sabato 3 dicembre 2016

La voce che grida nel deserto

Commento al Vangelo – II Domenica di Avvento 2016 A (Mt 3,1-12)

La voce che grida nel deserto
L’età legale e tradizionale per diventare dottore e ministro di Dio – come può rilevarsi anche dal Primo libro delle Cronache (23,3) –, era di trent’anni. In questa età san Giovanni il Battista uscì dalla solitudine e cominciò la sua predicazione per preparare il popolo a ricevere il Redentore, vicino anche Lui al trentesimo anno di età.
È probabile che la causa occasionale per la quale san Giovanni si ritirò nel deserto sia stata la persecuzione di Erode; la madre sua, per timore, vi si dovette rifugiare e, passato il pericolo, il bambino, già prevenuto dalla grazia, vi rimase per prepararsi alla sua missione con una vita di aspra penitenza. Non è raro, nella storia dei santi, una precocità di vita penitente né può stupire vedere un bambino prodigio di virtù come non ci stupiamo di vedere bambini-prodigio di musica, di pittura, di arti e di lettere, dei quali abbiamo molti esempi nella storia contemporanea. Se le doti naturali possono rendere più che adulto un piccolo, molto più lo può la grazia e la particolare elezione di Dio.
Che cosa faceva Giovanni nel deserto, tutto solo? Guidato dalla luce dello Spirito Santo, meditava la grandezza di Dio, pregava, riparava per l’ingratitudine umana, e teneva in penitenza il suo corpo, con ogni specie di disagio, per amore di Dio.
Si può credere, con ogni verosimiglianza, che la Vergine Santissima, sua dolcissima zia, l’abbia personalmente guidato nelle vie di Dio, perché i suoi genitori dovettero morire presto. Non è supponibile, infatti che la Vergine Santissima, così piena di bontà e di grazie, abbia trascurato colui che era andato a visitare e a santificare, stando ancora egli rinchiuso nel seno materno.
Il deserto dove Giovanni si ritirò e dal quale uscì per invitare il popolo al regno di Dio era una vasta estensione di terra ad est di Gerusalemme e lungo il Mar Morto, quasi disabitata; il suo abito consisteva in una veste-cilizio, formata di peli di cammelli, cioè di peli duri che tormentavano il corpo, e che egli stringeva ai lombi con una cintola di cuoio, per meglio sentirne il fastidio. Egli stesso, logoratesi le sue vesti d’infanzia, aveva dovuto formarsi questo rozzo indumento, forse utilizzando i peli di cammelli, morti nel deserto. Si cibava di locuste – cibo comune allora come oggi in oriente –, e se ne cibava come le trovava, non certo cotte in acqua, o disseccate al forno che era il modo più comune di mangiarle. Alle locuste aggiungeva un po’ di miele selvatico, di quel miele formato dalle api silvestri nelle fessure delle rocce.
Uscì dal deserto, scarno, coperto di quella veste di penitenza e di povertà che era stata indossata da tanti profeti, ammantato spiritualmente dallo splendore della grazia che lo arricchiva, e sembrò una visione soprannaturale, al popolo che incuriosito gli andava dietro.
Con Malachia sembrava essere cessata la profezia, e l’apparizione di Giovanni, novello profeta agli occhi di tutti quelli che lo vedevano, fece anche più impressione per questo. Rinasceva la solenne poesia degli antichi profeti, e il popolo, oppresso dalla dominazione straniera, vedeva, nella misteriosa figura del Battista, il felice annuncio di qualche mutamento politico importante.
Ma Giovanni non era venuto per suscitare una rivolta: era venuto per preparare i cuori con la penitenza al regno di Dio, alla redenzione, cioè che doveva compiere il Cristo promesso, alla Chiesa militante che Egli doveva fondare, e a quella trionfante che doveva essere la meta finale della salvezza.
Con pochissime parole, il Battista capovolgeva tutte le aspirazioni falsate dal popolo, frutto del rilassamento religioso: la nazione aspirava a godere; s’era paganizzata, ed aveva visto prosperare in essa la setta dei sadducei che negavano persino la risurrezione futura e l’esistenza degli spiriti. Nella sua parte che sembrava ancora sana per lo scrupoloso attaccamento alla Legge, nei farisei, era deformata dal formalismo ipocrita, senz’anima, aspirante al dominio e ai posti alti. Il giogo romano le pesava, ed aspirava a scuoterlo per inaugurare un nuovo regno d’Israele. A queste aspirazioni, il Battista oppose la penitenza e la speranza del regno di Dio; mostrò in se stesso l’esempio della penitenza, e cominciò a battezzare i peccatori che accorrevano a Lui confessando le proprie colpe, per segnarli con un segno di umiltà, per dare a tutti una promessa e una figura della remissione dei peccati che doveva venire dal Redentore, e per suscitare, con quel segno esterno, il desiderio della purificazione dell’anima.
La predicazione del Battista – come si rileva da san Luca (3,7-14) –, consisteva in pochi precetti pratici atti a rinnovare la vita; non aveva splendore di parole sublimi né di miracoli, era rude come il suo abito, e ciononostante fece tanta impressione, da trarre a lui le turbe da Gerusalemme, dalla Giudea e da tutta la regione del Giordano. Il popolo ricordò o trovò chi gli ricordò le parole del profeta Isaia: Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri; capì che quelle parole non si riferivano solo al ritorno degli Ebrei da Babilonia, ma che annunciavano la voce che doveva preconizzare il ritorno delle anime dalla schiavitù della colpa.
La figura stessa di Giovanni, scarna e spettrale, sembrava che avesse solo la voce con la quale chiamava a penitenza; era quasi tipicamente una voce che sembrava venire dalle profondità del mistero, e corsero le turbe per farsi battezzare, confessando i propri peccati. Sentivano tutti il bisogno di purificarsi, erano stanchi di una vita di peccati, e avevano il desiderio di vederla mutata. Il battesimo di Giovanni non rimetteva di per sé le colpe; ma, eccitando l’anima a compunzione e a pentimento, attraeva la misericordia di Dio e non era una semplice e sterile cerimonia.
Al popolo che andava da Giovanni si unirono anche dei farisei e dei sadducei, i quali andarono ad osservare il nuovo profeta, più per curiosità che per vera compunzione; più per criticare che per sanzionare la sua missione; è evidente dalle parole severe che il santo Precursore rivolse loro. Essi erano abituati ad avvelenare il popolo con le loro false teorie religiose e perciò Giovanni li chiamò razza di vipere, cioè anime avvelenate che non sapevano propinare che veleno, subdolamente e quasi senza farsi scorgere, ammantati d’ipocrisia gli uni, e di fasto gli altri. Li esortò particolarmente a far penitenza, come quelli che ne avevano più bisogno, e a non presumere di potersi salvare perché figli di Abramo, poiché i veri figli della discendenza spirituale di lui dovevano essere suscitati dalla grazia e non dalla natura.
San Giovanni, quando disse queste severe parole, battezzava a Betabara, dove Israele, sotto la guida di Giosuè, aveva miracolosamente attraversato il Giordano. Vi erano là ancora le dodici pietre poste a ricordo del miracolo, e il Precursore, additandole, gridò che Dio per mantenere la promessa fatta ad Abramo di una discendenza spirituale non si sarebbe fermato alla progenie naturale di lui, ma avrebbe suscitato anche dalle pietre i suoi figli spirituali, tagliando, anzi, come alberi inutili e infruttuosi, quelli che, fidando sulla discendenza naturale da Abramo, non avrebbero fatto buoni frutti di penitenza. Era necessario, per formare la progenie eletta, non tanto discendere da Abramo, quanto dal Redentore; Egli avrebbe costituito negli apostoli le dodici pietre fondamentali della Chiesa universale, testimonianza viva del passaggio dalla morte alla vita operato da Lui, e da quelle pietre sarebbero nati i veri figli di Abramo, i veri discendenti ed eredi della grande promessa.
Quest’allusione mirabile all’opera del Redentore gli diede modo di umiliarsi al ricordarlo, e di presentarlo alle turbe come l’unica via di salvezza: egli battezzava con l’acqua, per indurre sentimenti di penitenza, ma Colui che stava per manifestarsi, infinitamente più potente, avrebbe battezzato le anime, infondendo loro lo Spirito Santo e infiammandole del fuoco della divina carità. Egli è così grande – disse Giovanni – che io non sono degno neppure di prestargli gli umili uffici degli schiavi ai padroni, portandogli i sandali; Egli è così santo e giusto che verrà quale Giudice di tutti, e come col ventilabro si separa il grano dalla paglia per bruciarla, così Egli, diffondendo nel mondo la sua Chiesa, attraverso il vento delle prove e delle lotte separerà i buoni dai cattivi, raccoglierà i buoni nel suo regno, come si raccoglie il grano nel granaio, e condannerà i cattivi alle fiamme eterne dell’Inferno.

Giovanni non aveva ancora visto il Redentore; parlava per divina ispirazione e, in poche ed efficaci parole, determinava i caratteri del suo regno: Egli non avrebbe raccolto solo le anime della promessa, ma avrebbe adottato le creature di qualunque nazione come figlie di Dio e discendenza spirituale di Abramo; non le avrebbe contrassegnate con un segno esterno, ma le avrebbe rinnovate con la grazia dello Spirito Santo, lasciando integra la loro libertà e separando alla fine, come Giudice supremo, definitivamente, i buoni dai cattivi.
Don Dolindo Ruotolo

sabato 26 novembre 2016

I segni della catastrofe

Commento al Vangelo – I Domenica di Avvento 2016 A (Mt 24,37-44)

I segni della catastrofe
Altro segno remoto, e potremmo dire caratteristico della fine del mondo, sono le guerre e le voci di guerre, le sollevazioni di popolo contro popolo e di gente contro gente, le conseguenti pestilenze e carestie, e gli sconvolgimenti tellurici. Gesù Cristo avverte che tutto questo deve avvenire, ma non è ancora la fine, perché le guerre e le tribolazioni sociali ci furono anche al tempo delle persecuzioni contro il cristianesimo, e furono così aspre da far credere prossima la fine anche ad alcuni Padri della Chiesa. Gesù Cristo volle appunto prevenire questo equivoco, dicendo che le guerre non indicavano la fine imminente. Egli determina velatamente di quali guerre intenda parlare e di quali sconvolgimenti, parlando di persecuzioni in tutte le parti del mondo, di odio generale al nome cristiano, di scandali caratteristici, di tradimenti, di odi, di falsi profeti, di seduzioni universali, e soprattutto di raffreddamento della carità verso Dio e verso il prossimo, dovuto al sovrabbondare dell’iniquità; Egli specifica che questo avverrà quando il Vangelo sarà stato già diffuso per tutto il mondo. Si può dire che Gesù abbia parlato intenzionalmente in modo un po’ velato, quasi confondendo i segni prossimi e quelli remoti della fine del mondo, e i segni della fine di Gerusalemme; Egli volle eccitare le anime di tutti i tempi alla vigilanza, e non volle terrorizzare eccessivamente quelle che si sarebbero un giorno trovate nei terribili avvenimenti. Sapere con certezza assoluta il tempo della fine potrebbe essere, per quelli che ne sono lontani, un motivo per darsi bel tempo, e per quelli che ne sono vicini un motivo di scoraggiamento e d’ignavia. L’incertezza ci fa essere vigilanti e nello stesso tempo ci fa continuare nel compimento dei nostri doveri, tanto nella vita familiare che in quella sociale.
Dai segni remoti caratteristici della fine del mondo, Gesù passa a quelli prossimi, riguardanti la fine di Gerusalemme. E, prima di tutto, l’abominazione della desolazione, cioè la desolazione abominevole posta nel luogo santo, nel tempio. Il Sacro Testo soggiunge: Chi legge comprenda, per indicare che non si parla solo della profanazione del luogo sacro, ma anche di quella dei ministri del santuario e dei fedeli.
Abominazione desolante furono non solo i segni del dominio pagano nel tempio, ma soprattutto le stragi commesse nel suo recinto dalla setta dei zeloti, i quali se ne impossessarono con le armi, e per tre anni e mezzo vi commisero le più orrende scelleratezze, facendovi perire più di 8500 uomini, come racconta Giuseppe Flavio nella guerra giudaica (6,3).
In questo periodo vi era il tempo di fuggire dalla città, mentre, quando i Romani l’assediarono, non fu più possibile, e per questo Gesù Cristo esortò tutti a porsi in salvo senza indugio, con espressioni che mostrano l’imminenza del pericolo. Quando cominciarono, infatti, le ostilità tra gli Ebrei e i Romani, nessuno pensava che si sarebbe giunti all’ultima desolazione; i Romani crederono si trattasse di una semplice sedizione, facilmente domabile, e gli Ebrei che si trattasse di una rivendicazione nazionale vittoriosa, illusi com’erano dai falsi cristi e dai falsi profeti. Solo i cristiani, ricordando le parole del Redentore, abbandonarono la città e si rifugiarono a Pella, nelle montagne di Galaad al di là del Giordano, prima che le armate di Tito ponessero l’assedio alla città. Il terribile assedio sorprese quasi all’improvviso gli Ebrei, e perciò Gesù Cristo, profetizzandolo, disse che era necessario pregare che la fuga dalla città non fosse avvenuta né in giorno di sabato, nel quale gli Ebrei credevano di non poter percorrere più di due miglia né d’inverno, per le difficoltà che offriva un viaggio lontano, fatto in montagna. Logicamente le persone più infelici in quelle tragiche circostanze sarebbero state le donne o incinte o allattanti, per le grandi difficoltà che avrebbero trovato in una fuga precipitosa.
Di nuovo, Gesù guardò anche agli eventi della fine del mondo insieme con quelli di Gerusalemme, ed esclamò che la tribolazione sarebbe stata senza precedenti e tale che, se quei giorni non fossero stati abbreviati per amore degli eletti, nessuno sarebbe scampato alla catastrofe. Concludendo con la sua profezia, Gesù parla in modo determinato di un falsario che si farà credere il Cristo: Ecco qui il Cristo e eccolo là, e di falsari che lo sosterranno, inducendo moltissimi in errore e facendo pericolare persino gli eletti. Questo falsario, circondato dal prestigio di falsi miracoli, trarrà dalla sua parte moltissima gente. Gesù, però, ammonisce che Egli verrà in modo da farsi scorgere da tutti in un momento, come il lampo, verrà gloriosamente con grande maestà, e non sarà necessario andarlo a rintracciare nel deserto o nelle case private. Come le aquile, o meglio gli avvoltoi, si raccolgono là dove sono i corpi, così le anime si sentiranno tratte al luogo del giudizio, dove apparirà Gesù Cristo nella maestà di Giudice, e dove esse verranno per assistere all’epilogo finale della storia del mondo. L’epilogo sarà terribile, perché la giustizia esigerà una piena riparazione di tutte le scelleratezze commesse nei secoli. Il mondo si scompaginerà, il sole si oscurerà, forse per raffreddamento interno e la luna non darà più luce. Frammenti di astri o asteroidi cadranno sulla terra con immenso frastuono, e le potenze dei cieli appariranno sconvolte. In questi terribili momenti apparirà nel cielo la croce, e giustamente, perché allora, quasi tutte le genti l’avranno rinnegata e profanata. Il segno aborrito dai seguaci dell’anticristo apparirà in una gran luce di fuoco, e le genti risorte o ancora superstiti sulla terra piangeranno, alcune disperatamente, altre ancora fedeli per immensa gioia. Verrà Gesù Cristo sulle nubi del cielo, con grande maestà, in una luce abbagliante che risplenderà più bella sullo sfondo cupo e rossiccio del cielo; apparirà non più umiliato, ma nella maestà della sua regale e divina grandezza, e sarà visibile a tutti. Gli angeli, mandati da Lui, chiameranno allora gli eletti da tutte le parti del mondo, come si chiama con la tromba un esercito alla raccolta. Forse si farà sentire veramente un suono solenne in tutte le parti del mondo, e in ogni caso si farà sentire la voce del comando della divina volontà che esigerà la glorificazione dei giusti, disprezzati e manomessi nella loro vita mortale.
L’annuncio dato da Gesù Cristo è terribile sia per gli Ebrei che per gli uomini di tutti i secoli; la rovina della nazione ebraica e quella di tutta la terra esigeva una grande vigilanza, soprattutto quando si sarebbero cominciati a verificare i segni precursori delle due catastrofi. Quando il fico mette le foglie, si capisce che l’estate si avvicina, e non si può dubitare che sia così; nella stessa maniera i segni preannunciati sarebbero stati certissimo annuncio della venuta imminente del Redentore glorioso e della manifestazione della divina giustizia. Gesù soggiunse: Non passerà questa generazione prima che siano successe tutte queste cose, intendendo parlare della generazione a Lui contemporanea che avrebbe visto la distruzione di Gerusalemme, come di fatto avvenne, e del terzo periodo della vita del mondo che non sarebbe trascorso senza che tutto si fosse avverato. Egli aveva inaugurato il nuovo patto e il periodo storico nel quale doveva svilupparsi, ed Egli doveva concluderlo per sempre con una manifestazione solenne di potenza. Lo inaugurò con l’umiliazione del Calvario, e lo compirà con la glorificazione del Giudizio universale.
Questo è certissimo – soggiunse il Redentore –, ma quanto al giorno e all’ora in cui avverrà, cioè quanto al tempo preciso, nessuno lo sa, eccetto il Padre; Egli voleva dire che era un segreto di Dio che neppure il Figlio sapeva per comunicarlo agli uomini. Egli lo conosceva certamente in quanto Dio e in quanto uomo ma, non potendolo comunicare, doveva dire di non saperlo neppure Lui, quasi ambasciatore legato dal segreto. Avverrà come al tempo del diluvio: gli uomini spensierati continuarono nella loro vita e nei loro peccati, nonostante le esortazioni di Noè, e non crederono al flagello che quando ne furono colpiti. Così avverrà che di due persone che sono nel medesimo campo, o al medesimo lavoro, una sarà salva e una sarà perduta, perché quella che è buona non sospetterà la fine e non penserà a convertire l’altra, e quella che è cattiva continuerà nelle sue occupazioni materiali e nei suoi peccati.

Occorre dunque vigilare e vivere come se fosse sempre imminente il giorno del Giudizio. Bisogna vigilare come un padre di famiglia che teme, in qualunque ora, l’assalto del ladro, e come servo fedele che, in attesa del suo padrone, si comporta bene e, quando egli ritorna, riceve il premio della sua fedeltà. Chi, credendo lontano il Giorno di Dio, si dà bel tempo, e maltratta gli altri, è simile al servo infedele che è sorpreso nel compiere il male dal padrone, ed è diviso, cioè è punito, scacciato e tagliato in due, come si usava fare con gli schiavi ribelli, precipitando così nell’eterna perdizione.
Don Dolindo Ruotolo

sabato 19 novembre 2016

L'agonia di Gesù

Vangelo della XXXIV Domenica TO 2016 C (Lc 23,35-43)
Don Dolindo Ruotolo

L’agonia di Gesù
I sacerdoti soprattutto e gli scribi ci tenevano a sfatarne il prestigio innanzi al popolo, e con i loro insulti volevano farne rimarcare l’impotenza: Ha salvato gli altri, salvi se stesso se Egli è il Cristo, l’eletto di Dio. Ad essi facevano eco i soldati, i quali, vedendo sulla croce la scritta postavi da Pilato, dicevano: Se Tu sei il re dei Giudei, salva te stesso. Lo dicevano per prendersi beffe non solo di Lui che si era dichiarato re innanzi a Pilato, ma anche per insultare il popolo ebreo in Lui.
Se Pilato aveva messo quella scritta, era per essi evidente che il Crocifisso era veramente il re spodestato; insultandolo e sfidandone la potenza, volevano far constatare lo stato di soggezione piena nel quale era ridotto il popolo che aveva il suo re in croce, senza dire neppure una parola di protesta, anzi approvandone la condanna e la morte.
I biechi sacerdoti del tempio non si erano accorti che, con quel delitto spaventoso, avevano stretto di più le catene della loro schiavitù a Roma.

Il buon ladrone
I due ladri che erano crocifissi con Gesù, al principio si unirono tutti e due al coro di quelli che insultavano Gesù (cf Mt 27,44), ma poi uno di essi, vedendo che il compagno insisteva nel provocare il Signore a mostrare la sua potenza e la sua dignità, liberando se stesso e loro dalla croce e notando la pazienza divina di Lui, ne ebbe compassione e cominciò a sgridare il compagno.
Fu questo il primo anello di grazia che doveva condurlo al possesso del Paradiso. Egli soffriva terribilmente, aveva fastidio di sentire il vociare dei nemici del Redentore, perché i suoi nervi erano spasmodicamente tesi e contratti; considerò quanto doveva essere terribile per il Signore quel coro d’insulti e di feroci ironie stando in quello stato e, non osando rimproverare i sacerdoti, gli scribi e i farisei sgridò il compagno, dicendogli: Neppure tu temi Dio, trovandoti nel medesimo supplizio? cioè: tu non compatisci, dunque, le sue pene, pur soffrendole tu stesso e ancora lo provochi e lo insulti? Quindi, dando uno sguardo ai peccati commessi, notandone forse le vestigia nel compagno e pentendosene di tutto cuore perché vedeva e sentiva quanto era innocente Gesù, esclamò: Per noi, certamente è giusto, perché riceviamo ciò che meritiamo per i nostri delitti; questi, invece, non ha fatto nulla di male.
E, dicendo queste parole, lo guardò.
La compassione per le sue pene era diventata proclamazione della sua innocenza e, nel guardarlo di nuovo in questa luce, notò che quell’innocenza non era umana, come non era umana la pazienza che mostrava. Lo fissò, e gli venne una grande pace; lo guardò ancora e anche Gesù dovette guardarlo, alleggerendogli le atroci pene. Nel considerarlo, scorse la maestà placida di quel volto, e dal volto spontaneamente passò a leggere la scritta: Gesù Nazareno, re dei Giudei. Aveva un vero aspetto di Re, spirava maestà, spirava, anche così contraffatto, ammirabile bellezza; era Re, ma non poteva esserlo di questo mondo. Forse l’aveva sentito dire innanzi a Pilato solennemente: Il mio regno non è di questo mondo, e quelle parole ora gli ritornavano in mente. La fede nel Messia gli si rinnovò nell’anima; lo guardò ancora, sentì che era Lui, credé, sperò, gli si confidò, gli si abbandonò, esclamando: Signore, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno. La sua fede era piena e completa; aveva confessato le proprie colpe e la grazia l’aveva tutto avvolto e vivificato; si era pentito, aveva amato il suo Redentore, aveva accettato come espiazione la pena che soffriva, e Gesù, perdonandogli, esclamò: In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso. Oggi stesso, sarai con me perché l’avrebbe preceduto nella morte e, morendo, l’avrebbe redento, ridonandogli l’adozione di Figlio di Dio e dandogli il possesso della felicità eterna.
Fu un atto di misericordia immenso, al quale non poté essere estranea la Vergine Santissima. Nella sua materna misericordia, Ella pregò per tutti, e pregò molto più per quelli che erano crocifissi col suo Figlio divino.
Pregò, e il meno ostinato e cattivo raccolse i frutti della sua preghiera, compassionando Gesù e pentendosi dei propri peccati. Quale fiume di grazia sarebbe disceso su tutti i carnefici del Calvario, se avessero avuto un momento solo di pentimento? Il buon ladro aprì la serie dei peccatori che ai piedi del Crocifisso avrebbero trovato la luce, la misericordia e la pace, e fu il primo a raccogliere il conforto e la tranquillità che si diffondono dalla croce.

Quante volte la sua breve preghiera è stata ripetuta dai peccatori, stretti dalle tribolazioni: È giusto, Signore, ricevo ciò che merito per i miei delitti, ricordati di me! E quante volte Gesù ha risposto nel profondo del cuore pentito, dandogli la pace e promettendogli la vita eterna! Sono peccatore, mio Dio, lo confesso, e tutte le pene della mia vita sono un atto di giustizia, lo riconosco; ma la tua misericordia ha le braccia aperte per accogliermi, e io mi rifugio sul tuo Cuore, dicendoti: Ricordati di me. Tu conosci bene quello che io sono, e se tu volessi ricordarti delle mie colpe dovresti scacciarmi da te; ma il tuo ricordo è misericordia e Tu mi guardi per perdonarmi e per salvarmi.

sabato 12 novembre 2016

La rovina di Gerusalemme

Vangelo della XXXIII Domenica TO 2016 C (Lc 21,5-19)

La rovina di Gerusalemme
        Gesù Cristo insegnava ogni giorno nel tempio e i discepoli ebbero occasione così di osservarne la magnificenza. Nei primi giorni non vi badarono troppo, perché attratti dalle parole del Maestro divino; ma, rivedendo il maestoso edificio e stando naturalmente un po’ più distratti dalla divina Parola per l’abitudine quotidiana di ascoltarla, ne notarono la bellezza e la segnalarono al Maestro con quel senso naturale di compiacenza e di orgoglio che si ha per una gloria nazionale.
        Gesù Cristo, lungi dal fermarsi sulla magnificenza dell’edificio, col suo sguardo divino ne guardò il dissolvimento e la rovina che l’avrebbero colpito a causa dei peccati del popolo e del delitto immane del deicidio che si accingeva già a consumare. Vide in quel tempio l’immagine del suo Corpo che sarebbe stato colpito dalla morte violenta e vide il castigo che avrebbe colpito il popolo con la rovina della città e del grandioso edificio; vide in questa rovina la figura e l’immagine della catastrofica fine del mondo, a causa dei delitti consumati nei secoli contro Dio, il suo Cristo e la Chiesa, suo Corpo mistico, e rispose annunciando le due catastrofi ed esortando i discepoli e i popoli sull’atteggiamento che dovevano avere in quelle immani sventure. Cominciando dal tempio e annunciando nella sua rovina quella di Gerusalemme, esclamò: Giorno verrà che di tutto questo che vedete non rimarrà pietra su pietra che non sia distrutta.
        Disse queste parole con tale accento di verità che nessuno di quelli che le ascoltarono osò dubitarne, e perciò gli domandarono quando sarebbe avvenuta quella rovina e da quali segni sarebbe stata preceduta. Facendo questa domanda, vollero inconsciamente assicurarsi se essi sarebbero stati travolti dalla catastrofe e sperarono di non esserne testimoni. Era troppo vivo il loro amore per la patria e per il tempio per non riguardare come suprema sventura il vederne la rovina; Gesù rispose a questa intima preoccupazione, disingannando essi e quelli che sarebbero venuti dopo di loro, perché la Chiesa che Egli fondava sarebbe stata esposta in ogni tempo alle persecuzioni, e nel mondo sarebbero successe in ogni tempo rovine.
        Pensare di non trovarsi presenti ad un cataclisma era speranza inattuabile per quelli che dovevano peregrinare combattendo e che in ogni tempo si sarebbero trovati di fronte ai disseminatori di errori, causa vera e prossima delle persecuzioni e dei castighi che ne sarebbero stati conseguenza.
        Perciò col suo parlare divinamente sintetico, rispose: Badate di non essere sedotti, poiché molti verranno sotto il mio nome, cioè come messia e come realizzatori di una rinnovazione universale, e diranno sono io, e il tempo è vicino.
        Molti falsi profeti crederanno di essere essi i dominatori universali, e annunceranno il tempo della prosperità del mondo, come anche molti, di fronte ai mali incalzanti in ciascun secolo, crederanno prossima la fine del mondo. Ma erreranno e saranno solo annunciatori di errori.
        Tanto il regno di Dio quanto la fine del mondo saranno preceduti da guerre e da rivoluzioni, ma queste non saranno un segno immediatamente prossimo, tanto della fine del dominio degli empi, quanto della fine del mondo; ne saranno solo una preparazione ed avverranno per purificare la terra e raccogliere gli eletti. Non saranno segni esclusivi di questi due grandissimi eventi della storia del mondo, perché in ogni tempo vi saranno guerre e sedizioni. La caratteristica delle guerre e delle rivoluzioni del tempo precedente il regno di Dio e la fine del mondo sarà l’universalità del flagello, accompagnato da pestilenze, carestie, segni spaventevoli nel cielo, e grandi prodigi sulla terra; cioè, probabilmente, grandi invenzioni che stupiranno il mondo. Perciò Gesù, dopo aver detto che vi saranno sempre guerre e sommosse, pur non essendo ancora la fine, accenna specificatamente ai caratteri di quelle che preluderanno alla fine dell’iniquità e alla fine del mondo: Si solleverà nazione contro nazione, e regno contro regno, cioè vi sarà una conflagrazione universale, una guerra universale, caratteristicamente tale per lo schieramento simultaneo di gruppi di nazioni contro gruppi di nazioni, e di gruppi di regni contro regni, coinvolgendo, quindi, repubbliche e monarchie.
        Questo cataclisma sociale sarà accompagnato da grandi terremoti, da pestilenze e da carestie. In ogni tempo vi sono stati terremoti, pestilenze e carestie, ma questi flagelli, nella grande conflagrazione, saranno simultanei alla spaventosa guerra universale.
        È una caratteristica che non potrà essere confusa con le solite perturbazioni del mondo e sarà tale da far capire che qualche cosa di eccezionale sopravverrà alla terra.
        Gesù determina anche meglio la natura delle due conflagrazioni finali, annunciando grandi persecuzioni contro la sua Chiesa e grande messe di martiri. E poiché Egli parlava ai suoi apostoli e discepoli che sarebbero stati i primi ad incontrare la persecuzione, trascinati avanti alle sinagoghe ed ai re della paganità, li esorta a non temere e ad affidarsi completamente allo Spirito Santo nelle contese che avrebbero avuto nei tribunali.
        Gesù Cristo promette loro una sua assistenza particolare specialmente nelle discussioni, assistenza che si è constatata sempre nella passione dei martiri, a cominciare dai primi fino a quelli gloriosissimi della Spagna, dei quali, può dirsi, siamo stati testimoni noi stessi.
        Gesù Cristo accenna alle persecuzioni che i suoi seguaci avrebbero subito persino da parte delle persone più care della famiglia, i genitori, i fratelli, i parenti e gli amici, a causa del suo Nome, e soggiunge che neppure un capello del loro capo sarebbe perito.
        L’espressione sembra a primo aspetto che contraddica quello che dice al versetto 16, poiché è evidente che, se dovevano essere uccisi, sarebbe perita tutta la loro vita corporale. Gesù, però, voleva dire che ogni tormento avrebbe prodotto un frutto di vita eterna e che neppure un capello del capo sarebbe perito inutilmente. I suoi martiri avrebbero poi riacquistato il loro corpo nella risurrezione e avrebbero riavuto tutto quello che avrebbero perduto per rendere testimonianza alla verità, e perciò soggiunse: Con la vostra pazienza salverete le anime vostre. La costanza nel patire per Dio, la pazienza nelle sofferenze, il sacrificio generoso di ciò che avevano di più caro avrebbe loro dato un godimento eterno nel cielo, e allora tutte le pene sofferte sarebbero sembrate nulla, e tutto ciò che avrebbero perduto sarebbe sembrato un guadagno inestimabile.

Siamo al periodo storico predetto da Gesù?
        Questo ha promesso Gesù ai suoi seguaci e, nonostante abbia inalberato il vessillo sanguinoso della croce, ne ha avuti un numero immenso. È la caratteristica della verità. I mestatori o fanatizzano o promettono gloria e vantaggi terreni; Gesù Cristo, invece, dà ai suoi un sentiero di spine e di sacrifici in una grande pace e serenità, di modo che essi percorrono un cammino doloroso non solo senza agitarsi, ma senza pensare neppure alle risposte da dover dare ai persecutori. È la caratteristica di quelli che, con calma, si affidano a Dio e che non fanno gare di inconsulti ardimenti ma, consci della propria debolezza, si abbandonano alla misericordia di Dio e alla forza soprannaturale che viene loro dallo Spirito Santo.
        Possiamo dire noi che siamo già al periodo storico della vita della Chiesa predetto da Gesù? Tutto lo fa supporre, poiché, in mezzo alle guerre e alle rivoluzioni dei popoli, noi abbiamo assistito e assistiamo ad una grande fioritura di martiri. La guerra, poi che è scoppiata dolorosamente il 3 settembre di questo anno 1939 comincia già ad avere un carattere universale, e il modo col quale disgraziatamente oggi si combatte è precisamente quello di popolo contro popolo e nazione contro nazione.
         Non sono solo gli eserciti che irrompono, è tutto il popolo e tutta la nazione, trasformata in un cantiere di armi e in un campo di battaglia. Il modo, poi, com’è condotta una guerra universale fa già intravedere che essa avrà come conseguenza le epidemie e la fame, poiché oggi si giunge all’inaudita barbarie di avvelenare le città con i gas e di mandarvi giù dagli aeroplani palloncini carichi di microbi pestilenziali. Inoltre, quando la conflagrazione sarà nel pieno sviluppo, sarà arrestato ogni commercio e la fame per necessità si farà sentire spaventosamente per tutta la terra. Non saranno le solite carestie, ma sarà una fame generale, perché una guerra generale distruggerà in ogni parte la produzione e la ricchezza. È necessario pregare, pregare, e se ci dovessimo trovare sino al fondo di queste tribolazioni, dovremo sollevare gli occhi a Dio solo, convertirci sinceramente a Lui, e sospirare alla vita eterna. 
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo

sabato 5 novembre 2016

La Risurrezione e la vita eterna

Vangelo della XXXII Domenica TO 2016 C (Lc 20,27-38)

La risurrezione e la vita eterna
La risposta di Gesù sul tributo lasciò ammirati gli stessi suoi nemici, i quali, confusi, tacquero. Alcuni sadducei, però, che erano presenti, notando l’imbarazzo degli scribi e dei farisei, crederono di prendere il sopravvento contro Gesù, e si avanzarono per proporgli una questione alla quale erano certi che Egli non avrebbe potuto rispondere.
È profondamente psicologico il gesto dei sadducei: essi non credevano alla risurrezione, e rappresentavano i materialisti di quel tempo. Come materialisti, disprezzavano profondamente l’insegnamento di Gesù, e prendevano innanzi a tutti un atteggiamento da superuomini e spregiudicati.
È l’atteggiamento di tutti quelli che hanno poca testa e presumono di averne molta.
Ora, vedendo che gli scribi e farisei erano confusi innanzi a Gesù, crederono, come superuomini… da strapazzo, di poterlo confondere e, con alterigia, come si rileva dal contesto, gli proposero il caso di una donna che aveva avuto, l’uno dopo l’altro, sette mariti.
Nella risurrezione – esclamarono in tono da trionfatori –, quella donna di quale dei sette sarà la moglie? Giudicando materialmente, essi supponevano che la risurrezione fosse un ritorno alla vita terrena con tutte le sue miserie e tutte le sue esigenze e, siccome non avevano visto mai un morto sorgere dalla tomba, negavano che la risurrezione potesse avvenire in futuro e che l’anima sopravvivesse al corpo. Perciò Gesù, rispondendo loro, distinse prima di tutto la vita di questo secolo da quella del secolo futuro, dicendo: I figli di questo mondo si sposano e si maritanoperché, essendo mortali, vogliono perpetuare la loro specie; ma, quando passano all’altra vita e sono giudicati degni del Cielo e della gloriosa risurrezione finale, non si sposano né si maritano perché sono immortali. Vivendo gloriosamente nel Paradiso, sono come gli angeli, sono figli adottivi di Dio, essendo figli della risurrezione, ossia figli di Colui che risorgerà dalla morte e darà ai fedeli, incorporati a sé, la grazia di una risurrezione gloriosa.
C’è un’allusione nascosta a se stesso in quelle parole: i risorti sono figli della risurrezione; Egli, infatti, era la risurrezione e la vita, e da Lui dovevano aspettare la risurrezione gloriosa i suoi fedeli. Gesù non parlò della risurrezione dei cattivi che pure avverrà, perché essa rappresenta per loro una seconda morte, più terribile della prima, andando in perdizione anche col corpo; Egli rispose direttamente alla parabola proposta dai sadducei, nella quale si alludeva a persone timorate di Dio che si facevano un dovere di osservarne i precetti, e logicamente parlò solo della risurrezione dei giusti.
Del resto, se era assurdo che nella gioia eterna gli uomini potessero sposarsi, era più assurdo che potessero fare ciò nei tormenti eterni, dove non c’è che dolore e disperazione. Quelli che sono giudicati degni dell’altro secolo e della risurrezione da morte, della vera risurrezione che strappa il corpo alla morte per darlo alla vita,sono simili agli angeli di Dio e sono figli di Dio, essendo figli della risurrezione,ossia, essendo figli del Redentore, incorporati a Lui, per Lui resi figli adottivi di Dio e partecipi della sua stessa risurrezione.
L’argomento era bellissimo per tutto il popolo al quale Gesù parlava, ma Gesù ne volle portare un altro direttamente contro i sadducei, per disingannarli nel loro errore esiziale, e poiché essi, per obiettare, si erano appellati alla Legge promulgata da Mosè, Egli, per rispondere, si servì dei termini stessi nei quali Dio aveva promulgato la Legge, chiamandosi Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. Si chiamava loro Dio, usando il presente, mentre, se quelli fossero morti senza sopravvivere, avrebbe dovuto dire che era stato il Dio loro; Egli, poi, è Dio dei viventi e non di quelli che in nessun modo hanno più vita, come sono gli animali dopo la morte; è Dio per dare la vita, per sostenerla e per renderla beata, essendo, le anime immortali, vive per grazia e misericordia sua.
Agli stoltissimi sadducei e a quelli che sventuratamente li seguono Gesù manifestò la vera natura della nostra vita: siamo di Dio e Dio è nostro; Egli ci dona la vita e ci chiama alla vita; non ci dona solo la vita nel tempo ma continua a darcela nell’eternità, e nell’eternità la vita è tutta spirituale, è vita angelica di gaudio spirituale che si diletta di Dio, conoscendolo e lo possiede amandolo
don dolindo Ruotolo