sabato 8 ottobre 2016

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica TO 2016 C (Lc 17,11-19)

La guarigione dei lebbrosi
Si avvicinavano le feste pasquali, e Gesù intraprese l’ultimo suo viaggio a Gerusalemme per compiervi la sua divina missione. Passò in mezzo alla Samaria, ossia tra i confini della Samaria e della Galilea, avviandosi verso la Perea e, stando per entrare in un villaggio, ancora nell’aperta campagna, gli andarono incontro dieci lebbrosi, i quali, fermatisi da lontano per non avere contatti col popolo, alzarono la voce implorando pietà. La loro fede in Gesù era in quel momento un atto di fiducia; essi lo sapevano potente e speravano che avrebbe potuto alleviare le loro pene; non era ancora una fede di pieno abbandono, e Gesù volle suscitarla in loro con un comando al quale potevano obbedire solo con una fede piena. Andate Egli disse –, fatevi vedere dai sacerdoti.
Si andava dai sacerdoti per far constatare la guarigione e fare l’offerta al tempio (cf Lv 14,10-21); ora essi erano ancora infermi, e solo con un atto di viva fede e di obbedienza poterono avviarsi a Gerusalemme. Mentre andavano, si sentirono sani, e continuarono il loro viaggio; solo uno di essi, un Samaritano, accortosi d’essere guarito, ritornò sui suoi passi e, glorificando Dio ad alta voce, si prostrò ai piedi del Redentore, ringraziandolo. Gli altri nove, nell’esultanza della riacquistata salute, preoccupati com’erano di rientrare subito nel consorzio umano, dal quale la terribile malattia li escludeva, non pensarono di andare a ringraziare Gesù glorificando Dio. Questo era un atto d’ingratitudine del quale Gesù si lamentò, sia per far rimarcare a tutti la loro guarigione, sia per esortarli alla gratitudine nei benefici divini, facendo rilevare che questo dovere l’aveva sentito solo un Samaritano da essi sprezzato come eretico e scismatico.

La lebbra del peccato
Passando per la Samaria, Gesù volle fare un atto di delicata misericordia verso quel popolo disprezzato e, mostrando la gratitudine e la fede del Samaritano, volle mostrare che quel popolo non era inferiore, anzi poteva dirsi in quel momento superiore a quello Giudeo. Egli così stroncava quel senso di disprezzo che aveva il popolo nell’attraversare la Samaria, impediva ogni recriminazione, e chiamava tutti, indirettamente, all’unità che Egli era venuto a stabilire in terra.
Gesù Cristo andava verso Gerusalemme per dare la sua vita per tutti e rendersi Egli come un lebbroso per amore; andava incontro ai peccatori, veri lebbrosi nell’anima, e volle, con un miracolo, manifestare in simbolo quello che gli ardeva nel Cuore. Egli avrebbe dato il Sangue per salvarci, ma non ci avrebbe applicato il prezzo della redenzione senza la mediazione sacerdotale.
È un’illusione tristissima pensare che solo perché Egli può salvarci senza mediatori, lo voglia. Istituendo il Sacerdozio, Egli ha detto a tutti gli uomini: Andate e mostratevi ai sacerdoti. Era logico, del resto, poiché, avendoci Egli salvati con la sua obbedienza fino alla morte di croce, ha voluto che avessimo usufruito della salvezza, obbedendo nell’umiliazione di tutti noi stessi ai piedi di un sacerdote, fino alla morte delle nostre miserie.

La gratitudine degli uomini
Il Signore si lamentò che dei dieci lebbrosi guariti uno solo fosse ritornato per ringraziarlo e dare lode a Dio, e volle insegnarci così che è un nostro imprescindibile dovere la gratitudine per i benefici che riceviamo dal Signore. L’atto della gratitudine è un riconoscimento della gloria di Dio, è una confessione della sua potenza, ed è un sentimento di abbandono filiale a Lui perché ci benedica come Padre amorosissimo.
Il Signore lo esige non tanto perché la nostra gratitudine possa essergli necessaria – benché la nostra lode accresca la sua gloria accidentale –, ma perché l’atto della gratitudine apre per noi nuove fonti di misericordie e di grazie. Gesù Cristo, infatti, benché il lebbroso Samaritano fosse già guarito, vedendolo prostrato ai suoi piedi, intenerito disse: Alzati, vattene, la tua fede ti ha salvato. Con queste parole volle indicare che nuove grazie scendevano su quell’anima e su quel corpo, e che la fede di lui, preziosissimo dono fra tutti i doni, veniva in lui fortificata con quella speciale misericordia.
Ogni volta che ringraziamo Dio, riceviamo dalla sua bontà un nuovo dono, e per questo i primi cristiani solevano salutarsi con queste dolci parole: Deo gratias. Ai pagani sembrarono parole stolte, perché erano più una conclusione che un saluto; eppure i primi cristiani si salutavano veramente, ringraziando Dio di essersi rivisti, e ringraziando di essere redenti da Gesù Cristo.

Noi, gl’ingrati!
Bisogna confessare che noi siamo ingrati al Signore, pur vivendo in mezzo ai suoi continui doni spirituali e corporali. Noi non possiamo ponderarli, tanto essi sono innumerevoli. Se riflettessimo solo ai principali, cioè alla vita dell’anima e a quella del corpo, ai pericoli dai quali siamo liberati, alle bellezze soprannaturali e naturali che ci circondano, dovremmo vivere con la faccia prostrata nella polvere, pieni di riconoscenza. Invece non solo siamo ingrati, ma ci lamentiamo proprio dei doni più belli di Dio: della vita, delle purificazioni della vita per le croci, e di tutte le delicatezze amorose con le quali Egli ci libera dal male e ci orienta all’eternità.

Abbiamo a nostra disposizione il sacramento della Penitenza, dove la nostra lebbra spirituale viene mondata e non solo non ringraziamo Dio, ma tante volte lo riguardiamo come un peso. Abbiamo l’Eucaristia, Dono dei doni, e viviamo tanto freddamente innanzi al tabernacolo, da mostrarcene annoiati. Abbiamo mille ricchezze nella Chiesa e viviamo sempre poveri, sprezzando quasi la vita che da essa riceviamo, e attaccandoci miseramente alle vanità del mondo! Quanti dolori diamo a Gesù con la nostra ingratitudine!
don Dolindo Ruotolo

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