sabato 22 luglio 2017

La parabola del seminatore



Commento al Vangelo della XVI Domenica TO 2017 A (Mt 13,24-43)
Don Dolindo Ruotolo
La parabola del seminatore
La prima parabola che propose al popolo era come uno sguardo che dava al cuore e alle disposizioni del suo uditorio, poiché in quel momento Egli gettava la semente della divina parola nelle anime e la gettava con vario frutto. Un seminatore che lasciasse cadere la semente sulla strada fra i sassi e fra le spine non sarebbe un seminatore accorto ma, avendo sovrabbondanza di semi, la sua stessa ricchezza gliene farebbe cadere una parte sulla strada, tra le pietre e tra le spine. Gesù Cristo è venuto in terra per seminare la divina parola, è venuto con una sovrabbondanza di misericordie per salvare tutti e per dare a tutti i mezzi di salute; Egli, dunque, semina dovunque, anche nei cuori duri, benché sappia che, in realtà, la sua semente andrà perduta; benefica tutti, muore per tutti senza preferenza di persone, e attende il frutto della corrispondenza umana.
È sempre Gesù che fa la grande semina della divina parola, perché gli apostoli e i loro successori lo rappresentano e agiscono in suo nome; la semente che Egli dona è sempre buona e atta a germinare, perciò non c’è caso nel quale l’uomo possa dire di aver ricevuto un aiuto insufficiente; non è cattiva la semente, ma la terra dove essa cade, quando non produce frutto, o lo produce imperfettamente.
Il seminatore viene dalla strada col grembiule pieno di semi e, logicamente, per entrare nella terra, percorre prima un tratto di strada, poi attraversa le macerie del campo, poi la siepe irta di spine e infine va nella terra buona e fino ai luoghi meglio esposti e più ubertosi. È questa la ragione per cui, dal grembiule sovraccaricato, sfugge parte della semente sulla strada, tra le pietre e tra le spine. Anche il predicatore della divina parola, per giungere alle anime capaci di fecondità, deve parlare a tutti, e passa quasi per la strada del mondo tra le pietre delle anime superficiali, e tra le spine di quelle assalite dalle passioni.
Il popolo ebreo fu per Gesù come la strada per giungere a tutte le anime e, in mezzo ad esso, la parola fu come divorata dal maligno, senza portare frutto. Dagli Ebrei la parola passò ai popoli circostanti e ai Greci, dove sembrò germinare perché accolta con esultanza, ma poi non fruttificò perché cadde tra le pietre della cultura umana e non pose radici. Dal mondo greco passò a quello romano, irto di spine di passione, e fu soffocata dalle sollecitudini del secolo presente e dalla seduzione delle ricchezze. Essa, però, trovò la terra buona nelle anime che sinceramente fecero parte della Chiesa, e fruttificò – come dice sant’Agostino –, il cento per uno tra i martiri, il sessanta tra i vergini, il trenta fra quelli che vivono santamente nel mondo.
Nel campo particolare delle anime avviene spesso che molti ascoltano la divina parola ma pochi ne traggono frutto, secondo quello che dice Gesù Cristo stesso spiegando la parabola.
Vi sono quelli che ascoltano più per curiosità che per trarne profitto, e la parola viene loro rapita dal maligno; ascoltano e poi dimenticano tutto, o non vi fanno più caso e ritornano ai loro vani pensieri.
Vi sono quelli che ascoltano, provano un diletto spirituale nell’evidenza della verità, propongono anche di confessarsi e cambiar vita ma, alle prime contraddizioni e persecuzioni, mutano pensiero e ritornano alla vita di prima.
Vi sono, infine, quelli che accolgono la divina parola, ma pretendono conciliarla con la sollecitudine delle cose terrene e delle ricchezze, e la soffocano nel loro cuore.
Per ricevere con frutto la parola di Dio bisogna essere terra buona, cioè bisogna avere le disposizioni interiori per meditarla, svilupparla e metterla in pratica.

Il grano e la zizzania
Dio semina nel cuore degli uomini il buon seme della sua parola, ma il demonio non se ne sta inoperoso, e cerca di seminare sul grano la zizzania, quando i coltivatori del campo dormono. La zizzania o loglio, lolium temulentum, è una pianta che non differisce molto dal grano, quando è ancora tenera; ma si distingue bene, poi, dal frutto che produce perché le sue spighe hanno granelli neri che, frammischiati alla farina di grano in quantità notevole, la rendono nociva. Gesù non poteva scegliere una similitudine più appropriata per designare gli errori, le eresie e le illusioni di una falsa vita cristiana, con le quali il demonio cerca rendere vana la semina fatta dal Signore.
Gli errori si diffondono quando i sacerdoti dormono, cioè quando non hanno una vita di ardente zelo e non sanno vigilare nella preghiera; allora subdolamente satana invade il campo del Signore e, per mezzo degli eretici, getta il germe della dissensione con errori teorici e pratici che sembrano aver l’apparenza della verità mentre sono esiziali alla salvezza delle anime. È così che nel campo seminato da Gesù Cristo si trovano i buoni e i cattivi, gl’illuminati dalla verità e gli ottenebrati dagli errori. Il Signore, per provare gli eletti, permette che i buoni siano accanto ai cattivi, e si riserva di fare la cernita del suo gregge nel giorno del Giudizio. Gli eretici e i cattivi, per quanto possano dissimularsi sotto apparenze ingannatrici, si smascherano con la loro vita, proprio come la zizzania si fa conoscere dal suo frutto.
Lo zelo del bene ci fa desiderare che i cattivi non ci siano nel mondo, e vorremmo che la giustizia di Dio li recidesse con castighi improvvisi e terribili. È questa l’aspirazione di tante anime, specialmente quando vedono la tracotanza e l’apparente trionfo dei cattivi. Ma il Signore ha dato all’uomo il tempo della vita come prova, e non interviene per non interrompere questa prova e per dare a tutti tempo di penitenza. Se la giustizia rigorosa dovesse colpire i cattivi, essa finirebbe per colpire anche i buoni, perché nessuno è senza colpa al cospetto del Signore; è dunque necessario che la misericordia si effonda su tutti, buoni e cattivi, affinché quelli, crescendo fino alla maturità, abbiano il tempo e la grazia di poter produrre almeno quel minimo frutto che li renda capaci della ricompensa eterna.
Questa bellissima parabola la spiegò Gesù Cristo stesso agli apostoli dopo che, congedate le turbe, si ritirò nella casa che l’ospitava. La sua parola divinamente semplice risolveva uno dei problemi più assillanti e tormentosi della vita della Chiesa nel mondo. La sua parola era verità, non lasciava adito a inutili discussioni, non poteva forse neppure meditarsi con ragionamenti personali: poteva solo contemplarsi. Quello infatti che Gesù dice è, e l’anima non può che assentire, adorare, sperare e attendere l’ora di Dio. Si può solo approfondire, con la sua luce e la sua grazia, quello che Egli dice, poiché ogni sua affermazione suppone e indica l’esistenza di un problema.

Il mistero dei buoni e dei cattivi nel mondo: oggi particolarmente attuale
In questa parabola è prospettato uno dei problemi più gravi nella vita della Chiesa, come si è detto: nel campo del mondo c’è la buona semente, seminata dal Signore, cioè ci sono i buoni, i figli del regno, quelli che crescono per dare un frutto di bene, e per godere poi l’eterna ricompensa, e c’è la zizzania seminata dal diavolo, la quale rappresenta i cattivi, i figli del maligno. Quelli che traviano dalla Legge del Signore, benché chiamati anch’essi all’eterna gloria come tutti gli uomini, si rendono figli di satana comunicando alla sua vita e alla sua malizia. Come Gesù Cristo forma i figli del regno, comunicando loro la sua vita attraverso i Sacramenti e l’Eucaristia, così satana forma i figli delle tenebre, invasandoli con le sue suggestioni interne e con le sue tentazioni esterne.
Il mondo, con le sue illusioni, e la carne con le sue prepotenze sono le vie per le quali satana raggiunge le anime e, sotto quella specie di morte, comunica loro la propria malignità, e le lancia poi nella Chiesa come elemento di dissensione e di scandalo. Il peccato è proprio della fragilità umana, ma certe forme di delinquenza non sono semplicemente dei malanni dello spirito: sono delle vere possessioni diaboliche che mutano il buon seme in zizzania, e poi lo gettano nel campo di Dio per turbarne lo sviluppo.

Il granello di senapa
Il mondo affascina le anime perché ostenta una grandezza che, in realtà, non ha; esso si sviluppa come pianta cattiva che subito cresce e dà frutti di morte. La Chiesa, invece, appare come una piccola cosa, e diremmo quasi come un’utopia innanzi a quelli che la rinnegano. Ma questa piccolezza apparente ha, in realtà, in sé, una forza di vita che nessuno sospetta, e costituisce il riposo delle creature che cercano Dio. Gesù Cristo espresse questa vitalità con la parabola del granello di senapa. Questa è una pianta annuale, con numerosi rami e larghe foglie che appartiene alla famiglia delle crocifere. Cresce abbondantemente in Palestina e raggiunge l’altezza di tre o quattro metri, in modo che veramente gli uccelli vi possono nidificare. La semente di questa pianta è piccolissima di fronte al suo sviluppo, e per questo Gesù la chiama una delle più piccole. Ora, la Chiesa ha nella sua apparente piccolezza una vita meravigliosa e, come granello di senapa, cresce, si espande, fruttifica e raccoglie nelle sue braccia le anime.

Il lievito
Il Vangelo, agli occhi del mondo, sembra una cosa piccola e spregevole, senza lo splendore di quella orgogliosa e gonfia sapienza umana che cerca il suo successo nei paroloni; eppure le sue parole semplici sono come il lievito che, in piccola proporzione, messo in tre staia di farina, cioè in circa 39 litri, la fermenta tutta e lievita la pasta dalla quale si fa poi il pane. La parabola del seminatore, con tutta la semente inutilmente caduta sulla strada, fra le pietre e tra le spine, avrebbe potuto far credere quasi inefficace la predicazione della divina parola, e per questo Gesù soggiunge che essa ha una grande forza di germinazione e di espansione là dove cade, e che riempie la terra come fermento di vita nuova che muta le anime, elevandole ad una vita soprannaturale altissima.
Quanti santi si sono formati alla santità e sono ascesi nelle vie della perfezione con una sola parola del Vangelo! San Francesco d’Assisi ascoltò solo quella che esortava alla povertà, e in lui essa fu veramente come fermento che gli fece concepire un grande amore alla vita umile e spregiata, e lo unì tutto a Gesù Cristo.

Chi annuncia la divina parola non deve scoraggiarsi, vedendo l’insensibilità di quelli che l’ascoltano: deve rendere lievito quella parola nel proprio cuore, pregando e infiammandosi d’amore, con la certezza che, così fecondata, non penetra mai invano in un cuore e lo trasforma a poco a poco. 

sabato 17 giugno 2017

Corpus Domini - "Io sono il pane vivo"

Corpus Domini - "Io sono il pane vivo"

Corpus Domini - 
Io sono il pane vivo…

51 Io sono il pane vivo che sono disceso dal cielo. 52 Chi mangerà di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. 53 Si misero a discutere perciò tra loro i Giudei, dicendo: “Come mai costui può darci da mangiare la sua carne?”. 54 E Gesù disse loro: “In verità, in verità vi dico: Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 55 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno, 56 perché la mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda. 57 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. 58 Come il Padre che ha la vita in sé ha inviato me, ed io vivo per il Padre, così chi mangia di me vivrà anch’egli per me (Gv 6,51-58).
v
Gli Ebrei, alle parole di Gesù, rimasero increduli. Erano andati da Lui con la pretesa di vedere dei miracoli, e credevano di poter essi disporre del suo potere; non ammettevano altro che quello che passava per la loro testa, e avevano sempre la presunzione di dovere avere essi di diritto i doni del Signore, nel modo che a loro garbava; credevano quasi che il mondo si fermasse senza il loro volere. Per questo, Gesù aggiunse: Tutto ciò che il Padre mio mi dà, arriverà a me, ed io non respingerò chi viene a me, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato.
E voleva dire: la vostra mancanza di fede non distrugge il disegno di Dio, poiché il Signore, mandandomi in mezzo a voi, non ha ristretto l’opera mia a voi soltanto; Egli mi dona le anime di tutto il mondo, Egli le chiama, e quando esse vengono a me io non le caccio, benché non appartengano al vostro popolo. È questa la volontà del Padre mio, ed io la compio fedelmente: Egli vuole che io non perda tutti quelli che mi dona, ma li risusciti nell’ultimo giorno, e vuole che abbiano la vita in me e per me, credendo in me Io li accolgo, li alimento di me con un dono di fede, di pura fede, nel quale la vista, il tatto, il gusto s’ingannano, e nel quale si deve solo credere alla mia parola. Essi vengono, credono, si alimentano, vivono di me, risurrezione e vita, ed Io li risuscito dalla morte nell’ultimo giorno. Gesù, dunque, prima di annunciare e promettere formalmente il dono ineffabile dell’Eucaristia, ne pone i fondamenti e ne determina il carattere: Esso è la nuova manna del suo popolo peregrinante dall’esilio alla Patria; è Pane disceso dal cielo, è Lui stesso che è venuto in terra per alimentare le sue creature, per saziarle d’amore divino, e spegnere in loro la sete delle passioni disordinate. L’Eucaristia non è un dono ristretto alla sola nazione ebraica: è un Dono universale; dipende dalla volontà del Padre e non dal diritto di eredità; affratella tutti gli uomini senza distinzione di razza; li affratella perché Dio li chiama alla stessa fede nel Redentore, e questi li accoglie, li nutre, li santifica e, vincendo anche la morte corporale, li risuscita gloriosamente nell’ultimo giorno. Chi crede in Lui, cioè chi riceve il Pane della vita credendo che è Lui stesso vivo e vero, ha la vita eterna. Chi lo crede solo un simbolo, un segno, un pane comune e materiale, in realtà non crede in Lui, e perciò non ha la vita.
È evidente, dal contesto, che Gesù non parla della fede in Lui in un senso generale, e tanto meno parla della fede di semplice assentimento a Lui Salvatore, o di fiducia nei suoi meriti, senza curarsi delle opere buone; Egli parla del Pane di vita, dell’Eucaristia, e asserisce che chiunque vede il Figlio e crede in Lui ha la vita eterna; vede il Pane di vita, lo crede sostanzialmente il Figlio di Dio Incarnato, crede in Lui ivi presente, se ne ciba, ed ha la vita eterna.
Tutte le volte che Gesù parla della fede in Lui, parla della fede nella sua reale presenza nel Pane di vita, e ogni volta che parla del Pane disceso dal cielo, parla di se stesso vivo e vero, fatto cibo delle anime. Non si può equivocare sulle sue parole né si può dare ad esse un senso simbolico che non hanno.
Gesù Cristo parlava in senso tanto reale, chiamandosi Pane vivo disceso dal cielo che il popolo cominciò a mormorare di Lui, dicendo: Non è forse costui Gesù, figlio di Giuseppe, di cui noi conosciamo il padre e la madre? Come dunque dice Costui: Io sono disceso dal cielo? San Giuseppe probabilmente era già morto quando Gesù cominciò la sua vita pubblica, ma il popolo l’aveva conosciuto, e l’aveva sempre creduto padre vero di Gesù, ignorando il mistero dell’Incarnazione per opera dello Spirito Santo. Credendo dunque di conoscerne il padre e la madre, si stupivano che Egli si chiamasse Pane vivo disceso dal cielo, e mormoravano di questa espressione, come chi ascolta una cosa ardua, non assurda. Era tale l’accento di verità che traspariva dalle parole di Gesù che essi non osavano direttamente tacciarlo di dire una cosa assurda, come sarebbe stato naturale, ma s’interrogavano a vicenda per cercare di interpretare quello che diceva.
Nel dire Gesù: Io sono il Pane vivo disceso dal cielo, faceva sentire che Egli era la Verità che era per donarsi come pane che questo pane doveva essere pane vivo, pane negli accidenti e vita nella sostanza, pane disceso dal cielo, perché era Lui stesso donato in cibo alle anime. 

Commento al Vangelo della solennità 18 giugno 2017

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,51-58.
(servo di Dio Don Dolindo Ruotolo)

sabato 3 giugno 2017

Gesù Cristo appare agli apostoli

Commento al Vangelo – Domenica di Pentecoste 2017 A (Gv 20,19-23)
Gesù Cristo appare agli apostoli

Dopo che Pietro e Giovanni tornarono dal sepolcro, e dopo il messaggio delle pie donne e della Maddalena, cominciò a nascere negli apostoli un po’ di fede. Non era la fede profonda e completa di chi crede a Dio che rivela, riguardando come somma ragione la sua autorità, ma era come l’alba di questa fede, era come il rinascere di una speranza che sembrava già morta, era come il primo rinverdirsi d’un ramo spezzato dalla tempesta. Questo poco di fede, più naturale che soprannaturale in quel momento, fu la disposizione che rese loro possibile la grazia della rivelazione del Signore.
Essi erano in buona fede, in fondo, poiché non avevano capito i tratti della Scrittura che parlavano della risurrezione e non ricordavano ciò che, in proposito, aveva detto loro Gesù; non rifiutavano di credere alla Parola di Dio positivamente, ma s’erano come smarriti nel labirinto delle loro idee e delle loro aspirazioni.
Il timore poi dei Giudei aveva fatto nascere in loro, quasi inconsciamente, il desiderio di sottrarsi, se fosse stato possibile, all’incanto e al fascino di ciò che in tre anni avevano visto e ascoltato.
La paura è sempre una pessima consigliera e, quando diventa panico, cerca ogni scappatoia per sottrarsi al pericolo; se non in tutti gli apostoli e discepoli, almeno in alcuni, subentrò un desiderio occulto di non pensare più al passato, di abbracciare un tenore comune di vita, e ritornare alle loro occupazioni; ne abbiamo un esempio nell’episodio dei discepoli di Emmaus, del quale parla san Luca (24,13-35). Il timore si accrebbe negli apostoli per le stesse notizie che riguardavano la risurrezione. Certamente il Corpo di Gesù non c’era più nel sepolcro, e questo fece loro temere che le autorità li accusassero di averlo essi sottratto, iniziando contro di loro una persecuzione; perciò stavano guardinghi e tenevano ben chiuse le porte dove erano congregati. Ora, mentre erano insieme, nella sera della stessa domenica della risurrezione, Gesù Cristo, senza bisogno di farsi aprire, entrò improvvisamente in mezzo a loro e, fermatosi, disse: La pace sia con voi.
Nella sua misericordia e nel suo amore veniva per troncare la loro diffidenza, e per mostrare la realtà della sua risurrezione. Perciò, passato il primo momento di sbigottimento che si generò in loro a quella vista, li invitò ad avvicinarsi a Lui, e mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, affinché avessero avuto un argomento sensibile della realtà del suo Corpo, e avessero constatato che quello era proprio il Corpo crocifisso tre giorni prima sul Calvario.

Il Corpo risorto di Cristo
e le ombre penose della bellezza umana
Il momento fu solenne, ed è difficile, per noi, formarcene una pallida idea.
Il Corpo di Gesù, essendo risorto, era glorioso, e aveva quella dote che i teologi chiamano sottigliezza, per la quale poteva attraversare gli ostacoli. Oggi questa dote è di più facile comprensione, poiché ne abbiamo qualche analogia nelle onde radiofoniche e nei raggi catodici che attraversano senza difficoltà ostacoli insormontabili ai corpi. Il Corpo glorioso è come spiritualizzato, è come fluido, tutto luce e tutto energia, e può attraversare gli ostacoli molto più che un’onda di radio. Gesù Cristo apparve nella sera, quando già cominciavano le tenebre, tutto rifulgente di luce nelle penombre della stanza dov’erano gli apostoli. Non irradiava luce quasi fosse un sole, come può arguirsi da apparizioni di esseri ultramondani, ma era Egli, come un corpo tutto splendente, luce placidissima che non abbagliava.
Pietro, Giacomo e Giovanni dovettero ricordare, allora, la scena della trasfigurazione che aveva qualche somiglianza con ciò che vedevano. Gesù, ritto in piedi, era mirabilmente bello: era Lui, ma immensamente più affascinante nella sua carne gloriosa. I capelli erano nel fulgore della luce come onde d’oro, la fronte e il volto erano candidi e rubicondi, fonte di gioia nella loro purissima bellezza; il corpo era mirabilmente intonato, senz’alcuno di quegli angoli oscuri che ha l’umana bellezza; maestoso, ma dolce e paterno, spirava amore da ogni parte, ed era come giglio fragrante schiuso in una valle brumosa, perché emanava da Lui quel tenue e soave profumo che spirava dalla carne gloriosa.
L’umana bellezza e l’umana carne, anche quando sono avvolte in un alone di purezza, hanno sempre qualche angolo oscuro e qualche lezzo di putrido, eccetto il caso nel quale siano interamente vivificate dallo Spirito Santo. È un’illusione pensare che una bellezza vivente o effigiata dal vero possa portarci a Dio, fissandola con uno sguardo di curiosa esplorazione; essa ha sempre dei corti circuiti che scaricano nella terra la corrente dell’amore divino che ferve nell’anima. Una sola bellezza può fissarsi e sentirsene vivificati, ed è quella che traluce dalla grazia di Dio; una sola bellezza può fissarsi e possedersi ed è quella di Dio. Qualunque altra bellezza accende sempre una passione nei sensi, dà un desiderio incosciente di possesso almeno ideale, è come vento che solleva le onde e suscita le tempeste, è come forza che devia da Dio la corrente del cuore.
Gesù, ritto nella sala, vestito non di panni ma di gloria, era la bellezza purissima che elevava l’anima a Dio, diffondeva gioia, pace, amore, e per questo il Sacro Testo dice con parola mirabilmente sintetica: I discepoli, vedendo il Signore, gioirono. Era la gioia della vita piena che emanava da Colui che era la vita; era la pace che diffondeva Colui che era la verità, calmando le ansie oscure dell’anima; era la contentezza che dava Colui che era come faro luminoso, dal quale veniva tracciata la via del Cielo.
Gioirono i discepoli nella gioia della purezza che spirava dal Corpo divino e, in quella gioia, si estinsero in loro le povere fiamme della carne che ustionano fastidiosamente il cuore e lo fanno stare tra le spine. Non c’è gioia più grande della purezza integrale: è una gioia che nasce dall’amore di Dio che si trasfonde nell’anima come luce di verità, come calore di carità, e come complesso di bontà. In noi c’è sempre qualche cosa d’impuro, e qualunque gioia spirituale è sempre turbata dalla nostra miseria; gli apostoli, nel vedere Gesù, si sentirono puri e purificati, poiché Egli diffuse in loro una grande serenità, e dicendo: La pace sia con voi, li avvolse in quella pace che spira da Dio, Verità, Sapienza e Amore eterno.
Pace, tranquillità d’ordine, serena sicurezza, riposo d’amore nell’eterno Amore!

A chi rimetterete i peccati,
saranno rimessi…
Gioirono i discepoli, ma nella gioia stessa provarono un senso di timore per le colpe che avevano commesse, e per la sproporzione che sentivano col Signore glorioso; per questo, Gesù, rassicurandoli, ripeté le dolci e vivificanti parole: La pace sia con voi e, sollevandoli dalla loro profonda umiliazione interiore, soggiunse: Come il Padre ha mandato me così io mando voi.
Con delicatezza divina e con divina signorilità non volle che avessero sentito il peso della loro inferiorità innanzi a Lui glorioso; gli ripugnava quasi che avessero potuto stabilire un paragone fra loro peregrinanti e Lui trionfante e, anticipando le grazie della Pentecoste e il momento nel quale diede loro la pienezza della missione per la quale li aveva scelti, soffiò su di loro e disse:Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti. Gesù Cristo non fece loro una promessa, ma diede loro veramente una comunicazione attuale dello Spirito Santo, alla quale era annessa la facoltà di rimettere i peccati. Pur ricevendosi una volta lo Spirito Santo – perché la sua comunicazione sacramentale imprime il carattere –, Gesù Cristo volle darlo più volte ai suoi prediletti, riserbandone loro una nuova pienezza nel giorno della Pentecoste. Si direbbe che sta nelle sue abitudini di misericordia e di amore moltiplicare e rinnovare i suoi doni a quelle anime che gli si danno con amore, ed hanno fiducia nella sua generosità.
Dicendo: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti, Gesù Cristo diede agli apostoli e ai loro successori la potestà giudiziale di rimettere i peccati nel sacramento della Penitenza, com’è chiarissimo dal Testo, e come dichiarò esplicitamente il Concilio di Trento. Tutti i peccati, anche i più gravi, possono essere rimessi, ma debbono essere sottoposti al giudizio del sacerdote con la confessione, perché il rimetterli o ritenerli non è un atto di capriccio, ma è una sentenza ragionevole che dipende da un giusto giudizio; tale giudizio non può farsi se il peccatore non confessa i suoi peccati e se, confessandoli, non mostra le disposizioni interiori che lo animano.
La Confessione dei peccati non è un’imposizione umiliante e penosa benché a primo aspetto sembri che sia così, e benché a volte abbia quasi questo sapore: è una concessione di misericordia, fonte di pace e di gioia grande per il povero peccatore. Sottoporre i propri peccati a chi rappresenta Dio significa mutare l’immondizia in concime, il concime in pianta, in fiore, in frutto di eterna vita. Confessarsi significa espandere l’anima propria, piangendo, nelle braccia amorose di Dio, e assicurarsi del suo perdono che è dolcissima gioia, pienezza di vita che fa sentire leggeri, leggeri, liberi dalle catene, tesi al volo verso le ricchezze eterne.
Con divina delicatezza Gesù anticipò agli apostoli la facoltà di rimettere i peccati, proprio nel momento nel quale essi si sentivano maggiormente peccatori, rendendoli giudici quando essi si aspettavano di essere giudicati. Egli volle rialzarli dall’umiliazione e, nel medesimo tempo, volle dare loro i tesori della misericordia quando essi maggiormente si sentivano poveri e peccatori, affinché avessero compatito le miserie altrui. L’uomo ha cercato tutelare l’ordine sociale con le leggi e i tribunali penali, con le carceri e persino con la morte, ma non ha potuto far nulla per mutare l’anima del delinquente, nonostante tutte le assistenze sociali ai carcerati. Solo Dio poteva erigere un tribunale di amorosa misericordia che rinnova il cuore, dona la pace, eleva in alto il peccatore e lo muta in un giusto e persino in un santo. 
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 27 maggio 2017

Gli apostoli mandati da Gesù ad evangelizzare il mondo

Commento al Vangelo – VII Domenica di Pasqua 2017 A (Mt 28,16-20)
Solennità – Ascensione del Signore
Gli apostoli mandati da Gesù ad
evangelizzare il mondo


Mentre i sacerdoti, gli scribi e i farisei cercavano, con la più stupida calunnia, d’impedire il propagarsi della buona novella, Gesù Cristo, con la sua divina autorità, investiva gli apostoli della loro missione e solennemente li mandava ad annunciare la verità a tutte le genti di buona volontà, battezzandole nel nome della Santissima Trinità, e incorporandole al suo Corpo mistico. Egli, mandandoli, non li fece ministri di una vana eloquenza, ma ordinò loro di istruirele genti e d’insegnare ad osservare tutto ciò che aveva comandato loro. La predicazione evangelica è perciò eminentemente didascalica, e non può perdersi in vane parlate che servirebbero più a magnificare l’oratore che a dilatare il regno di Dio. L’esposizione delle verità, del resto, è l’eloquenza più bella che possa desiderarsi, poiché è luce che illumina la mente, ed è calore che riscalda il cuore e la vita. L’oratoria non è mai apostolato, anzi molte volte diventa vera causa dell’ignoranza che affligge l’anima cristiana. Bisogna darle definitivamente il bando, e ritornare alle forme di omelia e di catechesi che avevano le prediche nella Chiesa primitiva.
Mandando gli apostoli in tutto il mondo, Gesù Cristo, fece ad essi e ai fedeli di tutti i secoli la consolante promessa di essere con la Chiesa e con loro fino alla consumazione dei secoli. Egli, difatti, è con noi vivo e vero, nella Santissima Eucaristia, ed è con l’autorità che regge la Chiesa, di modo che non può mai avvenire che la verità e la vita della Chiesa possano venir meno nel corso dei secoli. La promessa dell’indefettibilità del Corpo mistico del Re divino esclude, nella maniera più categorica, la fandonia di quelli, i quali affermano, con tracotanza, che la Chiesa ha deviato dal suo cammino. È un assurdo che contrasta con l’essenza della promessa del Redentore e con la testimonianza della storia. Se la Chiesa avesse deviato, Gesù non sarebbe stato con essa e non l’avrebbe assistita; se avesse smarrito la verità, sarebbe perita, perché la sua vita sta tutta nella verità e nel bene. Ringraziamo Dio che essa è, invece, più rigogliosa che mai, e cantiamo al Signore un inno d’amore riconoscente, perché si è degnato di conservarci nel suo seno.
Per la presenza di Gesù Cristo, la vita della Chiesa è una meraviglia di luce, di fecondità e di forza spirituale che trascende ogni immaginazione umana; per la presenza eucaristica, fiorisce nel suo seno l’eroismo più puro, ed essa ascende sempre dalla povera valle dove peregrina fino al godimento eterno.
Nel suo mortale cammino è sempre assalita e combattuta, perché segue il suo Re appassionato, ma il sapere che Egli è con essa, il constatarlo, il viverne è tale conforto che muta tutte le sue battaglie in trionfi, e le fa godere, nelle stesse angustie, la pace più profonda. La frase del poeta venosino che il sole non ha visto mai nulla di più grande di Roma può applicarsi solo nella Chiesa se si vuol dare ad essa il valore del vaticinio. Roma pagana, infatti, in mezzo alle grandezze militari, offrì uno spettacolo di tale miseria morale, da potersi dire che il sole non abbia visto nulla di più turpe; Roma pagana, oggi, è solo un insieme di rovine che sono archeologicamente interessanti e rivelano una grandezza passata, ma che, in fondo, sono ruderi informi. Solo la Chiesa ha reso Roma il centro dell’impero del Re divino; solo la Chiesa, nonostante le inevitabili debolezze degli uomini che ne fanno parte, offre lo spettacolo di un impero di verità, di bene e di amore, dove la potestà che comanda non cerca la gloria ma il bene, non opprime ma guida, non sfrutta ma dona, e dona le ineffabili ricchezze spirituali che essa possiede.
Quale società e quale istituzione può avere vivo in lei il suo fondatore? I mausolei e i monumenti più grandiosi non sono che pietre, e i resti mortali degli uomini illustri sono putredine e cenere. Solo la Chiesa possiede il suo Re risorto e immortale, lo possiede vivo e vero, lo adora, gli parla, gli si unisce, ne beve la vita, e si consola in Lui. Il sacro tabernacolo eucaristico è più che un monumento; è l’Arca dov’Egli vive, ci si dona, e regna.
Per l’Eucaristia, il dono della sua Parola diventa vita, immaginare il Vangelo senza il tabernacolo eucaristico è come immaginare una statua senza movimento e senza respiro, o come pretendere che un erbario possa essere lo stesso che la feconda campagna. Gesù Cristo è sempre con la Chiesa, e vi continua la sua vita ammirabile, riproducendola nel suo Corpo mistico, e comunicandola attraverso i Sacramenti; Egli è veramente con noi, perché ci genera, ci alimenta, ci istruisce, ci guida, ci sostiene, e ci porta alla vita eterna
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 20 maggio 2017

Gesù promise un altro Consolatore

Commento al Vangelo – VI Domenica di Pasqua 2017 A (Gv 14,15-21)
Gesù promise un altro Consolatore


A primo aspetto sembra quasi che Gesù Cristo prometta agli apostoli un altro Paraclito, per sostituire la sua presenza in mezzo a loro durante la sua assenza; Egli, infatti, soggiunge: Non vi lascerò orfani, tornerò a voi. Ancora un po’ di tempo e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. Intanto è certo che Gesù, anche senza la sua presenza visibile, rimase e rimane nella Chiesa; anzi Egli è in essa vivo e vero nell’Eucaristia, ed Egli stesso dice: Io vivo e voi vivrete, vivo nell’Eucaristia, e voi vivrete di me in questo Sacramento d’amore. Ora, se Gesù rimase e rimane nella Chiesa, perché promise un altro Paraclito? E perché disse che non avrebbe lasciato orfani i suoi apostoli, ma sarebbe ritornato a loro?
Letteralmente Gesù alluse al suo ritorno visibile dopo la sua risurrezione e alla fine del mondo; consolò gli apostoli della sua morte, dicendo che sarebbe ritornato, e consolò la Chiesa militante che nelle sue lotte l’avrebbe visto quasi assente, dicendo che sarebbe ritornato vivente nella sua gloria, per darle il possesso solenne della vita eterna: Mi vedrete perché io vivo e voi vivrete. Nella gloria della sua risurrezione, gli apostoli l’avrebbero riconosciuto meglio come Dio, ed avrebbero capito che Egli è nel Padre, come avrebbero capito che Egli è il Redentore, e gli uomini in Lui trovano la vita, ed Egli dimora in loro per donarla. Nell’ultimo giorno sarebbe apparso evidente il fulgore della sua divinità a tutte le genti, e la Chiesa, suo Corpo mistico, completa nella sua santità e nei suoi eletti, sarebbe apparsa congiunta a Lui come membro al corpo, ed Egli, congiunto ad essa, come Capo al corpo.
Gesù Cristo doveva eclissarsi dagli apostoli con la sua morte e sepoltura, e doveva eclissarsi anche dopo la risurrezione con la sua Ascensione al cielo. Gli apostoli non l’avrebbero più avuto come Maestro visibile, e non avrebbero più goduto della sua presenza sensibile, e perciò Egli promette loro lo Spirito Santo come Maestro interiore di verità, e come Consolatore intimo nel cammino terreno.
Egli parla loro e parla a tutta la Chiesa, promette loro il suo ritorno dopo la risurrezione, e promette alla Chiesa il suo ritorno non solo nel Giudizio finale, ma in una nuova effusione di misericordie e di grazie, in un trionfo grandioso che ne farà sentire la presenza, ne farà apprezzare la grandezza, e farà vivere talmente di Lui Sacramentato, da sentire che Egli è in noi e noi in Lui. In questa grande effusione di grazie e in questo trionfo Egli, sfigurato dagli errori del mondo persino nell’animo di tanti fedeli, sarà riconosciuto veramente come Dio: In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio; e sarà riconosciuto per la maggiore diffusione della vita eucaristica: Conoscerete che voi siete in me e io in voi. Il trionfo sarà preparato dallo spirito di verità, in opposizione allo spirito del mondo, perché ci sarà grande luce di verità nella Chiesa, una maggiore comprensione della fede per i dottori che la illumineranno di nuovi fulgori, per la grazia dello Spirito Santo.

Una bella predizione?
Questo che diciamo risponde all’aspettazione della Chiesa fin dai suoi primordi.
La Chiesa, tra le sue pene e le sue prove, ha aspettato sempre e attende tuttora un trionfo smagliante del suo Redentore anche nel mondo; essa attende quasi una nuova Pentecoste, una nuova effusione di grazia e di amore, una clamorosa vittoria sul mondo, una grandiosa dilatazione del regno di Dio che sia pratica glorificazione dei tesori della redenzione nelle anime, e soprattutto dell’Eucaristia. Questa vittoria non sarà un’affermazione di prestigio politico, non deriverà da onori e da beni temporali, ma sarà un’affermazione di vita interiore in unione con Gesù Sacramentato, una potente affermazione della forza che può dare lo Spirito Santo, nelle glorie della santità e del martirio, un fervore nuovo nell’osservanza dei precetti e dei consigli evangelici, uno splendore di smagliante purezza, di umiltà, di carità, di vita interiore e soprannaturale, un rifiorire mirabile della vita religiosa, un ripopolarsi dei chiostri deserti, diventati ora covi di profanatori ladri, di soldati, di uffici pubblici, di ritrovi e persino di case di peccato.
Sarà anche una rifioritura ammirabile della vita mistica, in elevazioni superiori a quelle avute in ogni tempo, e Gesù Cristo si manifesterà alle anime elevate così in uno splendore di luce tanto grande, da renderle monumento vivo d’amore e tempio della Santissima Trinità.
È questo il trionfo che la Chiesa attende e che avrà dalla bontà di Dio in mezzo a lotte anche più aspre di quelle sostenute nel passato. Gesù lo espresse in poche parole, dicendo: Chi ha i miei comandamenti e li osserva, mi ama. L’amore, dunque, dovrà essere pratico e operativo per essere palpito vivo di santità. E chi mi ama sarà amato dal Padre mio, cioè sarà oggetto di particolari grazie dello Spirito Santo, che è Amore infinito. Ed io lo amerò – soggiunse Gesù –, e gli manifesterò me stesso; lo amerò comunicandomi a lui nella mia vita di amore eucaristico, e gli manifesterò me stesso nelle elevazioni dell’amore mistico.
Don Dolindo Ruotolo