sabato 25 febbraio 2017

Nrssuno può servire due padroni


Commento al Vangelo: VIII Domenica del TO 2017A (Mt6,24-34)
Nessuno può servire due
padroni
L’anima che non cerca Dio solo, sopra tutte le cose è divisa dall'opportunismo, e facilmente accondiscende al mondo, pur pretendendo di conservarsi fedele al Signore. È questa la grande piaga che infetta il carattere cristiano, e che dà origine a quei fedeli smidollati che, praticamente, si danno al male, conservando solo la maschera del bene.
Eppure sono così opposti i principi di Gesù Cristo e quelli del mondo che non è possibile riconciliarli neppure con i ritrovati più o meno dissimulati della viltà e delle passioni, e perciò il Redentore ci ammonisce recisamente che non si può servire a due padroni. È impossibile ancora concentrare la vita tutta nelle cure materiali e nella preoccupazione delle ricchezze, e pretendere di concentrarla contemporaneamente nelle aspirazioni del Cielo, poiché quello che ci lega alla terra ci distacca da Dio.
Perciò Gesù Cristo soggiunge: Non potete servire a Dio e a mammona cioè, secondo il significato caldaico della parola, a Dio e alla ricchezza. Non dice: “Non potete avere Dio e la ricchezza”, perché questo è stato possibile a tanti santi, ma: Non potete servire, cioè dedicarvi con l’anima e con le forze.
La premura che hanno gli uomini di accumulare ricchezze è giustificata dalla necessità della vita, e da questo pretesto comincia in noi quella terribile passione per le cose terrene che degenera, ben presto, in avarizia. Perciò Gesù Cristo tronca alla radice la pessima pianta, dicendoci di non affannarci per l’alimento e per il vestito. Non dice di non pensarci, ma di non preoccuparcene fino al punto da dimenticarci di Dio e della fiducia che dobbiamo avere in Lui come Padre di tutte le sue creature. Dio vuole che lavoriamo per provvederci di cibo e il vestito; ma il lavoro non può e non deve diventare così assillante da troncare o danneggiare la vita dell’anima. Servendo Dio, il lavoro diventa una via di provvidenza; trascurando Dio, s’isterilisce miseramente e diventa fonte di assillanti preoccupazioni, come dolorosamente si vede nelle famiglie e nelle nazioni che hanno dimenticato il Signore.
Gesù Cristo rafforza la nostra confidenza in Dio; richiamando la nostra attenzione su quelle creature che, pur non lavorando o non avendo cura delle loro necessità, sono soccorse dalla Bontà divina. Gli uccelli non seminano, non mietono e non empiono granai, eppure trovano sempre il loro sostentamento; i gigli del campo, cioè quelli che crescono senza speciali cure del giardiniere, non lavorano e non filano, eppure Dio li veste così elegantemente che neppure Salomone, con tutta la sua gloria, vestì come uno di loro.
Il Signore che provvede con tanto amore a queste creature che passano dopo breve tempo, provvede con amore immensamente più grande a quelle che passano sulla terra per andare a Lui e per possederlo eternamente.
Egli, dunque, vuole da noi questa testimonianza di abbandono filiale, e questa confessione della sua dolcissima padronanza, ed esige che mettiamo, come fondamento della vita, non le preoccupazioni temporali, ma quelle spirituali, non le nostre forze o la nostra abilità ma la benedizione divina, perché noi, con tutta la nostra preoccupazione, non siamo capaci di aggiungere alla statura già sviluppata un cubito, cioè mezzo metro, o alla vita, secondo il testo greco, un tempo di più.
Siamo nelle mani di Dio e sottoposti alle sue leggi nello sviluppo fisico, e siamo nelle sue braccia paterne per ciò che riguarda l’alimento e ciò che è necessario ai bisogni quotidiani. Egli sa ciò che ci occorre, e solo chi non crede in Lui vivente, come i pagani, ed ha come divinità degli idoli, può credere di doversene preoccupare fino a ridurre la vita a una ricerca assillante del mangiare, del bere e del vestire.
Dio vive veramente, è veramente, e vuol dimostrare la sua realtà, provvedendo a chi cerca prima il regno eterno e la sua giustizia, cioè la gloria divina e la santità della propria vita.
Basta dunque pensare a quello che può servire ai bisogni quotidiani, basta a ciascun giorno il suo affanno,senza pretendere di dover assorbire tutte le attività per crearsi una posizione di sicurezza assoluta che praticamente non raggiunge neppure lo scopo di privarci dell’affanno quotidiano della vita.
L’insegnamento di Gesù Cristo è di un’importanza grandissima e riguarda le basi medesime della vita cristiana e del carattere che deve distinguerla da quella dei pagani. Non si tratta soltanto di delicate esortazioni a confidare nella divina provvidenza, ma dell’indirizzo pratico della vita e della giornata, nel pellegrinaggio terreno; si tratta di porre come fondamento la vita dello spirito e come accessorio la vita del corpo, mentre il mondo o quelli che pretendono essere anche suoi servi, essendo servi di Dio, stabiliscono come accessorio ciò che è spirituale, credendo esagerato tutto quello che si fa per l’anima, e riducono la vita ad una preoccupazione assillante di guadagni, di ricchezze, di benessere, di divertimenti e di peccati che sono la rovina della vita stessa. Potremmo dire che, in questo problema e nella sua risoluzione pratica, si vede qual è la bandiera dei figli di Dio, e perciò è necessario approfondirlo.
Certamente la vita materiale, con i suoi bisogni e le sue necessità, ci trae e tenta di prendere il sopravvento sulla vita spirituale. Se si pensa solo a quel che occorre in una casa, al cibo, alla bevanda, alla biancheria, al vestito, all’arredamento, alle più piccole cose c’è da credere che ne rimanga assorbita la giornata. Se si cucina, per esempio, occorre far prima la spesa, con le relative contrattazioni; poi bisogna preparare il cibo, e questo spesso assorbe ore intere; poi cuocerlo con cura, per evitare le possibili recriminazioni. Quando è pronto e va al desco familiare, dopo poco occorre ripulire le stoviglie, rimettere tutto a posto, e poi ricominciare per la cena. Se viene la sarta o il sarto, il calzolaio, il barbiere, ecc., la giornata viene assorbita tutta e, se vengono occupazioni straordinarie, sembra insufficiente. A questo si aggiungano il lavoro, l’ufficio, l’impiego, il commercio, e la vita appare attanagliata dalle premure temporali.

Che cosa si dà allo spirito e a Dio in tutto questo assillo quotidiano? Disgraziatamente nulla o quasi nulla, se non si crede addirittura la religione e la pietà una bega da teste vuote o da gente oziosa.
Don Dolindo Ruotolo

sabato 11 febbraio 2017

Legge antica e Legge nuova

Commento al Vangelo – VI Domenica del T.O. 2017 A (Mt5,17-37)
Legge antica e Legge nuova

Di fronte ad un maestro che annuncia nuove dottrine, è profondamente psicologico che nella massa degli ascoltatori sorga un sentimento rivoluzionario che trascende le idee del maestro. Nasce nell’anima un desiderio di novità che l’agita, un’insofferenza al giogo che la fa aspirare ad una libertà senza confine, ed essa sogna nuovi orizzonti di felicità, spesso effimera.
Gesù Cristo, da Dio qual è, scrutò il cuore dei suoi ascoltatori, e prevenne nell’anima loro questa mossa della natura, affermando solennemente che Egli non veniva a sciogliere la Legge o i Profeti, ma veniva a portarli a compimento, che neppure un jota della Legge, o una virgola sola sarebbe stata mutata, ma essa sarebbe stata solo compiuta, e quindi sarebbero svanite da essa le figure e i simboli per dar luogo alla realtà, ben più grande di qualunque simbolo.
Chi si crederà autorizzato a violare anche il più piccolo precetto di Dio, con la scusa del nuovo ordine, invece di parteciparvi sarà l’ultimo nel regno dei cieli; con queste parole Gesù Cristo annuncia le vie della santità e non solo di una santità esterna, come quella degli scribi e dei farisei, ma di una santità interiore che tende alla perfezione dell’anima.
Egli, dunque, non propone una rivoluzione, ma promulga una legge di santità; non vuole abolire le pratiche esterne dei precetti di Dio ma vuole che siano accompagnate dalla vita interiore, non si contenta dell’osservanza dei precetti più gravi, ma vuole la perfezione.
Gesù e l’omicidio…
Gesù comincia a dare qualche esempio della giustizia che doveva essere santità interiore, a differenza della giustizia esteriore degli scribi e dei farisei e si richiama alla legge contro l’omicidio. Gli scribi e i farisei, gonfi del loro orgoglio, avevano in disprezzo gli altri: erano mormoratori, calunniatori, litigiosi, tenaci nell’odio e nell’invidia; credevano di essere irreprensibili solo perché si astenevano dal commettere omicidio. Andavano nel tempio in atteggiamenti d’ipocrita pietà e si gloriavano di portarvi l’offerta, senza pensare che, a volte, quella stessa oblazione era frutto di sopraffazioni e d’ingiustizie, senza pensare che, con l’offerta, portavano le maledizioni e le lacrime di quelli che essi avevano angariati.
Gesù alza la sua voce divina contro questa falsa santità che prescindeva completamente dalla carità e dalla giustizia, ed esclama che, se fino ad allora l’omicida era stimato degno d’essere condannato nel giudizio  ossia nel tribunale di ventitré giudici che risiedeva in ogni città per le piccole cause –, d’ora innanzi chi si adirerà contro il proprio fratello, desiderandogli del male, sarà degno di essere condannato in giudizio, cioè commetterà una colpa reale, meritevole di pena, della quale Dio terrà conto nel suo Giudizio. Chi poi, nell’esplosione dell’ira, aggiunge il disprezzo, dicendo al suo fratello raca, ossia testa vuota, imbecille, sarà reo di una colpa maggiore, simile a quelle che si giudicavano nel sinedrio.
Il sinedrio era un tribunale di settanta membri che giudicava le colpe d’idolatria, il delitto del sommo sacerdote, ecc., e comminava le pene più infamanti. Chiamare imbecillenell’ira, il proprio fratello e disprezzarlo è dunque una colpa che offende Dio e copre l’anima d’infamia dinanzi al Signore che è Carità. Chi infine chiamerà il proprio fratello stolto, cioè secondo il significato ebraico, lo chiamerà scellerato, empio, maledetto da Dio, maledicendolo con ira e desiderandogli la maledizione di Dio, sarà condannato al fuoco della Geenna,cioè sarà colpevole di peccato mortale, passibile dell’Inferno.
Non c’è dunque da confondersi per le parole di Gesù Cristo né c’è da pensare che Egli parli per modo di dire; nella sua divina sapienza distingue le mancanze di carità che sono frutto d’ira e che possono indurre all’ira più grave, in mancanze veniali, più gravi e mortali. Quando si sente la responsabilità della carità, e si evita di ingiuriare il prossimo, non c’è pericolo che si possa trascendere in atti di violenza, e tanto meno nell’omicidio.
Gli scribi e farisei si contentavano di riprovare l’omicidio, cioè l’estremo atto esterno di violenza, Gesù Cristo, invece, condanna l’ira, la mancanza di carità e l’ingiuria, e vuole che, più che preoccuparsi dell’omicidio, bisogna pensare a comparire innanzi a Dio col cuore pieno di carità e in armonia con tutti; bisogna sfuggire le liti e accordarsi con i propri avversari, per evitare di avere dal giudice una condanna che serve poi a fomentare l’odio e le dissensioni; bisogna non solo stare in pace con tutti, ma togliere dal cuore altrui – per quanto è a noi possibile –, le ragioni del dissidio e dell’avversità. Gesù Cristo, infatti, non c’impone solo di riconciliarci con colui che avversiamo, ma di riconciliarci con chi ci avversa, con chi ha qualcosa contro di noi perché ha ricevuto da noi qualche torto o qualche ingiustizia. È logico che si debba lasciare il dono innanzi all’altare, e che, prima di offrirlo, si debba trovare la riconciliazione con il fratello al quale abbiamo fatto del male; è logico, per noi cristiani che non possiamo comunicarci se abbiamo coscienza di aver danneggiato o amareggiato ingiustamente un nostro fratello.
È chiaro che il precetto di Gesù Cristo non può riguardare quelli che ingiustamente ci avversano, e che stanno in astio contro di noi per la loro malignità.
In questi casi non siamo noi i colpevoli della mancanza di carità, e basterà cercare la riconciliazione, se è possibile, o almeno pregare per chi ci avversa, come si vedrà in seguito. Sta poi nello spirito del precetto del Signore evitare ogni causa di dissidio, e conservare sempre intatta la carità, anche a costo di un nostro sacrificio. Le liti non risultano mai di utilità, e l’ostinarsi nel dissidio può dar origine a spiacevoli conseguenze, passando così noi dalla ragione al torto. Al cuore ringhioso degli scribi e dei farisei, carichi di odio, Egli vuol sostituire il cuore placido e sereno del cristiano, pieno di rispetto per gli altri, di compatimento e di misericordia e, diciamo pure, saggio e serio nella vita che guarda le cose da adulto e non da fanciullo, che sa passare sopra alle stoltezze e conservare il bene della pace.
L’adulterio
Dall’omicidio, Gesù passa a parlare dell’adulterio, un altro peccato gravissimo, conseguenza di altri peccati. Non basta la legge che punisce l’adulterio: occorre la legge che ne evita le cause, e perciò il Redentore afferma che chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso il peccato nel suo cuore, benché non l’abbia materialmente consumato. L’atto esterno, infatti, è conseguenza del peccato interno e, quando si è vigilanti sui propri occhi e sui desideri che essi suscitano, non c’è pericolo di cadere. Bisogna quindi evitare le occasioni, ed essere attenti a troncare energicamente quello che può attrarci al male. Gesù Cristo usa delle espressioni energiche, proprio per indicare che, di fronte alla salvezza eterna, non ci si può indulgere in alcun modo con la natura.
Se una persona o un oggetto pericoloso ci fossero cari come l’occhio e la mano destra, non dovremmo esitare un momento solo a staccarcene, pur di evitare il peccato e la conseguente perdizione eterna. Non si può addurre, come scusa della propria ostinazione, la necessità e l’esigenza del cuore e della vita, perché, per salvarsi eternamente, bisogna avere il coraggio di recidere tutto quello che può farci cadere in peccato.
Tutto sta a non cedere alla natura, neppure per poco, soprattutto in quello che riguarda i peccati impuri; la più piccola accondiscendenza all’occhio o alle mani, cioè al desiderio, all’immodestia e al senso del tatto, può produrre una tentazione e uno sconvolgimento tale, da non trattenere più l’anima sul precipizio. Bisogna essere fermi, soprattutto al principio delle tentazioni e nelle piccole cose, perché le piccole e continue vittorie sono quelle che ci attirano nuove grazie, e ci rendono tetragoni contro i maggiori assalti di satana.
Gesù Cristo va oltre e, per farci sfuggire anche le occasioni del male che potrebbero sembrare lecite, condanna quelle abitudini della medesima Legge ebraica, introdotte più come tolleranza che come regola d’ordine. L’uomo che non voleva più convivere con la moglie, la rimandava con una dichiarazione detta libello del ripudio, con la quale la scioglieva dal vincolo coniugale. Era un uso che poteva anche sussistere quando i costumi erano corretti, e quando praticamente il libello del ripudio era una rara eccezione; ma, col decadere della moralità, il libello del ripudio costituiva una vera occasione di pervertimento, e perciò Gesù lo condanna e lo abolisce. Chi ripudia la propria moglie, salvo il caso di fornicazione – cioè eccetto il caso che le sia legato con un vincolo di peccato, perché allora il ripudiarla sarebbe un dovere –, la induce all’adulterio, lasciandola libera di stringere un nuovo legame, e chi sposa la ripudiata commette adulterio, profanando un vincolo che Dio non ha sciolto.
Gesù Cristo condanna, così, assolutamente, il divorzio, come causa di peccati e di dissoluzione.
Egli riprova ogni degradazione di sensi, riconduce il matrimonio alla sua nobiltà; ridona alla donna la sua dignità, negando recisamente che ella sia oggetto di piacere, o termine di ammirazioni sensuali o sentimentali. Egli l’ammanta di maestoso pudore quando dice che chi la guarda semplicemente desiderandola, pecca, ed insiste con tanta forza sul dovere di allontanare ogni occasione di peccato, da usare quella similitudine tagliente di chi si acceca ad un occhio o si mutila di una mano per evitare uno scandalo. Toglie ogni pretesto anche legale alla corruzione e alla degradazione della donna, e abolisce la legge del ripudio; vuole che la donna sia regina e madre nella casa e non sia come un oggetto di divertimento che si desidera e si abbandona come si vuole.
Ognuno vede come deve giudicare – non diciamo l’orrore dell’impurità cui si abbandonano oggi gli uomini e le donne –, ma anche quello che si dice amore platonico, idealizzando così la degradazione dell’anima, e rendendo più tenace la degradazione dei sensi interni ed esterni, sfiorandoli di quello che potrebbe farne risaltare le brutture. Questi cosiddetti amori platonici sono pieni di peccato di desiderio, sono catene di schiavitù spesso più tenaci che nella stessa insoddisfazione dei sensi si ribadiscono e diventano perenni. Non c’è da illudersi: la creatura si può amare solo in Dio e per Dio, e per questo lo stesso amore coniugale è un Sacramento. Non si può amare una creatura concentrandosi in lei o attirandola a sé, perché noi siamo di Dio. Come? Tu uomo, avendo sposata una donna, la riguardi talmente come tua, da prendere le armi contro chi semplicemente la distrae da te, e credi di non commettere colpa, attraendo a te una creatura di Dio e distraendola da Lui? Come puoi trarre la creatura nel tuo desolante vuoto, sottraendola alla pienezza soavissima del divino Amore? Che cosa le puoi dare tu se non parole, e spesso tempeste e pene spaventose? Se tu l’amassi veramente potresti tradirla fino al punto da devastarla?
L’amore umano è sempre un ladro che ruba; è sempre un fuoco che consuma; è sempre un’inondazione che devasta, ruba a Dio e all’anima, consuma ogni ricchezza del cuore e devasta ogni gioia e ogni pace.
La menzogna…
Gesù Cristo, dopo aver divelto, per così dire, le radici stesse delle sopraffazioni dell’ira e dei sensi, sana dalle fondamenta la piaga della menzogna e della slealtà che tanto nuoce alle reciproche relazioni tra gli uomini. Nell’antica Legge si credeva che si dovesse tener fede solo al giuramento, e per il continuo decadimento dei costumi si era giunti a tal punto da non parlare senza giurare. L’atto solenne del giuramento, ammesso solo in casi di eccezionale importanza, era ridotto, così, quasi come un intercalare. Gli scribi e farisei, poi, insegnavano che quando non si nominava esplicitamente Dio, non si era tenuti a mantenere quello che si era giurato e, con questo principio, moltiplicavano i giuramenti falsi e la conseguente sfiducia fra gli uomini.

Gesù Cristo vuole che un cristiano sia talmente veritiero e leale da non aver bisogno né di giurare né d’imprecare per esempio sul suo capo, non avendo egli dominio su se stesso, e non potendo rendere bianco o nero uno dei suoi capelli, imprecando. Il suo linguaggio deve essere decisamente vero: Sì, sì, no, no; qualunque altra parola viene dal male, cioè dalla diffidenza o dalla malafede, ed è soprattutto testimonianza del male che sta in noi, non essendo degni di essere creduti sulla semplice parola. Anche nell’infanzia chi giura non è il fanciullo buono incapace di cattive azioni, ma è quello cattivo, al quale possono con facilità addebitarsi delle scappate, e al quale è più difficile prestar fede.
Padre  Dolindo Ruotolo

sabato 4 febbraio 2017

La missione degli apostoli e dei sacerdoti

Commento al Vangelo – V Domenica del T.O. 2017 A (Mt5,13-16)
La missione degli apostoli dei   sacerdoti

Gesù Cristo, promulgando le basi fondamentali del suo regno, si rivolse principalmente ai suoi apostoli e per essi ai sacerdoti. Le beatitudini sono il programma della loro vita, consacrata tutta al Signore, nella piena rinuncia a tutto quello che è falsa gioia terrena: essi debbono essere poveri di spirito, distaccati da tutto e contenti del poco, per conservare nel cuore solo aspirazioni celesti, ed evitare le schiavitù dell’interesse economico che distruggerebbe qualunque opera di apostolato. La loro felicità deve consistere tutta nell'abbandonarsi a Dio e nel confidare in Lui, unico sostegno. Più dei leviti che non avevano una proprietà fissa, essi hanno Dio per loro porzione ed eredità, e debbono alienare il cuore da ogni attaccamento materiale.
L’apostolato che debbono svolgere non può essere mai irruente, perché essi debbono conquistare le anime, e perciò debbono avere, come forza, la mansuetudine. Generano le anime a Dio col sudore delle fatiche apostoliche e col sacrificio continuo; piangono, ma sono consolati dalla messe che raccolgono, e debbono percorrere il mondo con una fame e sete ardente di giustizia, per diffondere la perfezione, e di misericordia per sollevare i poveri peccatori. Casti e puri di cuore si beano delle bellezze di Dio, ed hanno la sua gloria come meta della vita; propugnatori di pace nelle coscienze, nelle famiglie e nella società, sono i continuatori dell’opera del Figlio di Dio fatto uomo, e sono chiamati anch'essi figli prediletti di Dio. In tutto simili al loro Maestro, affrontano ogni persecuzione, ogni ingiustizia, ogni ingiuria, e continuano il loro santo ministero da eroi, fissi con lo sguardo alla ricompensa eterna.
Dopo questa esposizione sintetica del programma sacerdotale di tutti i tempi, Gesù Cristo dà la ragione della perfezione che inculca ai suoi apostoli, ed induce in loro il senso della responsabilità, dicendo: Voi siete il sale della terra e la luce del mondo; dovete, con la vostra virtù, quasi sale nel cibo, rendere accessibile e assimilabile la verità, e dovete splendere come lampade sul candelabro, non potendovi celare allo sguardo degli altri uomini dall’altezza cui vi eleva la vostra dignità. Da voi l’umanità dev’essere guidata, e se voi vi rendete insulsi o vi ottenebrate, vi renderete ludibrio di tutti e sarete rigettati dal Signore.
Parole divine, queste, che ogni sacerdote deve stampare nel proprio cuore, essendo esse confermate dall’esperienza della storia.
Un sacerdote infedele al suo dovere, o anche semplicemente insipido, cioè rilassato nella pietà, è oggetto di disprezzo, e rende vana la sua missione. Il mondo è conquiso dalla virtù sacerdotale quando questa è piena, e quando splende sul candelabro della Chiesa; non s’importa né sa che farne dei sacerdoti umanamente e laicamente scienziati, artisti, statisti, ecc. Va trovando i santi, perché sacerdozio e santità sono due concetti inseparabili.
Il sacerdote che non è santo, è sale infatuato che non solo non condisce, ma è incapace di essere condito, rimanendo ostinato nella sua estrema miseria. Si può dire che in questo non ci sono mezzi termini, e che un sacerdote che non è santo è già cattivo, è già infatuato. Se è santo, è povero, mansueto, mortificato, zelante, misericordioso, puro, pacifico, paziente, è beato nel suo cuore e comunica la beatitudine; se non è santo e cerca la beatitudine nella terra, è avido di guadagni, è impetuoso, egoista, ozioso, scorretto, mormoratore, duro, rozzo, intollerante, e dissemina solo il male intorno a sé, perché discredita il regno di Dio.
Il mondo si deve specchiare nel sacerdote, e deve sentirlo tanto superiore da vederlo come lampada sul candelabro.
Se lo vede sotto il moggio di grano, accumulato agli altri quasi granello nella massa, giacente per terra, quasi lampada spenta, non lo riguarda più con onore né è capace di gustare le grandezze della fede, e di glorificarne Dio.

Il sacerdote non è un uomo come gli altri!
Il sacerdote non può in nessun modo dire di essere anch’egli uomo come gli altri e di aver bisogno di uno svago; la sua beatitudine gli è tracciata da Gesù Cristo, ed è beatitudine che lo eleva nelle pure gioie dello spirito, di fronte alle quali tutte le gioie umane sono tormenti. Fuori della via della beatitudine, il sacerdote non trova che infelicità somma di spirito; è come un pesce fuor d’acqua, è come un uomo affogato nella tempesta; è schiavo di se stesso ed è tormentato dai rimorsi, è indebolito negli slanci della sua anima, e giace come paralitico nella sua miseria, dalla quale non sa sollevarsi. È scontento del suo stato perché non ne gusta le ineffabili dolcezze; aspira al mondo con la veemenza della disperazione senza poterlo raggiungere in pieno; crede di essere un perseguitato dalla cattiva sorte; invidia persino quelli del mondo, e finisce quasi sempre riprovato da Dio.

O Gesù, dona ai tuoi sacerdoti l’apprezzamento della loro immensa e profonda felicità nell’essere santi; raccoglili intorno al tuo Cuore eucaristico; fa’ gustare loro la bellezza dei divini Misteri, e rendili veramente sale delle anime e luce smagliante del mondo.
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 28 gennaio 2017

La beatitudine vera di chi peregrina in terra


Commento al Vangelo – XXXI Domenica del TO 2015 B (Mt5,1-12)


La beatitudine vera di chi peregrina in terra


L’uomo tende alla beatitudine, alla piena felicità, alla gioia, perché fu creato da Dio per godere eternamente. L’essenza medesima del fine per cui viviamo è questa, poiché il Signore ci ha creati per la sua gloria; e per renderci sua voce di gloria ci riempie della sua grazia, nel compimento, poi, della sua volontà che è sommo bene, ci comunica la sua felicità. La beatitudine, quindi, sta tutta in Dio, ed è da Lui solo che la si può attingere: sta nella conoscenza delle sue perfezioni e nel compimento della sua volontà.
La beatitudine è un premio, e come tale suppone la prova; perciò, prima di raggiungerla eternamente in Cielo, noi subiamo la breve e passeggera angustia della vita presente. Quest’angustia tende ad addestrarci alla ricerca di Dio, alla sua conoscenza, al suo apprezzamento e al compimento della sua volontà.
La vita, quindi, è più gravosa quanto più è impigliata nell’ambito della terra, ed è più beata quanto più se ne distacca.
Tutte le raffinatezze della vita del tempo non sono che fili di una rete che tarpa ogni volo dell’anima, e che rende più ardua la conoscenza di Dio e il compimento della sua volontà; esse, perciò, hanno un segreto di somma infelicità.
È l’esperienza quotidiana che ce ne convince, e bisogna pur avere il coraggio di liberarsi da tutte le menzogne convenzionali, con le quali satana, il mondo e la carne ci trasportano sulle false altezze unicamente per farci precipitare o per farci adorare le brutture dello spirito maligno.
È per convenzionalismo – bisogna riconoscerlo –, che noi stimiamo grandi certe altezze della vita terrena, dicendo grande la filosofia, la scienza, la politica, le arti, la letteratura ma, in realtà, nessuno oserebbe dire che queste cose rendono beata la vita. Sono alture sulle quali si ascende a grande fatica e che, raggiunte, fanno scorgere solo i monti impervi che non si raggiungono, e gli abissi che ad ogni passo falso minacciano d’inghiottirci.
Se si vuol essere giusti, bisogna confessare che nel mondo il reparto più colmo d’infelicità è proprio questo che appare come una meta delle aspirazioni umane. Chi ha raggiunto una vetta scoscesa, strapiombante nell’abisso, sembra un dominatore a chi lo guarda da lontano, ma egli solo conosce le vertigini di quella posizione sulla quale non vorrebbe essere mai giunto. Da quelle altezze non si va oltre, si discende, e la discesa ha sempre le vertigini dell’abisso. Tutto è avvelenato d’assenzio e di amarezze indicibili in questa vita, anche le ricchezze che sembrano i beni più immateriali e più semplici, mezzi infallibili di nuovi beni; tutto come l’ortica, anche quando non appare, dà punture fastidiose. Noi, infatti, abbiamo, per così dire, due capacità nella vita: una materiale che è limitatissima e che, ricolma, preme sulle pareti e le strazia, ed una spirituale che esige un vuoto sempre maggiore per essere riempita di ciò che viene da Dio.
Tutto quello che è eccessivo nella materia dà la pena dell’indigestione, e tutto quello che pretende riempire la capacità dello spirito con la materia, dà lo spasimo dell’avvelenamento.
Sono verità che magari non si ha il coraggio di sperimentare, perché si ha l’orecchio assordato dagli inviti del mondo, del demonio e della carne, ma sono verità che si controllano, nostro malgrado, nella vita quotidiana.

Chi vive in città, e specialmente nelle fragorose metropoli moderne, riguarda la pace della campagna come un’oasi nel deserto: è attratto dalla rude semplicità primitiva, gli sembrano poeticamente attraenti le pareti disadorne, i piatti di creta, gli orcioli che fanno da bottiglie; i piedi nudi sul terreno brullo sembrano più belli delle calzature eleganti, lo scialle che incornicia il volto schiettamente sano di una contadina, sembra più attraente di tutte le eleganze mondane; si respira a pieni polmoni, si è come prigionieri liberati per un momento dai ceppi, o come uccelli fuori gabbia che raggiungono trillando i rami. È un momento di felicità relativa, dovuta alla semplicità di una povertà che non è miseria, ma è sazietà più proporzionata alla nostra capacità materiale. Il contadino non capirà magari la superiorità della sua condizione rispetto ai cittadini, come i bambini non intendono la felicità della loro spensierata età, ma non si può negare che quella vita ci fa invidia e fa invidia, molto più, a chi è tutto irretito nelle cose del mondo. Non è la povertà vera dello spirito, per l’incosciente scontentezza che l’accompagna, ma in se stessa è un’immagine e, se è accompagnata dalla pienezza spirituale che trae l’anima alle altezze eterne, è un saggio di vera felicità.
Don Dolindo Ruotolo 

sabato 21 gennaio 2017

La prima predicazione di Gesù e l'elezione dei primi apostoli

Matteo cap. 4 par. 8-9


                                        

8. La prima predicazione di Gesù e l'elezione dei primi apostoli
Dopo aver subito la prova nel deserto, Gesù Cristo cominciò la sua vita di apostolato. Giovanni era stato messo in prigione da Erode Antipa, a causa di Erodiade, come è detto al capitolo 14, e per questo vi era nella Giudea un grande fermento, data la stima che il popolo aveva del Battista. Il Testo dice che Gesù aveva udito che Giovanni era stato messo in carcere, proprio per indicare il fermento popolare che spargeva la notizia in ogni parte. Non volendo per delicatezza di carità verso san Giovanni prendere il suo posto in luoghi che risuonavano tuttora della predicazione di lui, si ritirò nella Galilea, e licenziatosi da Maria Santissima che abitava tuttora in Nazaret, andò ad abitare a Cafarnao, città a quei tempi abbastanza importante per il commercio, situata sulla riva occidentale del lago di Genesaret. L'apostolato che vi esercitò dovette essere così grande da far ricordare la profezia d'Isaia (9,1-2) nella quale era annunziata la voce del Messia risonante ai confini della terra di Zàbulon e di Néftali, sulla strada del mare di Genesaret, ad oriente del Giordano, cioè nella Perea, e fino alla parte della Galilea confinante con la Siria e con la Fenicia, chiamata Galilea delle genti perché abitata da molti pagani.
Quei popoli giacevano nelle tenebre dell'errore e del peccato, e la voce di Gesù era per loro una grande luce, perché annunziava il regno di Dio ed il vicino compimento della redenzione, esortandoli a far penitenza dei loro peccati.
Gesù Cristo era ancora solo, ma l'affluenza medesima del popolo che a Lui accorreva, attratto dalla sua parola e dai suoi prodigi, esigeva che Egli fosse aiutato nel suo ministero, e perciò cominciò a chiamare i primi apostoli.
Non si rivolse ai grandi della terra, non scelse uomini di scienza e di prestigio, ma poveri ed ignoranti pescatori, semplici e schietti, come sono quelli che esercitano questo mestiere. Li chiamò non solo con la voce ma con la grazia interiore, ed essi, benché intenti al loro mestiere, lasciarono tutto e lo seguirono. Gesù Cristo scelse il momento opportuno per chiamarli, utilizzando le loro interne disposizioni naturali. Erano due coppie di fratelli: Simone, chiamato poi Pietro, ed Andrea suo fratello, Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo; tutti e quattro avevano seguito il Battista (Gv l,35ss) ed erano stati presenti al battesimo del Redentore, imparando dal loro Maestro a riconoscerlo per Messia. Imprigionato Giovanni, erano ritornati al loro mestiere, certamente scoraggiati, e l'invito di Gesù li trovò perciò più disposti a seguirlo.
Il Sacro Testo sintetizza l'apostolato di Gesù Cristo dicendo che Egli andava per tutta la Galilea, insegnando nelle sinagoghe, che erano edifici rettangolari dove il popolo si riuniva per pregare e per leggere i Libri Santi; andava predicando la nuova Legge e sanava le malattie di quanti venivano a Lui presentati; scacciava satana dagli ossessi; curava i lunatici, ossia gli epilettici, chiamati così per l'influenza che, secondo la comune credenza, esercitavano sui loro eccessi le fasi lunari, e risanava i paralitici. La fama di questi prodigi si sparse fin nella Siria, e gran turba di popolo cominciò a seguirlo dalla Galilea, dalle dieci città poste al di là del Giordano, chiamate perciò Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea, e dalla Perea, all'Oriente del Giordano.
Giovanni fu messo in prigione, e sembrò una sventura, poiché si soffocava una voce potente di rinnovazione in mezzo al popolo. Eppure proprio allora Gesù intensificò il suo a-postolato di verità e di carità. Il sacrificio non è mai infecondo nelle vie di Dio, e dall'immolazione nasce sempre un maggior bene in mezzo alle anime.
Dalla regione più nobile Gesù si ritirò in quella più umile della Galilea, per ricercare le anime semplici, giacché è più facile che le parole veramente grandi siano ricevute dagli umili: i cosiddetti grandi del mondo in realtà sono materiati di miserie, e sono sordi alle voci della verità.
 



9. Per la nostra vita spirituale
La predicazione di Gesù Cristo, come quella di san Giovanni, cominciò con un'esortazione alla penitenza e un annunzio del regno di Dio, i due fondamenti dell'ascensione di un'anima: purificarsi, umiliandosi innanzi a Dio, ed aspirare a Lui solo facendolo regnare nel cuore e nella vita.
Il Redentore chiama i suoi primi apostoli, e sceglie quattro pescatori. Oh, come Dio deride l'orgoglio umano, e come ferma i suoi occhi sugli umili! Doveva rinnovare il mondo orgoglioso e sceglie pochi rozzi pescatori! Chi non avrebbe creduto che avesse dovuto fare appello ai grandi ed ai potenti?
I poveri pescatori ascoltarono immediatamente la sua voce e lasciarono tutto; lezione grande per noi quando siamo chiamati dalla grazia ad una vita più perfetta. Non basta rispondere fiaccamente all'invito di Dio, bisogna troncare ogni vincolo che ci unisce al mondo, ed incamminarsi risolutamente per la nuova via. Bisogna abbandonare le reti cioè tutto quello che ci stringe nelle maglie della natura e degli attacchi terreni, bisogna uscire dalla mobilità della vita mondana, come da un mare in tempesta, e prendere terra con ferme risoluzioni nelle vie di Dio, che sono agli antipodi di quelle del mondo. Il distacco generoso da tutto ciò che è terreno ci fa fare voli nelle vie di Dio e ci fa seguire Gesù liberandoci dal languore dell'anima, dalle insidie di satana e dalle nostre infermità spirituali.
Molti chiamano gli uomini alla loro sequela, specialmente oggi che abbondano i falsi profeti; ascoltiamo solo l'invito di Gesù Cristo, e siamogli fedeli sino alla morte, rinnegando per suo amore noi stessi.
Potrebbe sembrare quasi un'anormalità il rinnegarci, dato che certi doni di natura ce li ha dati Dio stesso; ma rinnegandoci non perdiamo quei doni, li trasformiamo e li eleviamo in una sfera immensamente più grande.
Dio mi ha dato l'intelletto perché io gliene facessi un olocausto nella fede; quando rinunzio alla mia povera ragione e credo, l'intelletto non rimane vuoto, ma ripieno della luce e della verità divina.
Dio mi ha dato la volontà perché io gliene facessi un o-locausto nella Legge; la mia rinunzia la rende liberamente attiva nelle grandi e sapienti disposizioni della divina volontà.
Dio mi ha dato le forze fisiche ed ha formato il mio corpo di fragile carne, perché io gliene facessi un olocausto nella mortificazione; la mia rinunzia non diminuisce la carne, la trasumana e la rende angelicata, elevandola fino ai confini dello spirito.
Dio mi ha dato la vita perché io gliene facessi un'offerta nella medesima morte corporale, nella quale la vita si consuma per trasformarsi in vita eterna ed in risurrezione gloriosa.
Dio mi chiama alla sua sequela ed io lascio le reti che stringono la mia povera e limitata natura, lascio la mia fragilità, e mi slancio verso di Lui per trovare la vita.
Non è una perdita, è un guadagno, e se i pescatori di pesci, rinunziando alle reti ed alle barche, divennero pescatori di uomini, noi rinunziando a noi stessi diventiamo ricercatori di eterni tesori, e ci eleviamo ad una perfezione arcana. Gesù Cristo medesimo ci mostra che cosa valga una rinunzia e quali frutti produca: Egli non volle servirsi della sua potenza per provvedersi miracolosamente di cibo, come avrebbe preteso satana; volle abbandonarsi al Padre, e il Padre gli mandò gli angeli per servirlo; più tardi immolò completamente se stesso nella più profonda umiliazione, e fu costituito Re dell'universo.
La rinunzia è guadagno; è la liberazione di ciò che impaccia l'anima; è lo slancio pieno della libertà, della ragione e della volontà nelle altezze cui tendono; è il pieno respiro dell'essere nostro nell'atmosfera celeste; è il vuotarsi per essere riempiti, l'impoverirsi per essere arricchiti, il morire per vivere.
Sac. Dolindo Ruotolo