sabato 20 agosto 2016

SFOZARSI DI GIUNGERE AL CIELO



Commento al Vangelo della XXI Domenica TO 2016 C (Lc 13,22-30)
Don Dolindo Ruotolo
Sforzarsi di giungere al Cielo
Mentre Gesù s’incamminava verso Gerusalemme, un uomo gli domandò se erano pochi quelli che si salvavano. Perché gli fece questa domanda? Forse perché, avvicinandosi a Gerusalemme, considerò i peccati dell’ingrata città, o considerò i ruderi delle rovine causate dalle antiche guerre; forse anche perché avvicinandosi al centro, si constatava di più nel popolo il rilassamento e la corruzione.
Gesù Cristo non rispose direttamente alla questione proposta, perché essa non interessava gli uomini ma Dio. Che importa, infatti, a noi, sapere se sono pochi o molti quelli che si salvano? Ciò che è necessario, per noi, è salvarci e, poiché non c’è un destino di perdizione per alcuni o di salvezza per altri, salvarci dipende dal nostro sforzo nel fare il bene e dal nostro filiale appello alla divina misericordia.
Più che sapere il numero degli eletti, bisogna sforzarsi di appartenervi, senza presumere di poter avere una posizione di privilegio nel Paradiso solo perché la si è avuta sulla terra, facendo parte del popolo eletto. È questo il senso fondamentale della risposta di Gesù. Egli esortò ad entrare in Cielo per la porta stretta, cioè per la via delle rinunce alle passioni disordinate e della fedeltà alla divina Legge.
Il mondo crede stretta e opprimente questa via, e Gesù la chiama stretta in questo senso, ma, in realtà, la vera porta stretta e opprimente è quella del male, perché stringe l’anima nei lacci della più terribile schiavitù. La porta del Cielo appare stretta, ma in realtà è immensamente larga e bella; basta introdurvisi per intenderlo.
Porta stretta può chiamarsi anche l’ultimo epilogo della vita, quando si va a Dio con quello che si è operato, ed essendo finito il tempo della prova, non si può mutare più la propria condizione.
La giustizia divina allora è come una stretta, una valutazione precisa, evidente e perciò inappellabile della vita. Molti, in quel momento, vorrebbero entrare, cioè vorrebbero mutare la loro condizione, ma non lo potranno perché sarà chiusa la porta, sarà finita la vita del tempo, e non si potrà presumere di ricominciarla. Il pensare, come fanno tanti stolti, che dopo la morte si possa riprendere, in altro modo e in una nuova esistenza terrena, il cammino sulla vita, è una fantasia pericolosa; quando si è giunti si è giunti, e quando si è chiusa la porta della vita non c’è altra alternativa: o si rimane dentro col Padre di famiglia a godere, o si rimane fuori, nell’eterna perdizione, a soffrire.
Rivolgendosi direttamente al popolo ebreo, Gesù fa notare che la sua posizione di privilegio tra i popoli della terra non costituiva un titolo per il conseguimento dell’eterna gloria. Se non avranno operato il bene, si troveranno così lontani da Dio nell’eternità, com’è lontano dal padrone di casa uno che gli è completamente sconosciuto; saranno riguardati puramente e semplicemente come operatori d’iniquità, e saranno condannati alla perdizione eterna, lontani dai loro santi, e lontani anche da tutte le creature salve che verranno da ogni parte del mondo.
Avverrà allora che gli ultimi chiamati da Dio nel suo regno saranno i primi, e che i primi, cioè tanti che fanno parte del popolo eletto, chiamato per primo da Dio, saranno gli ultimi.
La via della salvezza è stretta, perché molti la insidiano e cercano di porvi ostacoli. C’è nel mondo una strana inimicizia contro tutto quello che è bene, un’inimicizia che viene da suggestioni diaboliche, e che a volte abbindola anche i buoni, rendendoli strumento di male involontariamente.
È necessario tirare dritto e guardare l’ultima Meta che dobbiamo raggiungere.


sabato 13 agosto 2016

Amore vero e sacrificio eroico

Commento al Vangelo della XX Domenica TO 2016 C (Lc 12,49-53)


Amore vero e sacrificio eroico
Molti hanno poetato sul nome di Roma, dicendo che è un nome d’amore: Roma = Amor. Essi non pensano però che, considerata, nella sua vita pagana, Roma è un amore rovesciato che equivale all’odio implacabile. Roma imperiale specialmente, ha disseminato il mondo di rovine e di stragi, asservendo tutto al suo imperialismo tiranno e alla fatua gloria di pochi capi. Tutte le storie, del resto, delle conquiste umane hanno questa triste eredità di odio e di sangue.
Gesù Cristo si proclama, invece, Conquistatore d’amore per il suo sacrificio cruento e pone come base del carattere cristiano l’amore, il sacrificio eroico e la carità. Egli è venuto a portare sulla terra il fuoco, non quello della distruzione ma quello della carità e desidera solo che esso si accenda; è venuto a portarlo, sottomettendosi Egli al completo sacrificio e ai dolori che dovevano inondarlo come un battesimo, e l’amor suo glieli fa desiderare con ansia vivissima che lo tiene in angustia finché non li abbia subìti tutti. Questo amore e questo sacrificio Egli li lascia come bella eredità anche ai suoi seguaci, poiché la conversione del mondo comporterà, per essi, il subire persecuzioni e dolori persino dalle persone più care di famiglia. Non c’è dunque da illudersi: la predicazione del Vangelo, contrastando le passioni umane, produrrà reazioni violente che saranno causa di gravi dolori agli apostoli della divina Parola e a quelli che li seguiranno.
Questo fu già annunciato dai profeti, ed il vederne il compimento dev’essere per tutti un argomento di verità. Gli scribi e farisei si condannavano da se stessi, rifiutando la verità, poiché sapevano distinguere gli aspetti del cielo dalle nubi o dal soffiare dei venti e non volevano distinguere i segni inconfondibili della venuta del Messia, nelle stesse persecuzioni che muovevano a Lui e ai suoi discepoli. Compivano essi stessi i vaticini dei profeti, e non si accorgevano che il loro compimento era il segno della maturità delle divine promesse.
L’allusione all’ostinazione degli scribi e farisei nel rinnegare la verità è come un inciso al discorso di Gesù, ed Egli, subito dopo, continua il suo annuncio profetico delle grandi persecuzioni che avrebbero sofferte i suoi seguaci, esortandoli alla mansuetudine, alla prudenza e alla carità. Era questa l’unica e grande forza alla quale dovevano far appello per difendersi, perché il cristiano è figlio di pace e messaggero di carità; deve cercare in tutto l’accordo, la tranquillità e la carità, evitando, con la prudenza, quello che può inasprire gli avversari e renderli più violenti.
È questo il programma della Chiesa, al quale essa rimane fedele nei secoli: di fronte alla brutalità dei suoi nemici che vorrebbero soffocarla cerca sempre l’accordo e la pace, e la sua diplomazia è sempre ispirata all’onore di Dio e al bene delle anime.

Dev’essere questo lo spirito di ogni suo ministro e di ogni suo fedele, poiché l’accordo con gli avversari, o almeno la prudenza nel trattarli, quando si mostrano incapaci di un accordo, salva il bene dall’estrema distruzione. Dalla parabola che Gesù dice è evidente che Egli non vuole che i suoi seguaci siano amanti di liti, poiché nelle liti ci sono le dissensioni, le avversioni, gli odi, e questo sta agli antipodi del bene che bisogna fare alle anime. Anche quando si ha ragione, in una lite che non compromette l’anima o la coscienza, bisogna cedere, per non correre rischio d’incontrare impedimenti nel fare il bene, e per evitare d’averne la peggio anche innanzi ai giudici, come spesso avviene
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 6 agosto 2016

Riguardarsi pellegrini sulla terra

Commento al Vangelo della XIX Domenica TO 2016 C (Lc 12,32-48)

Riguardarsi pellegrini sulla terra
Gli antichi, usando vesti lunghe, quando viaggiavano o lavoravano le raccoglievano con una cintura attorno ai lombi, per essere più spediti nei movimenti. Quando camminavano, poi, per andare ad una festa di nozze, celebrandosi essa nella notte, portavano le lampade accese. Gesù vuole che noi viviamo sulla terra con i lombi recinti, cioè come pellegrini, e che siamo come servi che aspettano il padrone che torna dalle nozze e che, non sapendo a che ora viene, stanno vigilanti nella notte.
La vita è una continua aspettazione della morte, e la morte è il momento solenne nel quale Gesù, Sposo della Chiesa, viene a prendere l’anima nostra per introdurla alle nozze eterne. Egli verrà improvvisamente e quando meno lo aspettiamo, perché nessuno sa il momento della morte.
La vita terrena è come una notte, perché non ha la vera luce della gioia, ed è una prova. Essa può riguardarsi quasi divisa in tre vigilie, come gli antichi dividevano la notte: la gioventù, la virilità, la vecchiaia. Il Signore può venire in ciascuna di queste vigilie, e bisogna che noi siamo vigilanti per accoglierlo, se vogliamo che Egli ci partecipi l’eterna gloria, quasi come un padrone che si cinge, fa sedere a mensa i suoi servi fedeli, e somministra loro il cibo. Il Signore, nella gloria, ci comunica la sua stessa felicità, e può dirsi veramente che Egli si cinge e ci alimenta, perché, nella sua grandezza, si proporziona a ciascun’anima e, secondo la capacità di lei, l’alimenta di beni eterni.
Nella notte della vita possono venire anche i ladri a rubarci l’anima, poiché i demoni stanno sempre in agguato, ed è necessario vigilare per non farsi derubare dei beni eterni. Viene il Signore improvvisamente e, come si sta vigilanti per attenderlo, bisogna anche vegliare contro le incursioni dei demoni che tentano di compromettere il momento dell’incontro dell’anima con Dio.
Ecco una visuale della vita che non può lasciar adito ad illusioni e non può rendere titubante il cristiano di fronte ai propri doveri: se egli è pellegrino, sta in una posizione provvisoria, nella quale non può estremamente interessarlo ciò che è temporale e tanto meno può interessarlo fino a compromettere i beni eterni.
Egli è pellegrino che aspetta Gesù nell’ultima ora della vita e l’aspetta senza sapere quando venga. Deve dunque essere pronto a riceverlo, facendosi trovare fedele, poiché tutta la vita è vana, anzi è perdizione se non risponde alla sua divina volontà. Viene la persecuzione, viene il ladro che vuole rubarci i beni eterni, e l’anima rimane incrollabile e salda, pensando alla venuta del Re immortale, al Giudizio e alla sentenza che Egli pronuncerà per noi.
Pietro, ascoltando questa istruzione, domandò al Maestro se l’aveva detta per tutti o solo per i suoi apostoli; egli avrebbe voluto intendere meglio che cosa significava per loro essere vigilanti e attenderlo, e domandò chiarimenti. Forse pensò che parlasse del suo regno temporale da essi atteso. Gesù Cristo non gli rispose direttamente, perché era chiaro che quell’istruzione riguardava tutti; ma gli rispose aggiungendo al suo discorso quello che riguardava in modo particolare gli apostoli, e in generale i ministri di Dio. Questi, infatti, non debbono vigilare solo per loro, ma anche per gli altri, dovendo essere dispensatori fedeli e prudenti dei doni di Dio alle anime.
Gesù Cristo esprime questo pensiero con un’interrogazione: Chi credi tu che sia il dispensatore fedele e prudente?, ecc. Lo esprime così perché era circondato dagli scribi e farisei, dispensatori infedeli e violenti. Egli voleva dirgli: «Credi tu che ci siano dispensatori fedeli e prudenti che diano a ciascuno quello che Dio elargisce per il bene delle anime?». E, senza scendere a particolari rimproveri, insiste sul dovere che un ministro di Dio ha di vigilare sulle anime e di compiere con grande accuratezza gli uffici che ha dal Signore verso di loro, pensando al rendiconto finale. Chi crede che la vita sia un divertimento o una ricerca dei propri comodi e, lungi dal curare le anime le maltratta, dandosi ad una vita disordinata, nel Giudizio sarà considerato come un infedele e sarà punito.

Con uno sguardo divino che abbraccia il futuro, Gesù guarda tutti i suoi sacerdoti e li paragona a quelli dell’antico patto; questi possono trovare un’attenuante nelle loro miserie, ma quelli, avendo conosciuto la volontà di Dio e avendo avuto molto di più, saranno puniti molto più severamente nel Giudizio, se avranno avuto la sventura di essere infedeli. Il forte carattere di un sacerdote, perciò, dipende dal concetto che egli si forma della missione che riceve da Dio. Tutti sono pellegrini sulla terra e debbono essere vigilanti, nell’attesa dell’ora di Dio; ma il sacerdote, oltre ad essere pellegrino, è anche dispensatore dei beni celesti ed è responsabile delle anime che gli sono affidate; egli, quindi, meno degli altri fedeli può considerare la sua vita con leggerezza, o condurla disordinatamente, quasi non avesse da renderne conto; egli ha ricevuto più di tutti, e più di tutti sarà punito nelle sue infedeltà.
Servo di Dio don Dolindo Ruotolo

sabato 30 luglio 2016

NON PREOCCUPARSI DEI BENI TERRENI

Commento al Vangelo della XVIII Domenica TO 2016 C (Lc 12,13-21)
Don Dolindo Ruotolo

Non preoccuparsi dei beni terreni
Mentre Gesù parlava per gettare nei suoi discepoli e nella sua Chiesa le basi granitiche d’un forte carattere cristiano di fronte alle lotte e alle persecuzioni, un giovane dalla turba lo interruppe, pregandolo d’intervenire con la sua autorità presso un suo fratello, per la divisione dell’eredità. Per simili questioni di testamenti e di eredità spesso i rabbini erano chiamati come giudici, e quel giovane, appellandosi a Gesù, volle appellarsi al più autorevole dei maestri.
Il Redentore guardava in quel momento i secoli futuri, considerava il cammino della sua Chiesa nel mondo, e gettava le basi del carattere cristiano di fronte alla vita terrena; si direbbe che era tutto preso da questa grande idea, e per questo si rifiutò di giudicare, dicendo: O uomo, chi mi ha costituito giudice o arbitro tra voi?
Egli era Giudice di tutti, e poteva essere arbitro, ma, in quel momento, si occupava della sua grande missione di Redentore, pensava alla sua Chiesa e protestava che Egli non era venuto per trattare di misere questioni di avarizia o d’interesse e non era costituito capo dell’umanità per questo.
Evidentemente quel giovane contendeva col fratello non per una questione di giustizia, ma di avarizia e domandava l’intervento di Gesù non per farlo arbitro assoluto, ma per avere da Lui una sentenza favorevole alla propria avidità; ora, Gesù non era costituito giudice e arbitro per assecondare l’avarizia e l’ingiustizia. Egli, poi, guardò più lontano e, rispondendo a quel giovane, volle gettare un’altra base del carattere cristiano, dicendo a tutti: Guardatevi con grande cura da ogni avarizia, poiché la vita dell’uomo non sta nella sovrabbondanza dei beni che possiede.
I beni materiali non sono la vita dell’uomo né possono costituire la sua meta, tanto meno può costituirla l’avidità di questi beni; il concentrarsi in questa sola preoccupazione è causa della viltà del carattere, poiché l’uomo non ha il coraggio di affrontare il mondo e la tirannide quando vuol salvare i propri interessi temporali, il proprio posto, l’impiego e la situazione nel mondo.
Egli, allora, diventa servile, accondiscende alla prepotenza degli empi, dissimula la propria fede e i propri doveri, è praticamente apostata della verità e del bene. Il non riporre la fiducia nei beni terreni e il non preoccuparsene è essenziale al carattere cristiano, perché l’arma preferita dai tiranni è proprio quella di spogliare e di affamare; per questo Gesù provò con una parabola quanto fosse vano riporre la speranza in quei beni che si debbono lasciare e quanto fosse stolto compromettere la propria situazione eterna per quello che è fugace e non può conservarsi.
Se ciò che si può avere in terra durasse sempre, sarebbe meno stolto attaccarvisi; ma, sapendo che inesorabilmente passa, e che è per noi una posizione provvisoria, è vera stoltezza stabilirvi il cuore.

La parabola di Gesù
Ecco la parabola che disse Gesù, la quale può applicarsi a ciascuna creatura. Ad un uomo ricco fruttò molto la campagna. L’abbondanza del raccolto gli dava una sicurezza incrollabile per l’avvenire e pensò di tutelare quella ricchezza per renderla stabile. Decise, perciò, di demolire i vecchi depositi, angusti e ristretti, e di fabbricarne altri più grandi. Era questa la sua sicurezza, e si riprometteva già una vita ricca e abbondante per parecchi anni, quando la voce di Dio gli si fece sentire, e gli disse che in quella stessa notte sarebbe morto.
A che cosa, allora, poteva servirgli quello che aveva raccolto se doveva lasciarlo? E di chi sarebbe stato il frutto delle sue fatiche? Non avendo egli pensato ai beni dell’anima che cosa poteva portarsi nell’altra vita, innanzi a Dio?
Ogni uomo si preoccupa di procurarsi un benessere materiale, una casa elegante, delle entrate sicure, delle comodità signorili, e fa spesso immensi sacrifici per riuscirvi, anzi a volte compromette persino l’anima sua. Ma i beni materiali non allungano la vita e tanto meno la rendono eterna; passano gli anni, i mesi, i giorni, e tutto deve lasciarsi. È un pensiero terribile che dovrebbe renderci sapienti.
Ci sono quelli che accumulano denaro, case, oggetti di arte, gioielli, monete d’oro, libri rari, e si attaccano a queste cose; ma a che servono? Dopo la morte vengono dilapidate dagli altri, e non danno altra eredità che una tomba! Chi si attacca a queste cose si preoccupa solo di conservarle, non ha il cuore libero in Dio, non ha un carattere capace di resistere al male e, posto nell’occasione, cade nell’abisso del peccato o dell’apostasia. A volte si teme più la privazione dei beni materiali che la morte stessa e, di fronte al pericolo di perdere la propria posizione, si rimane titubanti e si ricorre a tutti i sotterfugi dell’opportunismo.
È questa la vera causa dell’acquiescenza dei buoni alle prepotenze dei tiranni, ed è la causa per la quale questi finiscono per prendere il sopravvento. Si giunge ad ogni viltà e si accettano le più empie sopraffazioni, perché si teme per il posto, per la scuola, per l’avvenire materiale dei figli e si soggiace alle più turpi ed esiziali leggi anticristiane. Eppure basterebbe confidare in Dio e affrontare con intransigenza assoluta l’empietà, per costringerla alla resa.

Tutto è precario nella vita, fuorché la fiducia in Dio
Gesù Cristo, con parole tenerissime e paragoni mirabili esorta i suoi discepoli e i cristiani di tutti i tempi ad una fiducia così piena e illimitata in Dio da rendere il proprio carattere forte e incrollabile in qualunque prova: La vita vale più del cibo, e il corpo più del vestito; ora, Dio che ha dato la vita e che ha dato il corpo, non darà il cibo e il vestito a quelli che confidano in lui? Egli mostra la sua provvidenza persino negli animali e li provvede di cibo, benché essi non seminino, non mietano e non abbiano né dispense né granai. È un argomento perentorio sulla provvidenza di Dio, poiché è certo che nessun animale manca del suo cibo, pur non avendo speciali attitudini per accumularne riserve; esso va, lo cerca, e Dio glielo fa trovare; se si riscontra qualche eccezione a questa regola è proprio fra gli animali che convivono con gli uomini, e che dovrebbero essere più certi del loro sostentamento.
Per questo Gesù cita il paragone del corvo che vive liberamente nei campi. La sicurezza della provvidenza non viene dall’uomo ma da Dio, ed è proporzionata alla fiducia che si ha in Lui, non all’entità degli stipendi o delle entrate.
In questo il Signore ci vuole interamente abbandonati a Lui e mostra con i fatti come falliscono tutte le nostre iniziative per assicurarci una posizione materiale nel mondo. La nostra vera assicurazione sta in Dio, perché da Lui dipende la nostra vita.
Nessuno può accrescere la propria statura a furia di pensarci, se mai potrebbe diminuirla, consumandosi la salute nella preoccupazione. Ora se non si può fare quello che è meno, come si può pretendere di fare il più, provvedendo alla posizione stabile della vita? Quale posizione, poi, può essere mai stabile?
Se hai un posto, puoi perderlo o puoi ammalarti; se hai dei campi, possono isterilirsi; se delle case, possono crollare o essere oberate di tasse; se dei titoli di rendita, possono essere svalutati; se una persona cara che ti provvede, può venirti meno.
Tutto è precario fuorché la fiducia in Dio, il seguire la sua volontà, il servirlo e attendersi dalla sua bontà il sostentamento e il necessario alla vita.
Ecco i gigli del campo: non lavorano e non filano, eppure sono vestiti da Dio come neppure Salomone fu vestito nella sua magnificenza; ora, se Dio ha cura delle piante non l’avrà dell’uomo che lo serve e confida in Lui? Perché tormentarsi lo spirito nelle cose materiali, come fanno quelli che non credono in Dio? Pensare al proprio sostentamento sotto lo sguardo di Dio non è un male, ma tormentarsi lo spirito o, peggio, andare contro la divina volontà, presumendo di pensare meglio al proprio sostentamento e al proprio avvenire non è una vera pazzia?
Gesù, anzi, va oltre e insegna non solo a non tormentarsi lo spirito per accumulare o per procurarsi una posizione, ma ad allargarlo nella carità e nella generosità fatta per puro amore di Dio, e a cercare i beni eterni, per essere certi di avere anche quelli temporali. È una sublime legge della vita, questa, che rende l’anima veramente superiore a tutte le cose terrene, ed eroica nel conservare quei beni e quei tesori eterni che non periscono mai. Pensare che Dio si è compiaciuto di darci il regno, cioè costituirci come padroni nel mondo, confidando in Lui, e pensare che ci ha dato il regno, orientandoci alla vita eterna, è tale libertà e sicurezza di spirito da renderci dominatori del mondo, trionfatori della vita, e strumenti della divina provvidenza per gli altri.
Essere distaccati da tutto, vivere sempre provvisoriamente sulla terra, aspettare tutto da Dio e lavorare non tanto per guadagnare, quanto per compiere la sua volontà nella missione che ci dà: ecco il mirabile segreto di una superiorità placida di carattere e di una pace profonda che nessuno può turbare e nessuno può sopraffare.
Com’è commovente pensare: Dio si prende particolare cura di me, fino al capello del mio capo! Veder cadere un capello e pensare: Non è caduto senza la divina volontà ci fa sentire in pieno nelle braccia della divina provvidenza, e non ci fa apparire la vita come una confusione di eventi casuali o capricciosi.

Vivere non solo abbandonati alla divina provvidenza, ma esserne strumenti con la generosità, l’elemosina, il soccorso dato agli altri, guardando ai beni eterni che nessuno può sottrarci significa porre il proprio cuore nei cieli, cercarvi un eterno tesoro, e curare poco le violenze o le sopraffazioni degli uomini.
Padre Dolindo Ruotolo 

sabato 23 luglio 2016

La preghiera insegnataci da Gesù Cristo

Commento al Vangelo della XVII Domenica TO 2016 C (Lc 11,1-13)

La preghiera insegnataci da Gesù Cristo
Gesù Cristo, com’era solito, si era appartato in un luogo solitario per pregare, ed uno dei suoi discepoli, notando la grandiosa elevazione del suo spirito e l’illuminazione amorosa di tutta la sua persona, fu preso da un grande desiderio di pregare come Lui e gli disse: Insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli. È chiaro, da questa domanda e da luoghi paralleli, che gli apostoli riconoscevano di non saper pregare e avevano un desiderio tanto più intenso di farlo, quanto più affascinante era il loro Maestro nell’orazione.
Allora Egli rifulgeva d’amore e di maestà e conquideva, suscitando desideri di unione con Dio; la trasfigurazione del Tabor in fondo, fu una delle manifestazioni più belle della sua preghiera e ci dà un’idea della grandiosa maestà che Egli aveva quando si rivolgeva al Padre.
Egli, infatti, non era figlio di adozione ma consustanziale al Padre; non lo pregava perché avesse bisogno di domandare, ma per lodarlo, benedirlo e amarlo in nostra vece, e mettere così per noi quella base di meriti che mancavano alla nostra preghiera.
Domandava per noi, amando, in una perfettissima unione col Padre, ammirando e adorando i suoi disegni nella stessa luce dell’infinita sua sapienza e rifulgeva di singolare e arcana bellezza che affascinava e conquideva.
Come uomo e Mediatore degli uomini Egli supplicava il Padre per le nostre necessità e aveva sul volto tutto il fulgore della carità; come Figlio di Dio, Egli lodava, benediceva e amava il Padre, e splendeva dell’eterna Luce. Aveva la maestà di Dio e la tenerezza della più soave dolcezza: immobile, con lo sguardo al cielo e le braccia aperte in un’espansione d’amore, aveva il sorriso della più profonda intimità con Dio, e nello stesso tempo lo sfiorava l’angustia delle nostre necessità; tutto questo costituiva uno spettacolo ineffabile per gli apostoli, benché essi non giungessero ancora ad apprezzarne il valore.
È evidente che Gesù Cristo, assentendo alla supplica rivoltagli dal discepolo in nome di tutti, offrì una formula di preghiera che era l’eco della sua medesima orazione. San Luca non la riporta alla lettera e tralascia qualcuna delle domande, abbreviandola, forse perché conosciutissima e di uso comune, ma nella medesima formula più sintetica che ce ne dà c’è la sostanza di quella preghiera, e nella sintesi stessa il Signore vuole ammonirci che non ha voluto darci strettamente una formula esclusiva di preghiera, ma ha voluto tracciarci le linee direttive di tutte le nostre preghiere. Il Pater noster se può dirsi così –, è come bussola che orienta nella giusta direzione le nostre preghiere, e per questo la Chiesa ce lo fa recitare sempre al principio e al termine di tutte le ore canoniche, quasi per determinare innanzi a Dio il preciso significato e l’intenzione di tutte le sue petizioni.

Il Padre Nostro

Padre, ecco il modo come l’anima deve orientarsi a Dio. Non deve considerarlo col terrore superstizioso che avevano i pagani della divinità, espresso a volte dalle stesse forme dei loro idoli né col timore servile dell’ebraismo di allora che aveva deviato dallo spirito dei patriarchi; doveva riguardarlo come Padre, quindi come Creatore di tutto e come proprio Creatore, provvido e amorosissimo.
Il padre naturale dà la vita al figlio, amando, e la conserva amando, quando non è ridotto allo stato brutale dal vizio.
Dio dà la vita attraverso un atto della sua volontà infinita che è Amore; e la conserva con la provvidenza che è amore; l’anima, dunque, prega, confessando la realtà di Dio, il suo Amore e la sua provvidenza, e confessandola in un atto di viva fede. Se non c’è questa fede che ci fa parlare a Dio come all’Essere infinitamente esistente, sapiente ed amante, se non si ha con Lui l’intimità filiale che viene dalla fede veramente e praticamente sentita e convinta, la preghiera non supera la nostra povera atmosfera e diventa più uno sfogo della propria impotenza che una fiduciosa domanda fatta a Dio.
La vacuità di tante preghiere che facciamo sta proprio nella mancanza della fede vera in Dio. Molti, moltissimi, pregando hanno ancora lo spirito idolatrico; credono e non credono a Dio, lo ammettono e non lo ammettono, esitano nel loro cuore e, inconsciamente, vorrebbero metterlo alla prova, come può mettersi alla prova l’efficacia di una medicina.
Padre, sia santificato il tuo nome. Ecco una seconda direttiva assolutamente necessaria alla nostra preghiera: considerare tutto alla luce della gloria di Dio e volere tutto secondo i fini della sua volontà. A volte noi giungiamo alla stoltezza somma di voler imporre le nostre vedute e i nostri interessi umani al Signore, e rimaniamo, quindi, inetti e impotenti, nell’ambito delle nostre povere forze. Quando l’anima crede veramente e apprezza Dio per quello che è, domanda in piena sottomissione alle esigenze della gloria di Lui che è diffusione di misericordia e di bene anche per noi.
Come potrebbe aversi il calore del sole sottraendosi ai suoi raggi, e pretendendo di ridurli nell’ambito della propria meschinità? Il trionfo della luce del sole, e quindi la rimozione degli ostacoli che ne impediscono la diffusione, è anche il conseguimento pieno del nostro desiderio di calore vivificante.
Nell’orazione bisogna, dunque, dare a Dio il posto che gli spetta, e desiderare la vita a ciò che è necessario alla vita, unicamente per la sua gloria e per il trionfo del suo amore in noi, nella pienezza del suo regno: Venga il tuo regno.
Se si pondera veramente la meschinità delle nostre aspirazioni nella preghiera, volta tutta al compimento del nostro egoismo, e se si pensa che la massa del popolo ignora quasi completamente che cosa significhi amare Dio e desiderarne la gloria, non suscita più meraviglia che tante preghiere rimangano nella nostra povera cerchia, e sono inesaudite.
Nel tracciarci la direttiva delle nostre preghiere, Gesù Cristo distingue nettamente le esigenze della vita dell’anima da quelle della vita del corpo nella nostra condizione naturale. Per questo il Pater noster ha due parti determinate; alla vita dell’anima è necessaria l’intimità filiale con Dio, per la grazia che la rende sua figlia: Padre. In questa semplice parola c’è la sintesi stupenda delle elevazioni dell’anima negli splendori della grazia che la restaura, la santifica e la eleva. L’intimità con Dio è amore nelle sue molteplici gradazioni e sfumature e questo amore si sintetizza tutto nel desiderio di glorificare Dio e di farlo regnare nella propria vita e in quella di tutti.
Noi, quindi, domandiamo a Dio lo stato di grazia, l’amore verso di Lui, lo zelo per la sua gloria, la santificazione delle anime e il suo regno in tutte nel dominio soavissimo dell’amore. Tutte le grandi manifestazioni della vita della santità e della vita della Chiesa stanno in queste brevi e mirabili parole.
Per la vita del corpo, ordinata a quella dello spirito, noi abbiamo bisogno dell’alimento e di tutto quello che serve all’ordine e alla missione temporale della medesima vita: Dacci oggi il nostro pane quotidiano; abbiamo bisogno della pace, bene assolutamente imprescindibile da una vita che non sia concepita, come si fa oggi, quale esasperante tramestio di prepotenze e di oppressioni.
Ora la pace non è fuori dell’anima, e tanto meno può considerarsi come l’oppressione del più forte sul più debole; essa è tranquillità dell’ordine, e questa tranquillità viene dall’armonia della coscienza e da quella della carità: Rimetti a noi i nostri peccati, come noi li rimettiamo ad ogni nostro debitore. Siamo tutti miserabili, e nessuno può presumere di essere dappiù di un altro; ci confessiamo peccatori per avere il perdono e promettiamo perdono a quelli che ci fanno del torto. Così viene stroncato nella radice quello che disturba la pace.
Grazia di Dio in noi e carità verso il prossimo sono due beni spirituali dai quali dipende la tranquilla prosperità temporale della vita; i peccatori non hanno mai bene; anche quando satana si sforza di farli apparire prosperati, e dove manca la generosa carità, manca la benedizione di Dio. Satana sfrutta la posizione di alcuni – molto pochi in realtà rispetto alle masse –, che, non essendo più capaci di beni eterni, raccolgono come tenue premio di qualche opera buona, i miseri beni temporali; egli li presenta come esseri felici nel male, ma è una menzogna anche in questi la pace, perché sono infelicissimi nel loro cuore ed è una menzogna maggiore il far credere o il supporre che il peccato porti la prosperità.
No, la massa dei peccatori sta in mille tribolazioni, e la massa dei prepotenti è infelicissima, perché è stretta dai rimorsi e dalle angustie interiori che tolgono loro la pace. Che cosa sono i beni temporali senza la pace? E come si può avere pace senza il perdono di Dio e senza la grazia? Come poi si può avere la grazia e il perdono senza darlo a chi ci è debitore?
Quando la nostra preghiera per i beni temporali non sta su queste direttive precise è una preghiera vana; quando cioè non si domanda ciò che serve alla vita, e non più, e non lo si domanda nell’armonia della grazia e della carità, la preghiera diventa vana, e a volte può farci credere, per illusione diabolica che produca anche l’effetto contrario. Quanti hanno l’anima piena di avidità, di odio, d’invidia e di peccati di ogni genere e domandano a Dio non ciò che serve al corpo per la vita dello spirito, ma ciò che serve al corpo per la vita materiale, e si lamentano, poi, di non essere esauditi!
Quanti hanno peccati impuri che disordinano la vita, anche occultamente e senza che nessuno lo sappia, e si lamentano della miseria corporale che ne è immediata conseguenza! Quanti sono spietati nel giudicare e più spietati nell’inveire contro il prossimo, e pretendono da questa bolgia far risuonare la loro preghiera nei cieli, dove tutto è armonia soavissima di carità!
La vita è una prova di pochi anni, nei quali dobbiamo meritarci, per la grazia di Dio, il premio eterno. Questa prova ci viene dalla condizione stessa nella quale viviamo e può venirci anche dalle insidie e dagli assalti di satana. C’è, dunque, un terzo elemento della nostra vita terrena: la difesa nei pericoli. Senza la difesa provvida che può venirci solo da Dio la vita dell’anima è travolta dalla colpa e la vita del corpo dalle sventure. Perciò Gesù Cristo ci fa domandare a Dio: Non ci indurre in tentazione, cioè non permettere che ci vinca la tentazione e, nel provarci, Tu donaci la forza di esserti fedeli, riducendo le prove a causa della nostra fragilità.

Condizioni per essere esauditi: perseveranza nel pregare e pieno abbandono alla bontà di Dio
Gesù Cristo, a complemento della sua istruzione sulla preghiera, espresse in una parabola e in una analogia la necessità di perseverarvi e di abbandonarsi alla divina bontà. La parabola ha un significato profondissimo, pur sembrando, a primo aspetto che non possa applicarsi completamente alla relazione dell’anima con Dio: un uomo riceve a mezzanotte la visita di un amico che, viaggiando, gli domanda ospitalità.
Gli Ebrei, quando era il tempo dei grandi calori, viaggiavano di notte, e quindi non c’è da meravigliarsi che questo pellegrino abbia domandato ospitalità a mezzanotte. Siccome in Palestina non si era soliti avere provviste di pane, cocendosene ogni giorno quel tanto che bastava, l’amico del viaggiatore se ne trovava sprovvisto e, per non mancare ai doveri di ospitalità, andò a domandarne in prestito ad un suo conoscente, e bussò alla sua porta. Ma l’altro gli rispose che era già a letto con i suoi figli, non voleva essere molestato, e non poteva alzarsi per non svegliarli dal sonno. L’amico non si perse di coraggio a quella repulsa, ma continuò a picchiare con tanta insistenza che l’altro, non tanto per amicizia quanto per toglierselo davanti, scese dal letto e gli diede i tre pani che domandava.
Gesù Cristo soggiunse, subito dopo aver raccontato la parabola: Ed io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto, poiché chi chiede riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Dunque quella parabola aveva questo senso principale: Insistere per ottenere, insistere con la fede di ottenere, insistere perché Dio vuole da noi questa insistenza per esaudirci.
L’argomento generale di Gesù è dal meno al più: se l’amico che non voleva essere molestato e che non aveva la volontà di dare, finisce per assentire, se non all’amici-zia, almeno all’insistenza, quanto più Dio che vuol essere pregato e si diletta delle nostre insistenze filiali, ascolta ed esaudisce le nostre preghiere perseveranti.
Dio non si annoia delle nostre suppliche, non può annoiarsi, ma per esaudirci vuol essere pregato con l’insistenza che si avrebbe fino ad annoiare un altro.
Il Signore lo vuole per nostro bene, perché solo l’insistente preghiera ci addestra a parlargli filialmente e ci mette in comunicazione con Lui.
Se fossimo ascoltati alla prima domanda, le nostre preghiere sarebbero insignificanti.

Siamo come i motori che non si mettono in marcia se non vengono riscaldati dal medesimo movimento e abbiamo bisogno d’insistere nel domandare, per infiammarci il cuore e abituarlo a quello slancio d’amore che ci rende capaci di essere esauditi. Nella sua divina delicatezza, il Signore non vuole darci ciò che domandiamo per elemosina, ma richiede che la nostra insistenza sia come il contributo alla grazia che dobbiamo ricevere. Noi chiediamo alla sua potenza, cerchiamo alla sua sapienza e bussiamo al suo amore. Chiedendo insistentemente, la sua potenza sostiene la nostra debolezza; cercando, la sua sapienza guida le nostre forze; bussando il suo amore ci apre le porte della misericordia e supplisce quelle che le nostre colpe demoliscono.
Don Dolindo Ruotolo