sabato 16 settembre 2017

IL VALORE DEL PERDONO AGLI OCCHI DI DIO

Commento al Vangelo della XXIV Domenica TO 2017 A
(Mt 18,21-35)


Il valore del perdono agli occhi di Dio
San Pietro, come capo già eletto della Chiesa, e come colui al quale dovevano far capo le cause dei fedeli, accostatosi a Gesù gli domandò fino a quante volte dovesse perdonare un peccato, e subito, credendo di proporre un limite di generosità, domandò se doveva farlo fino a sette volte. Ma Gesù gli disse: Fino a settanta volte sette, cioè quasi senza confini, perché la misericordia usata verso i peccatori attrae la misericordia di Dio verso la Chiesa e i suoi membri, avendo tutti dei debiti più o meno gravi, innanzi al cospetto divino.
La parabola del debitore dei diecimila talenti
Per confermare questa verità, Gesù raccontò la bella parabola del debitore dei diecimila talenti e di quello di cento denari. Diecimila talenti, se computati col talento antico d’argento, usato in Palestina ai tempi di Gesù, equivalevano a circa 55 milioni, se computati col talento ebraico, equivalevano al doppio.
Il servo infedele, dunque, era debitore di una somma enorme, impagabile nonostante ogni suo sforzo. Simbolo bello questo del peccato diretto contro Dio che non può soddisfarsi senza una misericordia infinita. Cento denari equivalevano a circa 86 lire, e stabiliscono nella parabola la proporzione dell’offesa fatta a noi in confronto di quella fatta a Dio.
Se il Signore è tanto misericordioso con noi da perdonarci con un semplice atto di supplicante penitenza, anche noi dobbiamo essere misericordiosi verso chi è debitore verso la società, verso la Chiesa, o verso di noi di offese, o di danni.
Gesù condanna assolutamente la spietatezza verso i poveri peccatori, anche se questa spietatezza sembrasse giustificata dalla necessità di conservare l’ordine. La spietatezza non produce alcun bene: soffoca, opprime, toglie la libertà di rinsavire, inasprisce, ottenebra.

Bisogna dunque compatire e perdonare, poiché questo è l’esempio che ci dà Dio, e questo è il retaggio che Gesù Cristo ha lasciato alla sua Chiesa, perdonando sulla croce anche ai suoi crocifissori. Dobbiamo avere, sì, orrore del peccato; riproviamolo, condanniamolo, ma abbiamo misericordia per il peccatore, pensando che anche Dio ci ha usato tante misericordie, molto maggiori di ogni nostra valutazione. Certe forme di zelo spietato non piacciono a Dio, e praticamente non giovano a nulla, poiché la durezza inasprisce e incancrenisce le piaghe. Se invece di essere spietati si pregasse per i poveri traviati, quanti frutti di penitenza si raccoglierebbero nella Chiesa
Don Dolindo Ruotolo

sabato 9 settembre 2017

La correzione la preghiera e la misericordia

Commento al Vangelo della XXIII Domenica TO 2017 A 
(Mt 18,15-20)


La correzione, la preghiera e la misericordia
Avendo parlato dell’importanza di evitare gli scandali, Gesù parla della necessità di eliminarli dalla sua Chiesa che è l’arca di salvezza per tutte le anime, esortandoci alla correzione fraterna scambievole. Se uno ha mancato contro di te – cioè se ha commesso un’azione che ti dispiace perché scandalosa, offendendoti in ciò che ti dev’essere più caro di qualunque tesoro, cioè la gloria di Dio –, tu va’ e riprendilo fra te e lui solo. Cerca cioè di fargli capire il male che ha fatto, ed esortalo ad emendarsi.
Se lo scandaloso non ascolta la correzione, è necessario fargli parlare anche da altri, affinché l’autorità di una o più persone lo convinca, come si fa in un giudizio legale. Se neppure così si emenda, bisogna avvertirne l’autorità della Chiesa, affinché provveda con le sue esortazioni o con le sue sanzioni. Se non ascolta neppure la Chiesa, allora questa lo recide da se stessa, e lo scandaloso dev’essere evitato come un pagano senza fede o come un peccatore pericoloso per gli altri. Gesù ci avverte che ciò che legherà la Chiesa sarà legato nel Cielo, e ciò che scioglierà sarà sciolto nel Cielo, e quindi non è da prendersi alla leggera una sentenza da essa pronunciata. Questo è l’estremo rimedio contro gli scandalosi.

Ma Gesù non vuole che si giunga a questo che in estrema necessità perché si può vincere un’ostinata volontà con la preghiera in comune e con la misericordia; per questo ci dice che la preghiera ispirata dalla carità è ascoltata dal Cielo, e che Egli stesso, Redentore delle anime, sta in mezzo a quelli che si uniscono nel suo Nome per salvarle. Gesù Cristo, dicendo questo, parlava anche dell’efficacia di qualunque preghiera fatta in comune, ma direttamente intendeva parlare della preghiera fatta per gli scandalosi, volendo, con questo, insinuare maggiormente la necessità di usare misericordia. Perciò san Pietro, come capo già eletto della Chiesa, e come colui al quale dovevano far capo le cause dei fedeli, accostatosi a Gesù gli domandò fino a quante volte dovesse perdonare un peccato, e subito, credendo di proporre un limite di generosità, domandò se doveva farlo fino a sette volte. Ma Gesù gli disse: Fino a settanta volte sette, cioè quasi senza confini, perché la misericordia usata verso i peccatori attrae la misericordia di Dio verso la Chiesa e i suoi membri, avendo tutti dei debiti più o meno gravi, innanzi al cospetto divino.
Don Dolindo Ruotolo

domenica 3 settembre 2017

Commento al Vangelo della XXII Domenica del T.O.(Mt 16,21-27)

Commento al Vangelo della XXII Domenica del T.O.(Mt 16,21-27)



21 Da quel momento, Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che egli doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto a causa degli anziani, degli scribi e dei principi dei sacerdoti, che doveva essere ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22 Pietro, allora, presolo in disparte cominciò a riprenderlo, dicendo: “Non sia mai, o Signore, questo non ti avverrà”. 23 Ed egli, voltandosi, disse a Pietro: “Vattene lontano da me satana! Tu mi sei di scandalo perché non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”. 24 Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25 Poiché chi vorrà salvare la sua vita la perderà, e chi perderà la sua vita per me la troverà.26 Che vantaggio, infatti, avrà l’uomo nel guadagnare tutto il mondo, se poi perde l’anima? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua? 27 Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue opere.
Gesù Cristo rimprovera sanPietro
Dopo la confessione solenne che san Pietro fece della divinità di Gesù Cristo sarebbe sembrato logico che quella grande verità fosse stata divulgata in mezzo al popolo; invece il Redentore comandò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che Egli era il Cristo. Il dirlo avrebbe attratto su di loro l’ira degli scribi e dei farisei, la quale, cogliendoli ancora impreparati, li avrebbe travolti. D’altra parte, essi, in quel momento, avrebbero travisato la verità, aspettando, come tutti gli Ebrei, il regno trionfante del Messia e avrebbero potuto provocare un movimento politico nel popolo, per far proclamare re temporale il Redentore. Gesù Cristo volle prepararli a concezioni diametralmente opposte a quelle che essi avevano su di Lui, e cominciò a parlare loro della sua Passione e della sua futura risurrezione. Gli apostoli non badarono tanto all’annuncio della risurrezione, e si sgomentarono della profezia delle lotte e delle pene.
San Pietro, come capo proprio allora proclamato, credé di intervenire con autorità e, preso in disparte Gesù, cominciò a rimproverarlo del discorso fatto, e ad annunciargli, con una presuntuosa sicurezza, che ciò che Egli aveva detto non doveva avverarsi di Lui e non si sarebbe avverato.
Era lo stesso che voler sconvolgere i piani della Provvidenza; era lo stesso che voler impedire la redenzione; quelle parole erano una tentazione. Satana indusse Pietro a pronunciarle, quasi per vendicarsi della confessione solenne che aveva fatta della divinità del Redentore, e per questo Gesù lo chiamò satana e lo scacciò lontano da sé.
Il suo amore fu immenso nell’annunciare la sua Passione, poiché non vedeva l’ora di dare la vita per noi, e le parole inconsiderate di san Pietro gli ferirono il Cuore, acceso d’infinita carità.

La via della croce
Non c’era da illudersi con aspirazioni terrene, non c’era d’aspettare un trionfo politico; Egli doveva e voleva immolarsi, e chi avrebbe voluto seguirlo doveva andargli dietro caricato di croce, dopo aver rinnegato se stesso, la propria volontà e le proprie aspirazioni. Non c’era altra via di salvezza e chi avesse voluto salvare la propria vita, cioè conservare le sue false gioie e le sue illusioni, avrebbe perso la vera, la nuova vita che Egli veniva a dare alle anime. Egli non veniva a restaurare un regno terreno né valori materiali, ma veniva a restaurare il regno dello spirito e i valori soprannaturali. Che cosa, infatti, avrebbe portato di bene all’anima una restaurazione temporale? Anche se avesse portato la prosperità che cosa sarebbe stata questa piccola prosperità, di fronte ai supremi ed eterni interessi dell’anima?
La vita passa e viene il giorno nel quale si deve rendere conto di tutto al Giudice eterno; allora nulla varranno onori, ricchezze e piaceri, poiché nulla può darsi in cambio dell’anima.
Nel giorno del Giudizio, Gesù Cristo verrà nella gloria del Padre suo, cioè nel fulgore della sua divinità, e renderà a ciascuno quello che avrà meritato; il merito non potrà computarsi con la misura che ha il mondo; tutto quello che fa grandi sulla terra sarà nullità in quel giorno, e perciò è conveniente rinnegare se stessi, prendere la croce e camminare in compagnia del Re divino verso la vita eterna.
Queste parole avrebbero potuto scoraggiare gli apostoli, e forse già si affacciava nel loro cuore una delusione nascosta. Avevano sospirato al regno glorioso del Messia, e sentivano parlare di abnegazione di croce; avevano sperato un’immediata proclamazione del Re, trionfatore dei nemici d’Israele, e sentivano parlare di dover perdere tutto per poter guadagnare un regno invisibile; il loro cuore stava per naufragare nel dubbio e perciò Gesù li confortò, annunciando vicino il suo regno, e dicendo che alcuni di quelli che erano presenti avrebbero visto la sua venuta,prima di morire.
Venuta di Dio nelle Scritture significa Giudizio di Dio e manifestazione della sua potenza (cf Is 3,14; 30,27; 66,15-18; Ab 3,3ss); Gesù, avendo parlato della croce e avendo accennato al Giudizio – suprema manifestazione della sua potenza –, predice una prima manifestazione di questo Giudizio nel castigo che avrebbe avuto Gerusalemme ingrata, castigo che sarebbe stato relativamente a breve scadenza e che alcuni di quelli che lo ascoltavano avrebbero visto. Allora il suo regno si sarebbe dilatato in tutto il mondo e la Chiesa si sarebbe affermata maggiormente. Con questa speranza, gli apostoli sentirono che si preparava qualcosa di grande in un prossimo futuro, e sentirono il coraggio di seguire ancora Gesù Cristo.

Per la nostra vita spirituale
Ecco tracciato, in questo capitolo, un prospetto della vita cristiana nella sua medesima essenza: si cammina nel mondo come in un campo di prova e bisogna guardarsi dal lievito dei cattivi cioè dal male che ci insidia e tenta di corromperci. La vita ha anche le sue necessità e bisogna, in esse, confidare in Dio, affinché la sollecitudine delle cose temporali non ci distragga dai beni eterni. Nel nostro cammino, la luce che ci illumina è Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo – come ci è mostrato dalla Chiesa –, e il Papa che ne è vicario, e che è maestro infallibile di verità e di bene.
Satana tenta di illuderci con prospettive di benessere materiale, ma la via del Cielo non è questa: è necessario rinnegarsi, prendere la croce e seguire Gesù; rinnegarsi credendo, sperando e osservando la divina legge, prendere la croce, accettando le pene espiatrici e purificatrici della vita, e seguire il Redentore integralmente, senza cedere in nulla alla nostra bassa natura, pensando che nostro supremo guadagno è la vita eterna è la salvezza dell’anima che nulla può sostituire, perché, se si perdesse, la sua rovina sarebbe irreparabile.
        Si deve notare che Gesù Cristo non ha detto: Rinneghi le cose terrene, ma rinneghi se stesso, perché la vita cristiana risiede principalmente nell’anima e non è una posa, come quella dei filosofi, o un’ipocrisia, come quella dei farisei. Rinnegarsi abbracciando la via della virtù;prendere la propria croce abbracciando con pazienza le prove della vita; seguire Gesù, cioè tendere a Lui, e per Lui, con Lui e in Lui all’eterna gloria.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 26 agosto 2017

LA CONFESSIONE DELLA DIVINITA' DI GESU' CRISTO

Commento al Vangelo della XXI domenica del T.O. (Mt 16,13-20)
LA CONFESSIONE DELLA DIVINITA' DI GESU' CRISTO


Tra le incertezze che agitavano l’anima degli apostoli a causa della propaganda degli scribi e farisei Gesù volle diffondere un raggio di luce viva, inducendo i suoi cari a risvegliare in loro quella fede che era quasi attutita. Egli andò nei pressi di Cesarea di Filippo – città posta ai piedi dell’Ermon –, e in un momento di maggior pace e solitudine domandò loro che cosa dicessero di Lui gli uomini. Essi gli risposero, accennandogli le varie opinioni che si avevano di Lui. Questa esposizione doveva far riflettere loro che le varie opinioni non erano la verità, perché questa non poteva essere che una sola.
Subito dopo, illuminandosi di luce divina e fissando con uno sguardo arcano i suoi cari, domandò: E voi chi dite che io sia? All’opinione degli uomini bisognava opporre la parola della verità, ed Egli volle che la pronunciasse decisamente Pietro che doveva essere il maestro della verità, lui e i suoi successori, fino alla consuma-zione dei secoli.
Una luce interiore gliela rivelò ed egli, acceso d’un tratto d’amore, senza esi-tare, gridò con sicurezza assoluta: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Fu un momento solenne, una definizione dogmatica che si scolpì nel fonda-mento stesso della Chiesa, una luce di verità che si accese per illuminare i secoli. Fu come il crisma che consacrò la voce del principe degli apostoli, la luce di una nuova beatitudine, quella della verità che non conosce ombre che è assoluta e immutabile, e perciò Gesù, rivolto a Pietro, lo chiamò beato per quella rivelazione che gli era venuta dall’Alto e che non gli era stata suggerita dalla carne e dal sangue, cioè dalla debolezza dell’umana natura e dell’umana ragione. Lo chiamò beato anche per quello che voleva annunciargli, e si potrebbe dire che Gesù stesso, con questa parola, abbia assegnato al primo Papa e ai suoi successori il titolo della loro dignità: la beatitudine, la santità. Il Papa è chiamato santità perché è il vicario del Santo dei santi, è custode della verità e del bene: i due capisaldi della santità; è Colui che ha come programma del suo regno la santità.
Gesù, all’elogio fatto a san Pietro, fece seguire la promessa di un regno di nuovo genere, dicendogli: E io ti dico che tu sei Pietro e sopra questa pietra edifi-cherò la mia Chiesa, e le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa.
In aramaico, la lingua usata da Gesù Cristo, non c’è differenza di genere tra il nome proprio Pietro e il nome comune pietra, ma l’uno e l’altro si esprimono con la parola kefas che significa rupe, macigno, perciò è chiarissimo, dal contesto mede-simo, che Gesù volle esplicitamente riferirsi a san Pietro come a fondamento della sua Chiesa. Egli non additò se stesso – come dicono i protestanti –, perché questo gesto non risulta in nessun modo dal Testo e dal contesto, ma parlò a san Pietro proprio come al futuro fondamento saldissimo della Chiesa. Le sue parole, nella lingua nella quale furono pronunciate, equivalgono a questo: Tu sei Pietro e su que-sta pietra io edificherò la mia Chiesa; non parlò, dunque, di altri che di Pietro e, promettendogli di farlo capo e fondamento del suo regno, gli promise la forza di di-fesa soprannaturale, la giurisdizione giudiziaria e il potere della sanzione.
Pietro, dunque, doveva essere il capo della Chiesa non per onore, ma il capo difeso da invisibili eserciti, il capo che comanda e sanziona, e alla cui voce risponde il Cielo, cioè la potenza di Dio.
Gesù Cristo non poteva, in una maniera più completa e sintetica, annunciare e promettere la suprema autorità del Papa nella Chiesa.
Le porte dell’Inferno cioè le potenze infernali, non potranno prevalere contro la Chiesa che è il nuovo popolo di Dio, proprio perché essa avrà un unico capo e sa-rà sorretta dalla compagine dell’unità. Dire che le porte dell’Inferno non prevar-ranno è lo stesso che annunciare la guerra che le potenze infernali faranno alla Chiesa, e la sua vittoria in ogni tempo, fino alla consumazione dei secoli, poiché essa non potrà mai morire.
Come è ammirabile la luminosa laconicità delle parole di Gesù Cristo e come sintetizzano la natura e la storia della sua Chiesa e della potestà del Papa! D’allora ad oggi nessuno potrà negare che esse si siano avverate, e che tra il fluttuare delle vicende umane siano rimasti sempre incrollabili la Chiesa e il suo capo! Dopo la ri-surrezione, Gesù donò a san Pietro ciò che gli aveva promesso (cf Mt 16,18) e i po-teri che gli diede, riguardando un’istituzione immortale, dovevano di necessità tra-smettersi ai successori.
San Pietro, nominato sempre per primo in tutti i Vangeli, esercitò difatti la sua supremazia, come si vede chiaramente negli Atti degli Apostoli. Egli, dunque, è il capo incontrastato della vera Chiesa. Del resto, sarebbe assurdo pensare che Gesù Cristo avesse potuto istituire un organismo che è una vera società visibile, senza un capo visibile; se l’avesse fatto, avrebbe creato un regno diviso, destinato a perire come si dividono e periscono le sette che si distaccano dal vicario di Gesù Cristo.
Oggi che l’onda limacciosa dell’ateismo, e quindi della violenza, tenta cancel-lare dalla faccia della terra ogni culto e ogni idea di Dio, i poveri protestanti, invece di farsi seminatori di scandali e di discordie, devono sinceramente convertirsi al Si-gnore e riunirsi alla sua Chiesa.
Se non lo fanno diventano – come già è avvenuto dove ferve la persecuzione contro la Chiesa –, i cooperatori degli scelleratissimi empi e i manutengoli dei loro tenebrosi disegni.
Niente può sostituirsi alla Chiesa e nessuno può soppiantare il suo augusto Capo; solo la Chiesa vive delle ammirabili ricchezze di Gesù Cristo, e solo il Papa le trasmette in essa, quasi cuore e cervello di quell’organismo meraviglioso.
Chi si apparta dalla sua autorità perisce come un organismo che ha i centri vi-tali paralizzati. La Chiesa e il Papa sono mirabili frutti della redenzione dai quali sbocciano tutti gli altri; chi li disprezza, raccoglie la zizzania, credendola grano, anzi raccoglie la rovina temporale ed eterna.
 Don Dolindo Ruotolo

sabato 19 agosto 2017

LA CANANEA

La Cananea

Commento al Vangelo della XX Domenica TO 201 A (Mt 15,21-28)



La Cananea

Gli scribi e farisei, nelle loro opposizion
i al Redentore, non si contentavano solo di parole, ma tentavano passare ai fatti e ordivano congiure contro di Lui, per liberarsene. Gesù Cristo, per impedire una recrudescenza del loro odio, si allontanò dalla pianura di Genesaret, dove si trovava, e passò nelle parti di Tiro e Sidone, cioè tra gente cananea. Egli annunciava così, con i fatti, che la parola della verità, rigettata dal popolo ebreo, sarebbe passata ai pagani; non andò in quei luoghi per evangelizzarvi il popolo, ma per indicare quello che sarebbe avvenuto in futuro e, conoscendo tutto, vi andò per mostrare con un esempio pratico agli apostoli, disorientati dalla propaganda farisaica che cosa significasse aver fede. È evidente dal contesto che Egli stesso attrasse a sé la povera Cananea che andò a supplicarlo per la figlia indemoniata; anzi può dirsi che sia andato esclusivamente per lei in quelle contrade, non avendovi operato altro.
La fama dei suoi miracoli si era sparsa in ogni luogo, e forse la Cananea aveva tante volte desiderato incontrarsi con Lui, per supplicarlo in favore della figlia. Forse aveva pregato con viva fede, credendolo il Messia; di fatto avvenne che, appena saputo della sua presenza, gli corse incontro, chiamandolo Figlio di Davide e Signore, e rivelandolo come Colui che doveva venire.
La sua preghiera fu semplicissima: ella espose il suo caso doloroso, e lasciò a Lui la cura di pensarci.
Pregò con fede nel chiamarlo Figlio di Davide, con umiltà nell’implorarne pietà e con fiducia, esponendogli il suo caso doloroso tra grida di suppliche. Gesù non le rispose nulla: sembrò insensibile a quell’angoscia materna, Egli che aveva un Cuore infinitamente tenero.
La donna non si scoraggiò ma continuò a gridare e gli apostoli, presi dalla compassione, lo supplicarono di accontentarla. Egli rispose che non era stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele.
Con queste parole non intese dire di non voler esaudire la preghiera di quella donna, ma volle mostrare agli apostoli, con una durezza che li addolorava, quanto era contrario alla carità la crudeltà di chi s’irrigidiva in una legge esteriore, senza tener conto del suo spirito.
Dal suo Cuore, però, partivano raggi di carità invisibili che colpirono la donna, la resero più ardita e la fecero avvicinare a Lui, implorando aiuto. Gesù rispose che non era bene prendere il pane dei figli per darlo ai cani. Chiamò cani i pagani, non perché il suo amore li stimasse tali, ma perché così li riguardavano gli scribi e i farisei.
Intenzionalmente volle far sentire agli apostoli, in un contrasto con una madre supplicante, quanto fosse ingiusto il disprezzo che gli Ebrei avevano dei pagani. Essi, vedendo quel disprezzo in confronto con Lui, Carità per essenza, ne distinguevano di più l’orrore. Egli, poi, dicendo una parola così dura alla povera Cananea, le fece sentire, contemporaneamente, con quale carità la riguardava; il suo Cuore divino la provava e le dava la grazia per resistere alla prova. La Cananea, infatti, rispose con maggiore fede che anche i cagnolini mangiavano le briciole che cadevano dalle mense dei loro padroni. Era indegna del pane dei figli, e come cagnolina voleva raccogliere solo una briciola di quella potenza taumaturga con la quale Egli colmava di benefici tanti poveri infelici. Questa era la più grande espressione di una fede umile e sincera, e Gesù, mutando d’un tratto atteggiamento, ed elogiando tanta fede, la esaudì e, a distanza, con una parola d’onnipotenza, le sanò la figlia.
La lezione era tutta rivolta agli apostoli titubanti; essi dovettero riconoscere che non avevano quella fede profonda che sa resistere alle prove; dovettero capire quanto superiore agli scribi e farisei era quell’umile donna che aveva nel cuore un tesoro di fede sul Messia, e si sentirono rinfrancati nello spirito. Gesù, poi, partito di là, e andato verso il mare di Galilea, cioè sulla riva orientale del lago di Genesaret, vi operò moltissimi strepitosi miracoli, confermando così la fede dei suoi apostoli.
Muti, ciechi, zoppi, storpi e molti altri infermi sperimentarono la sua potenza e ne furono consolati spiritualmente e corporalmente.
Quante volte, pregando, ci sembra che Gesù Cristo, la Madonna e i santi non ci ascoltino, e l’anima si disorienta, a volte, fino a sentir venir meno la fede! Quante volte, in questi momenti di tenebre, satana ci suggerisce che è vano pregare e ci getta in una cupa disperazione che è forse il tormento maggiore della vita! Eppure, in quei momenti di oscurità, proprio allora, dobbiamo intensificare la preghiera, perché la fede esca ingigantita dalla prova e ottenga grazie maggiori di quelle che ha richieste. Si può dire, con assoluta certezza, che nessuna preghiera è vana, e che quando non ci vediamo esauditi ci si prepara una consolazione più grande, temporale ed eterna. Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti: siamo figli del Padre celeste, ed Egli ci riserba il suo pane, cioè la ricchezza delle sue misericordie.

Padre Dolindo Ruotolo