sabato 24 settembre 2016

La parabola del ricco epulone

Commento al Vangelo della XXVI Domenica TO 2016 C (Lc 16,19-31)



La parabola del ricco epulone
Per imprimere meglio nei cuori il capovolgimento che avviene innanzi a Dio di ciò che il mondo stima grandezza e ricchezza e per mostrare più efficacemente quale uso deve farsi delle ricchezze, Gesù raccontò una parabola bellissima che è una vera rivelazione sul mistero della vita futura in ordine alla vita che conduciamo in terra.
C’era un uomo ricco, tanto ricco che vestiva come un re, di porpora e di finissimo lino di Egitto, chiamato bisso. Era un gaudente, e ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla porta del suo sontuoso palazzo v’era un povero, chiamato Lazzaro – abbreviatura di Eleazaro –, il quale era piagato, sfinito ed affamato e, sentendo il profumo delle vivande del ricco, desiderava almeno averne i residui e nessuno gliene dava. Andavano da lui i cani a leccargli le piaghe, forse i cani del palazzo stesso del ricco, il che dimostra che vi erano riguardati più del povero. Lazzaro non aveva neppure la forza di allontanarli, e forse aveva da essi soltanto un sollievo al prurito delle sue piaghe.
Ecco una vita splendida e una vita infelicissima innanzi al mondo; ma, innanzi a Dio, la cosa era immensamente diversa. Morì infatti il povero e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo, cioè nel Limbo, dove i giusti, in compagnia di Abramo, attendevano che il Redentore aprisse loro le porte del cielo. Era un luogo di felicità e di pace naturale, immensamente superiore a qualunque stato di terrena felicità. Dopo poco tempo morì anche il ricco e fu sepolto nell’Inferno. La sua vita dissoluta aveva prodotto il suo frutto di morte, ed egli tra le fiamme dell’Inferno soffriva orribili tormenti.
Dal luogo della sua perdizione, così permettendolo Dio, vide da lontano Abramo e Lazzaro nel suo seno, cioè in sua felice compagnia. Quale contrasto con la vita misera che quel povero aveva condotto, e con la vita tormentosa che il ricco attualmente viveva! Questi sperò almeno un minimo sollievo fra le pene che soffriva e, rivolgendosi ad Abramo, quale capo del popolo cui apparteneva, lo supplicò di mandargli Lazzaro perché avesse intinto la punta del dito nell’acqua e gli avesse refrigerato la lingua, perché bruciava nelle fiamme. Abramo gli rispose con una sentenza che non ammetteva repliche: egli aveva ricevuto beni nella vita mortale e non aveva compiuto opere sante; Lazzaro aveva ricevuto tribolazioni e le aveva sofferte in pace, per amore di Dio. Ora la situazione si era irrimediabilmente capovolta, perché lo stato dell’eternità è immutabile, e non poteva mai avvenire che Lazzaro avesse potuto sollevarlo, per l’abisso incolmabile che separava lo stato di salvezza da quello della perdizione.
Il povero ricco, non potendo avere egli un sollievo, si preoccupò di cinque fratelli che aveva e supplicò Abramo di mandare Lazzaro ad avvertirli, perché conducevano anch’essi vita sontuosa, e non voleva che avessero la stessa sorte. Abramo non disse che Lazzaro non sarebbe potuto andare da loro, ma replicò che avevano già Mosè e i Profeti, e potevano alla luce delle loro parole salvarsi. Il ricco insistette che se avessero avuto l’avviso salutare da un morto avrebbero fatto penitenza; gli sembrò che l’apparizione di un’anima felice come quella di Lazzaro e l’avviso della propria perdizione li avrebbero scossi. Ma Abramo gli disse recisamente che se non credevano a Mosè e ai Profeti, non avrebbero prestato fede neppure ad un morto risuscitato.

Illusioni e realtà della vita
Ecco la precisa condizione della vita e dell’eternità: su questa terra si subisce una prova, durante la quale bisogna preoccuparsi non di godere ma di compiere il bene. Le sofferenze che vi subiamo non sono un’infelicità ma un mezzo per meritare, e producono in proporzione la felicità eterna. Chi soffre a somiglianza di Lazzaro non è un diseredato ma un privilegiato, e chi gode sfrenatamente ha poi la spaventosa sorpresa di trovare, nell’altra vita, la perdizione. Il ricco epulone disprezzava il povero, eppure era proprio lui degno di commiserazione. La sua vita si ridusse ad un continuo banchettare, mentre quella di Lazzaro fu un continuo meritare, per la sofferenza e per la pazienza.
Chi si vede tra le pene, dunque, non deve disperarsi, ma deve sollevare gli occhi alla vita eterna, e tendere ai gaudi eterni che sono l’unica e vera gioia, e chi sta tra le gioie della vita presente non deve dimenticare l’eternità, e deve procurare di farsi amici nel Cielo con le opere della carità. Il ricco epulone, dal luogo dei tormenti, volle giovare ai suoi fratelli; non fece un atto di virtù soprannaturale, del quale era incapace, ma un atto di compassione naturale verso i suoi fratelli; anche i dannati possono avere simili sentimenti, perché i vincoli naturali perdurano nell’eternità, ma a che giovava la sua premura, e a che avrebbe giovato ai suoi fratelli anche la visione di un morto redivivo? Erano increduli alle parole di Mosè e dei suoi Profeti, ed avrebbero creduto illusione l’apparizione di un morto.
Avviene proprio così a quelli che ostinatamente conducono una vita disordinata: sono duri e insensibili a qualunque avviso e svalutano ogni intervento soprannaturale; credono realtà la loro vita insulsa, e credono illusione quello che è divino ed eterno.
È necessario che noi ci preoccupiamo di questi poveri infelici e che preghiamo ardentemente per la loro conversione.
Non invidiamo mai la sorte dei gaudenti, ma abbracciamoci con rassegnazione la nostra croce, e ringraziamo Dio quando la nostra vita non ci dà nulla.
Che importano pochi anni di effimere gioie che sono poi sempre cosparse di fiele amarissimo?
Che cosa valgono gli onori della terra di fronte alla gloria eterna che aspettiamo?
È sintomatico che nella parabola è ricordato solo il nome del povero, e quello del ricco è sepolto nell’oblio. Se in terra può rimanere, infatti, un nome glorioso, non è quello dei grandi del mondo ma quello dei santi del Cielo, diseredati e disprezzati dal mondo.
Concepire la propria vita sotto un aspetto tutto materiale significa concepirla a modo animalesco. Le bestie, non avendo un eterno avvenire, non hanno aspirazioni che trascendono la vita del tempo. Se si nota, non c’è nella creazione un solo animale che faccia qualcosa che superi il tempo della sua vita, o che faccia un’opera, sia pur rudimentale, per lasciare qualcosa di sé dopo la morte. Si preoccupa della sua vita e della conservazione della specie, solo per istinto che gli dà Dio; mangia, beve, e lavora unicamente per questo.
L’uomo mostra la sua aspirazione all’eternità nelle stesse opere che compie, e lascia qualche cosa di sé nel suo lavoro, per non far perire la sua memoria. È un sintomo dell’immortalità cui tende. Ora, qual mezzo più grande per immortalarsi quanto il salvarsi l’anima? Non sono le ricchezze che ci salvano ma le opere buone e le opere della carità; bisogna, dunque, vivere santamente, e quando Dio ci dà le ricchezze bisogna mutarle con la carità in tesori del Cielo.

Se i ricchi ponderassero i pericoli della loro condizione, non si glorierebbero di essere ricchi né aspirerebbero all’accrescimento dei loro beni materiali, ma diverrebbero, quali sono, fattori del Padre celeste per soccorrere i poveri e i sofferenti! Quale dono è sulla terra lo stato di santa povertà e di rassegnata sofferenza che ci apre le porte del Cielo!
Don Dolindo Ruotolo

sabato 17 settembre 2016

Il Fattore infedele

Commento al Vangelo della XXV Domenica TO 2016 C (Lc 16,1-13)

Il fattore infedele
La parabola che raccontò Gesù probabilmente fu un fatto realmente avvenuto, da Lui utilizzato per insegnamento della verità: un uomo ricco, tanto ricco da non adirarsi della frode fattagli dal fattore anche all’ultimo momento della sua gestione, aveva un servo al quale, secondo la parola greca, aveva affidato l’amministrazione di tutti i suoi averi. Questa padronanza che gli aveva lasciato, spiega la facilità con la quale gli fu possibile dilapidargli i beni fino al punto che se ne accorsero anche gli altri e lo accusarono presso il padrone. Il padrone constatò certamente, dopo un esame della situazione che l’accusa era tutt’altro che infondata e, chiamato il fattore, gl’ingiunse di rendere i conti e lasciare senz’altro l’amministrazione. Nonostante la dilapidazione avvenuta, il padrone aveva ancora un residuo di fiducia nel servo, e d’altra parte, avendo quegli tutto in mano, doveva per forza far capo a lui per conoscere la situazione. Doveva anche voler bene al misero fattore e, ricco com’era, gli volle lasciare il modo di accomodare le sue faccende.
Il fattore non pensò alla bontà del padrone né si mostrò rammaricato del danno che gli aveva fatto, tanto da giungere a produrgliene altro all’ultimo momento. Si preoccupò della propria situazione e pensò: «Ecco, io cado d’un colpo nella più squallida miseria. Ora come farò per vivere? Dovrei lavorare zappando la terra e non so farlo; dovrei elemosinare, e dopo il posto che ho occupato ne ho estrema vergogna. L’unica mia risorsa sta nell’essere soccorso dagli altri senza mio scorno». E pensò subito di rendersi obbligati i debitori stessi del suo padrone, rimettendo loro una parte del debito.
Li convocò, quindi, come per liquidare i loro conti e definire le loro pendenze, e domandò ad uno quanto doveva al padrone. Quegli rispose che gli doveva cento barili d’olio, ossia, in misura ebraica, cento bati. Essendo un bath circa 38 litri, doveva al padrone 3800 litri di olio. Il fattore gli fece prendere l’obbligazione scritta, e ridusse il debito a metà. Domandò ad un altro quanto doveva, e quegli rispose: Cento staia di grano. Stando alla misura ebraica, doveva cento cori; e siccome un cor era dieci bath, ossia 380 litri, doveva 38 mila litri di grano. Il fattore glieli ridusse ad ottanta, perché se li avesse ridotti addirittura a metà avrebbe mostrato una generosità che poteva renderlo sospetto, e far scoprire più facilmente al padrone la nuova frode. Rimettendogli, poi, il 20% di quella misura, gli rimetteva di più di quanto aveva condonato al primo. Così fece con tutti i debitori, com’è evidente dal contesto della parabola.
Quando il padrone si accorse del tiro giocatogli dal fattore e seppe dello scopo per il quale gliel’aveva giocato, lo lodò, non per approvare il furto che gli aveva fatto, ma ammirando la scaltrezza con la quale aveva operato per salvarsi in quell’estrema rovina che lo minacciava, poiché – soggiunse Gesù –, i figli di questo secolo sono, nel loro genere, più prudenti dei figli della luce.
Con queste ultime parole, Gesù giustificava indirettamente il motivo per il quale aveva proposto quella parabola: gli uomini del mondo, figli del secolo presente, cioè tutti dediti alle cose della terra, sanno badare bene ai loro interessi e sanno avere la prudenza umana e anche maligna per tutelarli, preoccupandosi di un avvenire temporale; i figli della luce, invece, che hanno il possesso della verità eterna e aspirano ai beni eterni, non pensano a questo loro avvenire, e spesso lo barattano per nulla.
La massima di Gesù, nei limiti della parabola, significa che i figli del mondo fanno per le cose temporali molto più di quello che i figli della luce fanno per i beni spirituali e per l’avvenire eterno, e che i primi cercano di ricavare il maggior vantaggio temporale dalle ricchezze, mentre i secondi non ne traggono neppure quel poco di vantaggio spirituale che potrebbe accrescere i loro beni spirituali. Per questo Gesù esorta a farsi amici nel cielo con le stesse ricchezze ingiuste, cioè, come si è detto, materiate d’ingiustizia per la loro stessa natura, e a raccogliere mediante le opere della carità le ricchezze eterne; e soggiunge che la fedeltà che si ha nel poco, cioè in ciò che è transitorio e temporale, rende fedeli nel molto, cioè nella corrispondenza alle grazie e a ciò che porta alla vita eterna.
Le ricchezze temporali sono una cosa molto meschina di fronte a quelle spirituali che conducono alla vita eterna; ora, se uno è ingiusto nel poco e non sa fare buon uso delle ricchezze con la carità, sarà anche ingiusto nel molto e sperpererà le grazie e le ricchezze spirituali e se uno non sa fare buon uso di una cosa meschina, come le ricchezze temporali, Dio come gli potrà dare quelle spirituali? Queste sono le vere ricchezze, e queste il patrimonio vero di un’anima che può dirsi suo, perché le dà il diritto all’eterna gloria. I beni materiali sono stati di altri e saranno di altri, poiché passano con la vita e non possono chiamarsi propri beni, ora se non si sa fare buon uso di ciò che è nostro, chi ci darà ciò che non è nostro? Il Signore non può dotare di grazie un’anima che non sa servirsi bene di ciò che le viene dato solo provvisoriamente.

Siamo tutti «fattori» del Padre celeste

Queste massime di Gesù sono preziosissime e danno un nuovo concetto della vita; perciò bisogna approfondirle alla luce della stessa parabola che Egli propone: nella vita presente siamo tutti fattori del Padre celeste, poiché abbiamo un ufficio e una missione nella complessa armonia della sua provvidenza, e dobbiamo compierla per avere da Lui il patrimonio delle grazie che ci fanno meritare la vita eterna. Chi ha una ricchezza d’intelligenza, chi di forze, e chi anche di denaro e di beni materiali.
Sono piccole cose di fronte ai tesori della grazia, alla fede, alla speranza, alla carità, e ai doni che ci vengono dallo Spirito Santo. La vita presente è un impiego che bisogna riguardare sempre in relazione alla vita eterna. Chi compie bene la sua missione riceve da Dio come sua proprietà tutte le grazie che lo preparano al possesso dei beni eterni; è dunque importantissimo, per chi possiede ricchezze, mutarle con la carità in titoli di eterna gloria, perché essi possano supplire le deficienze e le colpe che si commettono nell’amministrazione di ciò che passa e non può dirsi proprio.
La balordaggine di quelli che pretesero e pretendono di mettere il mondo su basi sociali cervellotiche è giunta fino a chiamare la ricchezza materiale un furto, salvo a rubarla essi stessi su larga scala, e in modo brigantesco, con tutte le spaventose conseguenze sociali delle quali siamo spettatori e vittime. Gesù Cristo, con divina sapienza, dà il vero concetto della ricchezza: essa è mammona iniquitatis, riguardata in tutte le ingiustizie dalle quali è macchiata, e in tutte quelle alle quali serve.
Essendo l’uomo di passaggio sulla terra, e dovendola lasciare, non può dirla sua; egli l’amministra non per conto della nazione o della società, ma per conto di Dio, sommo ed eterno Bene, e somma ed eterna Carità. Deve dunque servirgli per ottenere da Dio i beni spirituali mediante la carità.
Solo la carità fatta per Dio, col pensiero della responsabilità che si ha innanzi a Lui, può equilibrare veramente l’uso delle ricchezze; qualunque altro ritrovato umano sbocca necessariamente nell’oppressione e nella prepotenza, rendendo statale e violento quel disordine che prima era solo sporadico e individuale. Si può trovare, infatti, chi fa cattivo uso della ricchezza e opprime gli altri, ma quando lo Stato si sostituisce all’individuo, diventa egli il prepotente spogliatore e oppressore, e per di più ha la forza brutale e incontrollata per farsi valere.
I giuristi unanimemente riconoscono che lo Stato è un pessimo amministratore, e che nelle sue mani le ricchezze dei privati deperiscono e si distruggono come si è visto al tempo del comunismo in Russia. È logico, del resto, poiché quelli che rappresentano lo Stato sono interessati al loro tornaconto e non curano quello che non appartiene loro. Si ha quindi il fenomeno del furto in grande e della sperequazione dei beni.
Chi possiede, dunque, è solo un fattore nelle ricchezze della Provvidenza, un fattore responsabile innanzi a Colui che legge i cuori e le coscienze. Quando viene la morte, il Padrone celeste dice al ricco: Rendimi conto della tua amministrazione, poiché ormai non potrai essere più fattore. È allora che il ricco deve saper presentare a Dio le opere di carità e di bene, e per presentargliele deve averle già fatte in vita. Le ricchezze, frutto o strumento d’iniquità, possono allora diventare strumento di amicizia eterna. È evidente, poi, dal contesto stesso della parabola che se delle opere di carità poterono far trovare un’amicizia nel Cielo ad un fattore infedele, un uso santo delle ricchezze le muta in vere ricchezze eterne; è allora che la fedeltà nel poco produce la fedeltà nel molto, cioè che la fedeltà a Dio nei beni materiali produce la fedeltà alle grazie spirituali e la vita eterna.
In conclusione è a Dio che bisogna servire, e chi pretende di usare delle ricchezze per proprio tornaconto pretende servire a due padroni opposti. Non è possibile, infatti, attaccarsi disordinatamente ai beni temporali e cercare quelli eterni, amare le proprie soddisfazioni e amare Dio, cercare il vantaggio proprio disordinatamente, e contemporaneamente cercare quello del prossimo nella carità.
Chi riguarda la ricchezza e il denaro come fine e non come mezzo della vita, e chi non ne usa per fare il bene, è un miserabile servo di mammona, un uomo che si consuma e si sacrifica come uno schiavo per ciò che non è suo, strettamente parlando, e che, ad un cenno di Dio, deve lasciare con la morte.
Anche fuori del contesto della parabola rimane universalmente vero che non si può servire a due padroni; non è solo per le ricchezze contrapposte ai beni spirituali – e questo è vero –, ma lo è per tutto quello che costituisce la vita del mondo contrapposto alla vita dello spirito, alla vita cristiana.
Com’è possibile sposare insieme l’errore e la verità, l’impurità e la purezza, l’orgoglio e l’umiltà, la sopraffazione e la serena giustizia? Come si può seguire la legge del mondo, e contemporaneamente quella di Dio che la condanna? Il contrasto tra i due padroni – lo si noti –, Gesù lo pone nell’amore o nell’odio: Odierà l’uno e amerà l’altro, o si affezionerà al primo e disprezzerà il secondo.
Dunque, il contrasto non è superficiale, non riguarda una divergenza di vedute, ma è radicale e totalitario; non ammette alcuna transazione e non può ammetterla. In realtà, chi non è totalitariamente di Dio è del mondo o di satana, e la lustra di pietà che può avere non muta il suo atteggiamento in ordine a Dio; egli, in realtà, non lo ama, e quel poco di bene che accetta l’accetta per proprio tornaconto, o perché non vuole internamente prescindere dalla fede e dalla religione dei padri.

Non c’è cosa più monca e più meschina quanto una fede accettata unicamente come tradizione atavica; la fede dev’essere amore e amore totalitario; non si può amare col cuore degli avi né si può credere perché essi hanno creduto; si crede per l’autorità di Dio che rivela, e si obbedisce non ad uso antico qualunque, ma ad una Legge divina che è sempre attuale e sempre soavemente imposta dalla sua adorabile volontà.

don Dolindo Ruotolo

sabato 10 settembre 2016

L'infinita misericordia di Dio

Commento al Vangelo della XXIV Domenica TO C 2016

L’infinita misericordia di Dio
Sono i tre grandi momenti della divina misericordia: il Signore chiama l’umanità peccatrice come pecorella smarrita, la redime pagando il prezzo del suo riscatto, e l’accoglie in un amore paterno immenso che la ridona alla primitiva grandezza. Accolse Israele e lo cercò nel deserto del mondo come pecorella smarrita, portandolo Egli stesso per le vie della vita come un pastore porta sulle spalle la sua pecorella. Venne dal cielo in terra e fece luce per cercare l’umanità perduta e ridonarle il valore perduto col peccato; aspetta al suo Cuore l’umanità traviata ed apostata, immersa nelle sozzure dell’impurità e ridotta ad uno stato di estremo squallore, e l’accoglie con amore paterno, riabilitandola.
La misericordia di Dio è sempre ricerca amorosa, valutazione divina di un’anima, e amore immenso nell’accoglierla, ma si può dire che le tre parabole proposte da Gesù riguardassero le tre grandi manifestazioni della misericordia di Dio Uno e Trino: quella fatta al popolo eletto, pecorella sua, il Padre; quella fatta nella redenzione, pagando il prezzo del nostro riscatto, il Figlio, e quella che fa ogni giorno nella Chiesa, e farà in modo meraviglioso alla fine dei tempi, accogliendo al suo Cuore i figli traviati, corrotti e apostati dal suo paterno amore, lo Spirito Santo.
Gesù parla della gioia del pastore nel ritrovare la pecorella smarrita, della gioia della donna nel rintracciare la dramma perduta, e della gioia del padre nel riabbracciare il figlio traviato, non per dire che Dio ama più i peccatori che i giusti, ma per dire che è così piena e completa la sua misericordia che Egli accoglie i peccatori pentiti come se fossero giusti. Egli parla della festa che si fa nel cielo per un peccatore che si converte, per dirci che è più grande la gioia attuale dei Beati per un’anima che si salva che per quelle che sono già salve o giuste; anche un padre gode più attualmente della guarigione di un figlio infermo che della sanità degli altri, il che non significa che egli apprezza più i malati che i sani, ma proprio perché apprezza la salute, gode che il figlio infermo l’abbia recuperata.
Nei peccatori che si convertono c’è poi sempre una ricchezza di umiltà, di riconoscenza e di amore che li rende più cari al Signore, e facilita in loro l’efflusso della grazia.
Il peccato è un male orribile che Dio aborre sempre; ma la vera penitenza può far fiorire il cuore dei peccatori anche più di quello dei giusti, e la tenerezza di Dio riguarda proprio questa fioritura d’amore e di virtù.
Si deve notare che Gesù accennò semplicemente le parabole della pecorella smarrita e della dramma perduta, mentre raccontò con minuti e bellissimi particolari quella del figliol prodigo, per dare maggiore risalto all’amore col quale Dio accoglie come padre i peccatori che vanno a Lui, pentiti.

Il suo Cuore divino non ebbe confini nella tenerezza quando parlò di ciò che l’anima fa per cercare Dio e, nell’esuberanza della parabola, rivelò l’esuberanza dell’amore di Dio. Si direbbe che la sua delicata carità abbia voluto dare più risalto al bisogno che il peccatore sente di Dio che a quello che Dio fa per un peccatore; l’amor suo nel cercarci è infinito, ma l’amor suo nell’accoglierci è tenerissimo, ed è divinamente psicologico che il Redentore si sia trattenuto di più sulla parabola del figliol prodigo. L’ampiezza di questa parabola, poi, può anche farci intendere quanto sarà esuberante la misericordia che Dio farà negli ultimi tempi ai figli apostati che ritorneranno al suo Cuore.
(Don Dolindo Ruotolo)

sabato 3 settembre 2016

Gli inviti di Dio

Commento al Vangelo della XXIII Domenica TO 2013 C (Lc 14,25-33)

Gli inviti di Dio
È penosissimo vedere deserto l’altare, banchetto di immensa felicità, ed è penosissimo vedere le povere creature perdersi miseramente nelle stupidissime e molte volte mortali gioie terrene! Quando si pensa al movimento della vita c’è davvero da piangere, pensando agl’innumerevoli infelici che in essa si agitano e si dilaniano. Quanti uomini sono lontani dai Sacramenti, quanti cercano come conforto della vita quello che la dilania, quanti vivono da disperati nel tempo e nell’eternità! Noi, che abbiamo la sorte di servire il Padre celeste, non dobbiamo mai stancarci d’invitare le anime al Banchetto della vita, e non dobbiamo mancare mai all’invito giornaliero alla Mensa celeste, per poter un giorno partecipare alla Mensa eterna nella gloria.
Gesù uscì dal banchetto del fariseo accorato, pensando alla diversità dei pensieri degli uomini dai suoi pensieri e alla causa per la quale tanti non rispondono agl’inviti di Dio. Perciò, essendosi radunata gran turba di popolo intorno a Lui, cominciò a dire apertamente che era impossibile conciliare i propri pensieri e i propri interessi con i pensieri di Dio e con gl’interessi eterni, ed esclamò: Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua vita, non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e mi segue, non può essere mio discepolo.
È evidente che Gesù Cristo non insinua d’odiare i propri cari, ma di avversarli completamente quando si oppongono o ci sono di ostacolo alle vie del Cielo. Egli parla delle parentele più strette e persino della propria vita, per parlare degli interessi che ci sono cari, come può esserci caro il padre, la madre, ecc., e persino la nostra vita. Nel medesimo senso, Egli disse altra volta che bisognava strapparsi l’occhio, la mano, il piede, ecc., se sono causa di scandalo.
Può avvenire che i genitori stessi e le persone più care siano contrarie agl’interessi di Dio, e allora è per noi necessario odiarli, cioè stare ai loro antipodi, e seguire una via perfettamente opposta alla loro; ma Gesù vuol dire, in generale che quello che ci è caro o a cui siamo attaccati in opposizione ai precetti o alla volontà di Dio, dev’essere da noi rifiutato e avversato come chi odia un altro.
L’odio, infatti, stabilendo una divisione completa fra due persone e rendendole inconciliabili, è l’espressione più efficace della nostra divisione dal mondo, dallo spirito del mondo e da tutto quello che ci attrae, in opposizione ai precetti e all’amore di Gesù.
È necessario rinnegarsi, e persuadersi che non si può abbracciare la Legge del Redentore, senza abbracciare la propria croce e seguirlo nelle vie dell’immolazione e del Calvario. È questo un fondamento imprescindibile per chi vuole veramente essere perfetto e raggiungere il Paradiso.

La risposta attenta e seria all’invito di Dio

Con due parabole, Gesù mostra che cos’è la vita cristiana, e con quanta ponderazione e serietà debba abbracciarsi: chi edifica una torre, calcola prima, seduto al tavolo, e quindi con ogni attenzione, le spese che sono necessarie per completarla, per non esporsi alla derisione degli altri, cominciandola e non terminandola. Un re che vuole muovere guerra ad un altro re si raccoglie prima per vedere se le sue forze sono sufficienti per vincere; diversamente cerca di venire a trattative di pace. La vita cristiana è, dunque, un edificio che s’innalza ed una guerra che s’ingaggia; richiede grande ponderazione e grande forza d’animo, ponderazione e forza che si ottengono dalla divina bontà, rinnegandosi e rinunciando a tutto ciò che trae l’anima alla terra.
Chi non si distacca da tutto e non persevera nel combattere il mondo, il demonio e la carne, diventa come sale scipito che non è buono né per la terra né per il concime, cioè che non può essere neppure utilizzato come i rifiuti, per ingrassare la terra direttamente o per essere mescolato al concime, ma è gettato via, è riprovato da Dio e perde la vita eterna. Gesù soggiunge: Chi ha orecchi per intendere intenda, rivolgendosi specialmente ai suoi discepoli che dovevano edificare la Chiesa e combattere la grande battaglia col mondo, col demonio e con la carne; essi più di tutti dovevano rinnegarsi e rinunciare a tutto per amore di Dio.
Gli apostoli non potevano pretendere di conquistare dei posti nel mondo né potevano aspirare alla sistemazione delle loro famiglie; l’apostolato comportava una completa rinuncia ad ogni vincolo familiare e ad ogni interesse materiale, perché essi dovevano andare per il mondo a predicare la buona novella fra grandi tribolazioni, e rimetterci anche la loro vita. Dicendo Gesù: Chi ha orecchi per intendere intenda, forse si rivolse in modo particolare a Giuda, il quale già cominciava ad avversare la compagnia del Signore e, portando la borsa delle elemosine, pensava solo a trarne profitto per assicurarsi una vita indipendente e provvista del necessario senza preoccupazioni.
Anche la nostra via è via di abnegazione e di rinunce, quando vogliamo seguire Gesù e lavorare per la propagazione del suo regno. Quasi sempre avviene che quelli che meno intendono le nostre grandi aspirazioni sono proprio i parenti più stretti, ed è per noi una necessità contrastarne le idee o le vedute, per poter seguire fedelmente Gesù.

Non siamo per questa terra, e non dobbiamo avere come meta i beni materiali, la sistemazione, gli onori, i posti, e tanto meno i divertimenti e i bagordi della vita. Abbandoniamoci a Dio, cerchiamo la sua volontà e la sua gloria, seguiamo Gesù fedelmente e perseveriamo nel servirlo sino alla fine, per raggiungere la felicità eterna.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo 

sabato 27 agosto 2016

I primi posti

Commento al Vangelo della XXII Domenica TO 2016 C (Lc 14,1.7-14)

I primi posti…

Il Redentore, rivolto ai dottori della Legge che erano presenti e ai farisei, domandò loro: È lecito guarire in giorno di sabato? Con questa domanda li pose in imbarazzo, perché essi sapevano che guarire non era opera servile e sapevano che riprovare in giorno di sabato un atto di carità era lo stesso che condannarsi. Perciò tacquero. È evidente dalle parole di Gesù che, pur tacendo, essi erano contrari a far guarire uno in giorno di sabato, non tanto per amore della Legge, quanto per ostilità verso il Signore e, vedendo che Egli, difatti, guarì l’idropico, fecero segni di riprovazione, e mormorarono nel loro cuore. Perciò Gesù rispondendo ai loro pensieri disse: Chi di voi, se gli cade l’asino o il bue nel pozzo il giorno di sabato non lo estrae subito?
I farisei non poterono rispondergli nulla, ma si mostrarono contrariati di quella umiliazione subita e, mettendosi a tavola, quasi per rifarsene, ebbero cura di prendere i primi posti. È probabile che qualcuno di essi fosse stato invitato, proprio allora, dal capo di famiglia a cedere il posto che spettava ad altri più degni, e che ne avesse fatto lagnanza, perché Gesù rivolse la parola a tutti e cominciò ad esortarli a prendere l’ultimo posto se non per virtù, almeno per non fare una brutta figura innanzi agli altri.
Certo, Gesù voleva spingerli a cercare l’ultimo posto per umiltà vera e sentita, ma i suoi commensali non erano capaci di tanto, e si contentò di convincerli almeno con un motivo umano. Con questo, volle in certo modo promulgare e sanzionare quelle regole di buona creanza che sono una certa preparazione e disposizione alla virtù vera, perché rappresentano sempre un dominio sulle proprie debolezze e un primo abbozzo della carità verso gli altri.
È importante, infatti, anche ai fini della virtù, disciplinare le proprie azioni con la sana educazione e il galateo. La virtù vera produce sempre un modo di agire delicato e gentile, ma quando la virtù manca o non si è ancora formata, il modo delicato e gentile produce nell’anima una disposizione naturale che può facilitare, poi, l’azione della grazia. Gesù Cristo non esorta ad operare per un fine naturale, è evidente, ma a constatare che la mancanza di virtù induce una mancanza di forme esterne che raccolgono il disprezzo degli altri. Ai farisei, del resto, che operavano solo per essere onorati innanzi a tutti, era questo il motivo per indurli a smettere quei loro atteggiamenti tracotanti e superbi che tanto male facevano all’anima loro.

Il galateo, base della virtù
Forse se alle anime principianti nella virtù s’insegnasse il galateo ne guadagnerebbe la stessa virtù; il galateo è come un abito decente posto addosso ad un pover’uomo del volgo, è una spinta a cambiare certe abitudini disordinate, contratte a volte dalla nascita, con abitudini più decorose e l’incivilimento della vita che è poi utilizzato dal Signore per l’elevazione dello spirito, è il primo dirozzamento della natura che si dona a Dio, è un tratto di nobiltà insegnato a chi non ha l’abito della gentilezza.
Insegnando a scegliere l’ultimo posto negl’inviti, Gesù notò che alla tavola del fariseo c’erano tutte persone di riguardo, le quali perciò facevano a gara a prendere i primi posti.
Era una vana ostentazione della propria eccellenza, e un profondersi in cerimonie fatte per pura convenienza. Gesù scrutava i cuori e vedeva il retroscena di quegl’inviti fatti per opportunismo, per disobbligo, per obbligare gli altri, e sentì in quel pranzo tutta l’assenza agghiacciante di ogni fine gentile e soprannaturale; perciò, rivolto al fariseo che lo aveva invitato, lo esortò, per un’altra volta che volesse fare un pranzo, ad invitarvi i poveri, gli storpi, gli zoppi e i ciechi, per averne merito poi innanzi a Dio nella vita eterna.
Esortandolo così, Gesù gli rendeva un servigio spirituale, e lo indirizzava per la via del vero bene, dandogli Egli stesso un contraccambio prezioso dell’invito che in quel giorno aveva avuto.

I pranzi e le feste
L’esortazione di Gesù al fariseo è preziosissima per noi, e ci guida in quello che è uso comunissimo tra tutte le genti: i pranzi fatti nelle feste e nelle solennità. Gesù non condanna un pranzo, fatto anche per accrescere la letizia di una festa, ma ci esorta a non renderlo una misera speculazione di orgoglio o d’interesse personale. Egli vuole che alle nostre feste partecipino i poveri e gl’infelici, e non dice proprio letteralmente di invitarli a pranzo, il che pure sarebbe lodevole, ma di renderli partecipi della nostra gioia.
Un pranzo non può ridursi, evidentemente, ad una scorpacciata, il che sarebbe cosa indegna; è come un accrescimento della famiglia fatto con persone care ed è un’effusione di generosità, poiché la gioia è naturalmente espansiva.

Ora, noi siamo tutti figli del Padre celeste, ed è giusto che facciamo usufruire della nostra generosità quelli che ne hanno più bisogno. Oh, se si capisse quale vantaggio porta la carità e quanta benedizione portano con loro i poveri nelle nostre feste, non faremmo mai mancare in esse la beneficenza e la carità. È così che i pranzi non si riducono ad un più o meno larvato epicureismo, ed è così che la povera gioia della terra si muta in gioia del Cielo.
Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo