di tacere e gli comandò di lasciare l’infelice che tormentava.
A primo aspetto sembra strano che il Signore abbia imposto silenzio a satana che lo proclamava Santo di Dio; ma la fede, come tale, non può appoggiarsi che sull’autorità di Dio che rivela, perché è assenso della ragione e dedizione della volontà a Lui per amore; qualunque altra testimonianza della verità non fa sorgere in noi la fede, ma tutt’al più uno sterile consenso a quello che sembra autorevole e sorprendente.
Satana ripete il suo triste gioco nello spiritismo, quando dai tavoli parlanti mostra di avere terrore della divina maestà e conferma la verità della fede; gli spiritisti vanno in giolito a quelle affermazioni, sembrando loro un argomento irrefutabile della bontà delle loro pratiche superstiziose, e non si accorgono che partono dal tavolino, credendo a satana più che a Dio, e che credono con un senso di sterile spavento che spegne in loro ogni scintilla d’amore.
Satana si mostrò per quello che era quando abbandonò il poveretto che ossessionava; egli, infatti, lo straziò, e uscendo da lui urlò forte come belva ferita; non poteva dare che tormenti, essendo spirito infelicissimo, e non poteva che urlare, non portando mai pace. Gesù Cristo, cacciandolo con piena autorità negli abissi con una sola parola, si manifestò Re potentissimo, tanto che le turbe rimasero stupefatte e, piene di gioiosa ammirazione, divulgarono in breve il fatto per tutta la Galilea

Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 24 gennaio 2015

Gesù annuncia il Regno di Dio



Commento al Vangelo: III Domenica del TO 2015 B (Mc 1,14-20)

Gesù annuncia il regno di Dio
San Marco sintetizza i discorsi di Gesù Cristo in poche parole: È compiuto il tempo e si avvicina il regno di Dio; fate penitenza e credete al Vangelo.
Egli mostrava che, secondo le profezie, era proprio quello il tempo nel quale doveva venire il Messia, e che, quindi, si avvicinava il regno di Dio, cioè la glorificazione di Dio nel cuore degli uomini e sulla terra. Con questo, risuscitava, nei cuori, la fede e la speranza nelle divine promesse, il desiderio di una vita migliore, condizione indispensabile per accogliere la grazia di Dio. Per questo soggiungeva: Fate penitenza, e credete al Vangelo. La penitenza era il rinnovamento interiore, nel rammarico di aver peccato, nel desiderio di riparare le proprie colpe, e nell’imposizione e nell’accettazione, liberamente fatta, di opere penose, in riparazione dei peccati.
La penitenza era il nuovo orientamento dell’anima al Signore, nel riconoscimento della divina Maestà, nell’umiliazione profonda al suo cospetto, nel desiderio di amarlo con tutto il cuore e sopra tutte le cose.

Lo spirito di vera penitenza
Gesù Cristo non predicava una penitenza esteriore, come quella dei farisei, ma voleva che l’anima si pentisse, si umiliasse, riparasse, e si presentasse al cospetto di Dio pura, fiduciosa, umile e confidente, vivendo una vita nuova. La penitenza corporale, del resto, non è tale se non in quanto produce o aiuta a produrre gli atti interni. Un rigore tutto materiale è fachirismo, non è amore; l’anima non punisce il corpo per mostrare in esso una forza di resistenza fisica, ma per contenerlo nei limiti, e aprire libero il varco allo spirito; non lo priva di un cibo per severità, ma perché sia minore il frastuono dei sensi, non lo percuote per sadismo, ma per scuotere attraverso la pena il torpore spirituale, e per unirsi alla Passione di Gesù Cristo; non gli inibisce la comunicazione col mondo per mancanza di gentilezza, ma proprio per non rendersi scortese col suo Signore. La penitenza è purificazione, ordine, disciplina dello spirito che produce nell’anima e nel medesimo tratto esterno una soavità gentilissima, facendo, per così dire, affiorare sul corpo stesso la luminosità interiore.
Era questa la penitenza che Gesù predicava, e perciò non impose ai suoi apostoli alcun rigore di vita, volendo che il loro cuore si formasse a mano a mano e si orientasse a Dio in una vita totalmente nuova. Egli esortava, pertanto, tutti a credere al Vangelo, cioè a prestare attenzione alla sua predicazione, e metterla in pratica, poiché, dalla sua parola, doveva venire l’indirizzo ad una vita nuova, e i suoi insegnamenti dovevano demolire tutto quello che di falso o di arbitrario gli scribi e i farisei avevano preteso aggiungere alla divina Parola.

Gesù chiama i primi apostoli

Quando Gesù predicava, la gente gli si affollava intorno, lo ascoltava, ne rimaneva più o meno commossa, secondo le proprie disposizioni; ma, presa dal vortice delle occupazioni terrene, difficilmente conservava nel cuore i suoi insegnamenti. Egli, perciò, credé necessario eleggere alcuni uomini, i quali, liberati dalle preoccupazioni temporali, avessero potuto seguirlo dovunque, raccogliere i suoi insegnamenti e trasmetterli agli altri. Egli non volse gli occhi ai sapienti, ai forti e ai grandi del mondo, ma a poveri pescatori, cioè a gente semplice, schietta, abituata ai pensieri del Cielo, perché dimorante nei pericoli del mare.
Dalle statistiche giudiziarie risulta che la classe dove è minore o quasi nullo il numero dei delitti, è proprio quella dei pescatori; Gesù, dunque, si rivolse a cuori sani per quanto ancora rozzi e difettosi, a cuori lontani dallo spirito del mondo, abituati alle silenziose solitudini marine, agli orizzonti vasti che dilatano l’anima in orizzonti più vasti. D’altra parte i pescatori erano abituati alle pazienti attese nel cercare il frutto della pesca, alle prudenti mosse nel difendersi dalle tempeste, alla costanza forte nel pericolo, ed Egli volle che queste belle qualità diventassero il carattere dei suoi apostoli; volle portare nel campo dello spirito le doti che un pescatore ha nel campo della vita naturale ed elesse, come pietre fondamentali dell’edificio che incominciava ad elevare, quattro pescatori.

La vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa

La vocazione di Dio è un mistero altissimo di grazia, è l’attrazione che Egli esercita personalmente su di un’anima, inducendola soavemente a seguirlo e a dargli la libera volontà e il libero consenso nei disegni che vuole sviluppare su di essa. È una luce interna che le fa vedere il cammino che deve percorrere, non solo come una via facile, ma anche come la propria via, la propria gioia, il proprio centro di vita.
Dio, chiamando, dà all’anima le disposizioni fondamentali della vocazione cui la elegge, e l’anima si sente disposta a quello che Egli le domanda, sebbene preveda asprezze o difficoltà nel suo cammino; non si sente solo affascinata, ma si sente convinta e persuasa, il che è sommamente importante; non obbedisce quasi ad un istinto cieco, ma segue una scia luminosa tracciatale da Dio, nella quale la ragione è profondamente illuminata; la vocazione, quindi, è tale placida luce interna che induce prontamente la volontà ad assentire alla divina volontà, e ad abbracciare i sacrifici che comporta il suo compimento.
Da questo, si capisce facilmente la natura delle false vocazioni a qualsiasi stato, determinate dall’insinuazione altrui, dall’illusione di trovare il proprio comodo, da calcoli d’interesse, o da fantasie fanciullesche, frutto più di volubilità di carattere che di mozioni interne. L’attrazione verso la forma particolare di vita, o di abito o di attività di un particolare stato può essere anche un segno della chiamata di Dio, o un’attrattiva che orienta l’anima verso la divina volontà, e la dispone alla sua chiamata.
«Venite: vi farò pescatori di uomini»
Gesù Cristo, passando lungo il lago di Genesaret, chiamato anche Mare di Galilea, vide Simone e suo fratello Andrea che gettavano le reti e, poco più avanti vide Giacomo e Giovanni che, insieme col padre e con i garzoni, rassettavano le reti. Questa circostanza c’induce a credere che, in quel giorno, avessero trovato difficoltà a pescare. Mentre, infatti, Simone e Andrea, di condizione meno agiata, gettavano le reti per tentare di nuovo di pescare qualche cosa, Giacomo, Giovanni e il loro padre Zebedeo, i quali, avendo dei garzoni con loro, dovevano essere più agiati, rassettavano le reti, avendo perso la speranza di prendere qualche pesce e non avendo bisogno d’insistere nel gettare le reti.
Gesù Cristo scelse questo momento di delusione, nel quale, psicologicamente, doveva sembrare più penosa la loro arte, e nel quale, quindi, era per essi più facile rinunciarvi. È naturale, infatti che, dopo una delusione sofferta in una speciale professione, si desideri abbandonarla, e che, offrendosi l’occasione di mutare stato, la si accolga come una liberazione.
I quattro apostoli avevano già sentito parlare di Gesù Cristo e lo avevano ascoltato; quando lo videro sulla riva con quella sua dolcissima maestà che li attraeva, illuminandoli, dopo aver visto poco proficua la loro professione che sarebbe stata, se remunerativa, l’unico vero ostacolo a seguirlo, non esitarono un momento e, abbandonato tutto, andarono dietro a Lui.
È evidente, dal contesto, che essi abbandonarono tutto non inconsideratamente, ma dovettero affidare a qualcuno la barca e le reti; Giacomo e Giovanni rimisero ogni arnese al padre che era con loro e ai garzoni, e Simone e Andrea forse affidarono tutto a loro; certo, san Pietro conservò poi la barca per uso del Maestro divino e, prima di darsi interamente all’apostolato, continuò, di quando in quando, a tratti, il suo mestiere; ma, nel momento della chiamata, tutti sentirono tale attrazione verso il Redentore che pensarono solo a seguirlo. Probabilmente non capirono il significato di quelle parole: Vi farò pescatori di uomini; ma capirono che era per loro una grazia e un onore grande seguire il Nazareno, la cui notorietà cresceva sempre più in mezzo al popolo.
Vi farò pescatori di uomini: essi che pescavano i pesci dando loro la morte, sottraendoli dal loro elemento di vita e spacciandoli poi come merce, dovevano pescare gli uomini, sottraendoli alla morte e donandoli a Dio come frutti d’amore. Dovevano allettarli con l’esca delle promesse soprannaturali, e far sì che, di loro libera volontà, fossero andati dal Signore; dovevano tirarli fuori dal mare del peccato e farli morire alla vecchia natura per rivivere nella grazia.

Vi farò pescatori di uomini: parola arcana che è stata il programma della vita della Chiesa in tutti i tempi, e lo sarà fino al termine dei secoli; essa getta sempre le sue reti con la predicazione, con l’apostolato e con la carità, e trae alla riva della vita eterna le anime; come il pescatore raccoglie nella rete i pesci buoni e cattivi, così anche la Chiesa raccoglie, nel suo seno, buoni e cattivi, e attende che il suo Re faccia poi la cernita nell'ultimo giorno.
Padre Dolindo Ruotolo