sabato 9 aprile 2016

Gesù appare sul Lago di Tiberiade

Commento al Vangelo: IIII Domenica di Pasqua C 2013 (Gv21,1-19)

Gesù appare sul lago diTiberiade
La pesca miracolosa
        Dopo le feste pasquali, gli apostoli, secondo il comando avutone da Gesù, se ne ritornarono nella Galilea, attendendo sue disposizioni. Erano insieme sette di loro che erano pescatori, Simon Pietro, Tommaso, detto il Didimo, Natanaele, ossia Bartolomeo, i figli di Zebedeo, Giovanni e Giacomo, e due altri discepoli che il Sacro Testo non nomina. Benché Gesù avesse già detto loro che li mandava come Lui era stato mandato dal Padre, e benché avesse dato loro lo Spirito Santo, comunicando ad essi la potestà di rimettere i peccati, pure non avevano capito molto della dignità soprannaturale alla quale erano stati eletti. Non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo nella pienezza che doveva trasformarli, ma solo come grazia particolare, data loro per anticiparne l’elevazione alla dignità alla quale Dio li aveva eletti.
        La loro mente si era solo snebbiata di qualche pregiudizio, la loro fede si era orientata al suo vero oggetto, la loro speranza si era ravvivata, il loro amore era cresciuto, e stavano in attesa di quello che Gesù potesse fare.
        Essendo poveri, e non avendo più le pie donne che con le elargizioni del popolo devoto provvedevano alle loro necessità, pensarono di ritornare all’antico mestiere. Essi, in realtà, non l’avevano mai smesso interamente, essendo un mestiere innocente, ma al ritorno in Galilea ne sentirono la necessità per procacciarsi da vivere. Fu san Pietro che ne diede l’esempio, dicendo: Vado a pescare. Gli altri si unirono a lui, salendo nella sua barca. Non avevano una precisa occupazione e pensarono di unirsi a Pietro per aiutarlo, e beneficiare con lui del frutto della pesca. Erano pratici del mestiere e scelsero la notte come il tempo più atto alla pesca, ma non presero nulla. Dio, che è padrone di tutto, lo dispose per far meglio risultare il miracolo che Gesù voleva operare e il significato profondo che voleva dargli.
        Alle prime luci del mattino, Gesù, improvvisamente, come indica il testo greco, si fermò ritto sulla riva. Gli apostoli erano a circa cento metri di lontananza, e la nebbia mattutina non fece loro distinguere chi fosse. Non lo riconobbero neppure alla voce quando loro parlò, perché Egli, per farsi intendere a quella distanza, alzò la voce, e questa ebbe una risonanza di eco per la solitudine del lago. Si stupirono nel vedere improvvisamente un uomo sulla riva a quell’ora ma, quando Egli domandò se avessero qualcosa da mangiare, crederono che fosse un povero o un pellegrino. Non avevano nulla, non avendo preso nulla, e perciò risposero recisamente: No.
        Il supposto povero o pellegrino li aveva chiamati affettuosamente figlioli, ed essi risposero rudemente: No;evidentemente erano un po’ nervosi perché stanchi e delusi dell’inutile notte di lavoro. Con la stessa amabilità, Gesù soggiunse: Gettate le reti a destra della barca e ne troverete. Il consiglio avrebbe potuto anche essere male accolto, trattandosi di un pellegrino che dava suggerimenti ad uomini del mestiere, ma gli apostoli sentirono, in quella voce, tanta cortese amabilità che non poterono far a meno di seguirla; gettarono la rete, e subito dopo si accorsero che si era così riempita di pesci, da non poterla tirare. Il fatto era miracoloso, non se ne poteva dubitare; ora chi avrebbe potuto compiere un miracolo all’infuori di Gesù? Giovanni lo intuì per primo e, poiché nel frattempo il sole era sorto e la nebbia si era dissipata, riconobbe, in quel personaggio, il Maestro divino, e lo disse a Pietro.
        Pietro, al sentire che era il Signore, fu preso da tanta gioia e di tal impeto d’amore che, messasi la sopravveste della quale si era spogliato per aver maggior libertà nel lavoro, si gettò in mare, nella speranza di raggiungere più presto la riva.
        Avrebbe dovuto o rimanere com’era con la sola veste succinta, o addirittura togliersela per nuotare, ma conosceva quanto Gesù amava la purezza e, per rispetto a Lui, preferì vestirsi interamente.
        Se si capisse quanto il Signore ama la purezza, chi oserebbe stargli davanti in un abbigliamento poco modesto? Egli sta sulla riva eterna e ci attende esortandoci a gettare la rete nel mare della vita temporale per raccogliere meriti, e noi andiamo verso di Lui. Come possiamo presentarci al suo cospetto nudi di meriti e privi di modestia? Per il Sacro Testo una veste succinta e senza maniche era nudità: ora, tale deve dirsi molto più la veste che mette in mostra la carne. Dio è geloso della purezza del vestire dovunque noi siamo, perché è geloso dell’anima nostra e della nostra dignità.

In riva al mare Gesù aveva preparato
un po’ di cibo per i suoi apostoli stanchi
        Gli altri apostoli raggiunsero la riva con la barca, coprendo più lentamente la distanza di duecento cubiti, ossia di circa cento metri che ne li separava, perché si traevano dietro la rete colma di pesci. Discesi a terra, ebbero la sorpresa di trovarvi il fuoco acceso sul quale era stato messo del pesce e del pane. Nel suo delicato amore, Gesù aveva, con un altro miracolo, acceso il fuoco e preparato un po’ di cibo ai suoi amati discepoli, per farli rifocillare dopo le fatiche della notte. È opinione comune dei Padri, infatti che Egli produsse miracolosamente il fuoco, i pesci e il pane che non avrebbe potuto trovare sulla riva deserta.
        Per far constatare poi agli apostoli la pesca che avevano fatta, ordinò loro di apprestare anche alcuni pesci di quelli che avevano presi, per arrostirli sul fuoco. Pietro tirò subito a terra la rete, e constatò che conteneva centocinquantatré grossi pesci, stupendosi che la rete non si fosse rotta a quel peso. Dopo che i pesci furono cotti, Gesù invitò i suoi a mangiare, ed Egli stesso distribuì loro il pane e il pesce. Mangiavano i discepoli pieni di gioia, e nessuno interrogava Gesù, domandandogli chi fosse, sapendo che era Lui. Egli era come trasfigurato, era glorioso, e sembrava proprio un altro, tanto era bello e amabile oltre ogni dire; però si riconosceva che era Lui, e non se ne poteva dubitare. Il Sacro Testo soggiunge che questa era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli dopo essere risorto da morte, intendendo parlare delle manifestazioni fatte a più apostoli congregati insieme. Computando, infatti, le altre manifestazioni di Gesù raccontate degli altri evangelisti, questa sarebbe la settima.

«Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di questi?»
        Dopo che gli apostoli si furono rifocillati insieme a Gesù sulla riva deserta, Gesù, rivolto a Pietro lo interrogò, dicendo: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di questi? Pietro rispose umilmente, rimettendosi questa volta al giudizio stesso del Maestro divino: Certamente, Signore tu sai che io ti amo.
        Prima della Passione, nella notte della Cena, aveva spavaldamente affermato che, anche se tutti l’avessero abbandonato, egli non l’avrebbe rinnegato; ma, posto nell’occasione, aveva invece per tre volte protestato di non conoscerlo e di non essere suo discepolo.
        Ora che Gesù vuol fargli riparare la triplice negazione con una triplice protesta d’amore, egli risponde con umiltà che lo ama, ma non fa alcun confronto con i suoi compagni, e si rimette al giudizio del Maestro.
        Gesù Cristo gli domandò se lo amava più degli altri,per farlo salutarmente umiliare, ricordando la presunzione con la quale si era creduto più forte e più fedele degli altri; per questo lo interrogò in questa forma solo la prima volta, bastandogli che egli si fosse internamente umiliato. Gesù, come è chiaro dal contesto, non volle mettere a confronto l’amore di Pietro con quello di Giovanni che era un amore più tenero, ma solo volle, con delicatezza, raccogliere Pietro in un sentimento di umile penitenza, ricordando che aveva preteso di amarlo più di tutti e poi l’aveva rinnegato. Gesù, interrogandolo, non lo chiamò Pietro, ma Simone, figlio di Giovanni, per mostrargli che per il suo rinnegamento non aveva più meritato quel nome di fiducia che Egli gli aveva dato, e che doveva riconquistarlo con una protesta d’amore e di fedeltà.
        Alla risposta di Pietro: Signore, tu sai che io ti amo,Gesù soggiunse: Pascola i miei agnelli. Il testo greco ha il diminutivo: Pascola i miei piccoli agnelli, quelli cioè che ora nascono alla fede.

Simone, figlio di Giovanni mi ami tu?
        Per la seconda volta Gesù domandò a Pietro: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu? Questa volta non disse: Mi ami tu più di questi?, perché non volle ricordare nuovamente a Pietro il suo peccato, ma volle un’esplicita testimonianza d’amore, per dargli il governo delle anime radunate in ovile, cioè della Chiesa costituita come vera società. Pietro rispose di nuovo: Certamente, Signore, Tu sai che io ti amo. Gesù soggiunse: Pascola i miei agnelli o, come dice molto espressivamente il testo greco: Prendi cura del mio gregge.

Per la terza volta: Simone, mi ami tu?
        Per la terza volta Gesù disse a Pietro: Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu? Pietro allora si contristò, pensando che Gesù glielo domandasse perché non vedeva in lui l’amore, e perché ricordava ancora il peccato che aveva fatto, rinnegandolo, e rispose: Signore, tu sai tutto, tu conosci che io ti amo. E voleva dirgli: Tu sai quello che io sono, tu conosci il mio cuore, tu lo scruti nel fondo, e tu sai che, nonostante la mia infedeltà, io ti amo. Gesù soggiunse: Pascola le mie pecorelle ossia, secondo il testo greco: le pecore madri, fatte adulte e capaci di procrearne delle altre.
        In poche parole, Gesù tracciava tutto il cammino della Chiesa, e dava a Pietro e ai suoi successori il primato di giurisdizione su tutto il suo gregge, fino al termine dei secoli. Egli affidava a Pietro le anime che aveva redente col suo Sangue sulla croce, in un amore infinito, e richiese da lui una triplice confessione d’amore, perché doveva governarle per amore e con amore. Chiamò Pietro col nome di nascita, Simone, sia perché egli, nella Passione del Maestro, aveva disusato quel nome come compromettente e Gesù volle ricordarglielo, e sia principalmente perché volle allora compiere ciò che gli aveva detto nell’eleggerlo:Tu ti chiamerai Pietro (Mt 26,18). Nell’eleggerlo, gli aveva annunciato che si sarebbe chiamato Pietro, cioè pietrafondamentale e rupe sulla quale avrebbe edificato la Chiesa; ora compiva ciò che aveva annunciato, e chiamava Pietro col nome di origine: Simone, per renderlo, di fatto, Pietro, capo visibile e fondamento della Chiesa. Se l’avesse chiamato Pietro, Egli avrebbe supposto già in lui quello che stava per dirgli. Richiestagli la triplice confessione d’amore, Gesù gli assegnò su quella base l’ufficio di formare il gregge con l’apostolato, di governarlo con la suprema autorità, e di perpetuarlo formando le pecore madri, cioè governando i pastori delle anime che le generano a Lui in tutto il mondo e in tutti i secoli.
        Egli gli diede un triplice regno, e può dirsi quasi che, con le sue divine parole, cesellò Egli la tiara del pontefice: Gli diede il regno delle anime: Pascola i miei piccoli agnelli; gli diede il governo dei popoli cristiani: Prendi cura del mio gregge; gli diede la giurisdizione suprema su tutti i pastori: Pascola le mie pecore madri che generano gli agnelli. Gesù Cristo è il Re di tutto l’universo e di tutte le genti, e per il suo Sangue ha, di pieno diritto, in eredità le nazioni.

Gesù predice velatamente a Pietro il martirio
        Gesù Cristo, dopo avere dato a Pietro la potestà di pascolare e reggere la Chiesa, gli disse: In verità, in verità ti dico che quando eri più giovane ti cingevi la veste e andavi dove volevi, ma quando sarai invecchiato stenderai le mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai. L’evangelista aggiunge che disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. San Giovanni scrisse il Vangelo dopo la morte di san Pietro, e poté controllare meglio la verità dell’analogia e del paragone del quale Gesù si servì per predirgliela. Chi è giovane ha maggior elasticità nei movimenti, può cingersi la veste da sé, e può andare dove gli piace. Chi è vecchio, invece, ha bisogno di un altro che lo cinga e, per farglielo fare più agevolmente, stende le braccia, come se le stendesse in croce; egli, poi, non può andare dove desidera, ma dove lo accompagnano gli altri ai quali è soggetto.
        Pietro doveva terminare la vita con un glorioso martirio, simile a quello del suo Maestro, e doveva glorificare Dio con quest’ultima grandiosa testimonianza d’amore. Egli fu crocifisso, fu cinto di funi, stese le mani per farsele configgere, e andò dove non voleva, andò alla morte che ripugna sommamente alla natura. Egli, anzi, condannato a Roma alla crocifissione sotto Nerone, nell’anno 67, per rispetto al suo Maestro, e perché i fedeli non avessero confuso la sua croce con quella di Gesù, domandò in grazia ai carnefici e ottenne di essere crocifisso col capo in giù. In tal modo, glorificò veramente Dio con una fedeltà eroica d’amore, mostrò la potenza della sua grazia nel sostenere la debole natura, suggellò, col sangue, i suoi insegnamenti, e consolidò, col martirio, il santo fondamento della Chiesa. Per questo Gesù, dopo avergli predetto la morte velatamente per non turbarlo, gli soggiunse: Seguimi. Non ebbe quasi il coraggio di dirgli: «Sarai crocifisso come me», ma gli ricordò la seconda parte di quel suo precetto col quale comandava di prendere la croce e seguirlo, e lo esortò a percorrere il suo stesso cammino.
         Egli non parlò più esplicitamente, perché era inutile, sapendo che, giunta l’ora del cimento, l’avrebbe sostenuto con la sua grazia. Gli aveva dato un immenso potere, non perché fosse stato come un re della terra, ma perché si fosse immolato come un buon pastore per le pecorelle che gli aveva affidate; aveva tracciato il programma della vita dei Pontefici che è vita di rinuncia e d’immolazione, anche in mezzo agli onori dai quali sono circondati, per rispetto della loro dignità.
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 2 aprile 2016

Gesù Cristo appare agli apostoli

Commento al Vangelo: II Domenica di Pasqua 2016 (Gv 20,19-31)
Domenica della Divina Misericordia

Gesù Cristo appare agli apostoli
Dopo che Pietro e Giovanni tornarono dal sepolcro, e dopo il messaggio delle pie donne e della Maddalena, cominciò a nascere negli apostoli un po’ di fede. Non era la fede profonda e completa di chi crede a Dio che rivela, riguardando come somma ragione la sua autorità, ma era come l’alba di questa fede, era come il rinascere di una speranza che sembrava già morta, era come il primo rinverdirsi d’un ramo spezzato dalla tempesta. Questo poco di fede, più naturale che soprannaturale in quel momento, fu la disposizione che rese loro possibile la grazia della rivelazione del Signore.
Essi erano in buona fede, in fondo, poiché non avevano capito i tratti della Scrittura che parlavano della risurrezione e non ricordavano ciò che, in proposito, aveva detto loro Gesù; non rifiutavano di credere alla Parola di Dio positivamente, ma s’erano come smarriti nel labirinto delle loro idee e delle loro aspirazioni.
Il timore poi dei Giudei aveva fatto nascere in loro, quasi inconsciamente, il desiderio di sottrarsi, se fosse stato possibile, all’incanto e al fascino di ciò che in tre anni avevano visto e ascoltato.
La paura è sempre una pessima consigliera e, quando diventa panico, cerca ogni scappatoia per sottrarsi al pericolo; se non in tutti gli apostoli e discepoli, almeno in alcuni, subentrò un desiderio occulto di non pensare più al passato, di abbracciare un tenore comune di vita, e ritornare alle loro occupazioni; ne abbiamo un esempio nell’episodio dei discepoli di Emmaus, del quale parla san Luca (24,13-35). Il timore si accrebbe negli apostoli per le stesse notizie che riguardavano la risurrezione. Certamente il Corpo di Gesù non c’era più nel sepolcro, e questo fece loro temere che le autorità li accusassero di averlo essi sottratto, iniziando contro di loro una persecuzione; perciò stavano guardinghi e tenevano ben chiuse le porte dove erano congregati. Ora, mentre erano insieme, nella sera della stessa domenica della risurrezione, Gesù Cristo, senza bisogno di farsi aprire, entrò improvvisamente in mezzo a loro e, fermatosi, disse: La pace sia con voi.
Nella sua misericordia e nel suo amore veniva per troncare la loro diffidenza, e per mostrare la realtà della sua risurrezione. Perciò, passato il primo momento di sbigottimento che si generò in loro a quella vista, li invitò ad avvicinarsi a Lui, e mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, affinché avessero avuto un argomento sensibile della realtà del suo Corpo, e avessero constatato che quello era proprio il Corpo crocifisso tre giorni prima sul Calvario.

Il Corpo risorto di Cristo
e le ombre penose della bellezza umana
Il momento fu solenne, ed è difficile, per noi, formarcene una pallida idea.
Il Corpo di Gesù, essendo risorto, era glorioso, e aveva quella dote che i teologi chiamano sottigliezza, per la quale poteva attraversare gli ostacoli. Oggi questa dote è di più facile comprensione, poiché ne abbiamo qualche analogia nelle onde radiofoniche e nei raggi catodici che attraversano senza difficoltà ostacoli insormontabili ai corpi. Il Corpo glorioso è come spiritualizzato, è come fluido, tutto luce e tutto energia, e può attraversare gli ostacoli molto più che un’onda di radio. Gesù Cristo apparve nella sera, quando già cominciavano le tenebre, tutto rifulgente di luce nelle penombre della stanza dov’erano gli apostoli. Non irradiava luce quasi fosse un sole, come può arguirsi da apparizioni di esseri ultramondani, ma era Egli, come un corpo tutto splendente, luce placidissima che non abbagliava.
Pietro, Giacomo e Giovanni dovettero ricordare, allora, la scena della trasfigurazione che aveva qualche somiglianza con ciò che vedevano. Gesù, ritto in piedi, era mirabilmente bello: era Lui, ma immensamente più affascinante nella sua carne gloriosa. I capelli erano nel fulgore della luce come onde d’oro, la fronte e il volto erano candidi e rubicondi, fonte di gioia nella loro purissima bellezza; il corpo era mirabilmente intonato, senz’alcuno di quegli angoli oscuri che ha l’umana bellezza; maestoso, ma dolce e paterno, spirava amore da ogni parte, ed era come giglio fragrante schiuso in una valle brumosa, perché emanava da Lui quel tenue e soave profumo che spirava dalla carne gloriosa.
L’umana bellezza e l’umana carne, anche quando sono avvolte in un alone di purezza, hanno sempre qualche angolo oscuro e qualche lezzo di putrido, eccetto il caso nel quale siano interamente vivificate dallo Spirito Santo. È un’illusione pensare che una bellezza vivente o effigiata dal vero possa portarci a Dio, fissandola con uno sguardo di curiosa esplorazione; essa ha sempre dei corti circuiti che scaricano nella terra la corrente dell’amore divino che ferve nell’anima. Una sola bellezza può fissarsi e sentirsene vivificati, ed è quella che traluce dalla grazia di Dio; una sola bellezza può fissarsi e possedersi ed è quella di Dio. Qualunque altra bellezza accende sempre una passione nei sensi, dà un desiderio incosciente di possesso almeno ideale, è come vento che solleva le onde e suscita le tempeste, è come forza che devia da Dio la corrente del cuore.
Gesù, ritto nella sala, vestito non di panni ma di gloria, era la bellezza purissima che elevava l’anima a Dio, diffondeva gioia, pace, amore, e per questo il Sacro Testo dice con parola mirabilmente sintetica: I discepoli, vedendo il Signore, gioirono. Era la gioia della vita piena che emanava da Colui che era la vita; era la pace che diffondeva Colui che era la verità, calmando le ansie oscure dell’anima; era la contentezza che dava Colui che era come faro luminoso, dal quale veniva tracciata la via del Cielo.
Gioirono i discepoli nella gioia della purezza che spirava dal Corpo divino e, in quella gioia, si estinsero in loro le povere fiamme della carne che ustionano fastidiosamente il cuore e lo fanno stare tra le spine. Non c’è gioia più grande della purezza integrale: è una gioia che nasce dall’amore di Dio che si trasfonde nell’anima come luce di verità, come calore di carità, e come complesso di bontà. In noi c’è sempre qualche cosa d’impuro, e qualunque gioia spirituale è sempre turbata dalla nostra miseria; gli apostoli, nel vedere Gesù, si sentirono puri e purificati, poiché Egli diffuse in loro una grande serenità, e dicendo: La pace sia con voi, li avvolse in quella pace che spira da Dio, Verità, Sapienza e Amore eterno.
Pace, tranquillità d’ordine, serena sicurezza, riposo d’amore nell’eterno Amore!

A chi rimetterete i peccati,
saranno rimessi…
Gioirono i discepoli, ma nella gioia stessa provarono un senso di timore per le colpe che avevano commesse, e per la sproporzione che sentivano col Signore glorioso; per questo, Gesù, rassicurandoli, ripeté le dolci e vivificanti parole: La pace sia con voi e, sollevandoli dalla loro profonda umiliazione interiore, soggiunse: Come il Padre ha mandato me così io mando voi.
Con delicatezza divina e con divina signorilità non volle che avessero sentito il peso della loro inferiorità innanzi a Lui glorioso; gli ripugnava quasi che avessero potuto stabilire un paragone fra loro peregrinanti e Lui trionfante e, anticipando le grazie della Pentecoste e il momento nel quale diede loro la pienezza della missione per la quale li aveva scelti, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti. Gesù Cristo non fece loro una promessa, ma diede loro veramente una comunicazione attuale dello Spirito Santo, alla quale era annessa la facoltà di rimettere i peccati. Pur ricevendosi una volta lo Spirito Santo – perché la sua comunicazione sacramentale imprime il carattere –, Gesù Cristo volle darlo più volte ai suoi prediletti, riserbandone loro una nuova pienezza nel giorno della Pentecoste. Si direbbe che sta nelle sue abitudini di misericordia e di amore moltiplicare e rinnovare i suoi doni a quelle anime che gli si danno con amore, ed hanno fiducia nella sua generosità.
Dicendo: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti, Gesù Cristo diede agli apostoli e ai loro successori la potestà giudiziale di rimettere i peccati nel sacramento della Penitenza, com’è chiarissimo dal Testo, e come dichiarò esplicitamente il Concilio di Trento (Sess. XIV, can. 3). Tutti i peccati, anche i più gravi, possono essere rimessi, ma debbono essere sottoposti al giudizio del sacerdote con la confessione, perché il rimetterli o ritenerli non è un atto di capriccio, ma è una sentenza ragionevole che dipende da un giusto giudizio; tale giudizio non può farsi se il peccatore non confessa i suoi peccati e se, confessandoli, non mostra le disposizioni interiori che lo animano.
La Confessione dei peccati non è un’imposizione umiliante e penosa benché a primo aspetto sembri che sia così, e benché a volte abbia quasi questo sapore: è una concessione di misericordia, fonte di pace e di gioia grande per il povero peccatore. Sottoporre i propri peccati a chi rappresenta Dio significa mutare l’immondizia in concime, il concime in pianta, in fiore, in frutto di eterna vita. Confessarsi significa espandere l’anima propria, piangendo, nelle braccia amorose di Dio, e assicurarsi del suo perdono che è dolcissima gioia, pienezza di vita che fa sentire leggeri, leggeri, liberi dalle catene, tesi al volo verso le ricchezze eterne.
Con divina delicatezza Gesù anticipò agli apostoli la facoltà di rimettere i peccati, proprio nel momento nel quale essi si sentivano maggiormente peccatori, rendendoli giudici quando essi si aspettavano di essere giudicati. Egli volle rialzarli dall’umiliazione e, nel medesimo tempo, volle dare loro i tesori della misericordia quando essi maggiormente si sentivano poveri e peccatori, affinché avessero compatito le miserie altrui. L’uomo ha cercato tutelare l’ordine sociale con le leggi e i tribunali penali, con le carceri e persino con la morte, ma non ha potuto far nulla per mutare l’anima del delinquente, nonostante tutte le assistenze sociali ai carcerati. Solo Dio poteva erigere un tribunale di amorosa misericordia che rinnova il cuore, dona la pace, eleva in alto il peccatore e lo muta in un giusto e persino in un santo.

Gesù Cristo risana Tommaso dalla sua incredulità
Quando Gesù apparve agli apostoli, Tommaso non era con loro. Di carattere più indipendente, di volontà più ostinata, forse aveva creduto inutile starsene rinchiuso nel Cenacolo, o forse anche era andato a sbrigare qualche faccenda. Era colui che meno aveva creduto al messaggio delle pie donne e di Maria Maddalena, e può darsi che, sentendone parlare e discutere, si fosse così disorientato e urtato, da uscirsene. Per lui ormai era certo che Gesù era morto che le speranze riposte in Lui erano fallite, e che ostinarsi ad attendere ancora eventi che gli sembravano ormai impossibili era lo stesso che esporsi alla derisione e dar di volta al cervello. Il suo disorientamento si accrebbe quando, al ritorno, seppe dagli altri apostoli dell’apparizione di Gesù.
È evidente che gli dovettero raccontare tutto minutamente, e che, al suo ostinarsi nel non credere, dovettero ripetutamente fargli notare che essi avevano visto proprio le ferite delle mani, dei piedi e del costato, e che non c’era dubbio che fosse proprio Lui. Ma Tommaso credeva di scorgere nella gioia, nell’entusiasmo e nella certezza dei compagni, i segni di un’esaltazione fantastica, e perciò, alle loro insistenti affermazioni, rispose: Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito al posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.

Gesù appare di nuovo, presente Tommaso,
che è guarito dalla sua incredulità
Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo tutti raccolti nella casa, e Tommaso era con loro. Forse pregavano; certo erano in un momento di raccoglimento nel quale era più facile la mozione della grazia.
Crediamo che Maria si trovasse con gli apostoli, e che fu proprio Lei ad implorare la grazia della conversione per Tommaso. Come Madre amorosa che prendeva cura attiva dei figli affidatile da Gesù, conobbe o fu addirittura presente al disorientamento di Tommaso, e supplicò il Figlio suo divino a sanarlo. A Lei dovette suscitare tanto dolore l’incredulità di un apostolo, e vide in essa la rappresentanza dell’incredulità dei diffidenti e presuntuosi nella fede.
Tommaso soprannominato Didimo – dice il Sacro Testo –, ossiagemello, era veramente come il fratello gemello dei miscredenti futuri, dei razionalisti che non ragionano, e soprattutto di quelli che non credono al soprannaturale, pretendendo toccarlo con mano. Maria ne era addoloratissima, poiché Ella sapeva, per esperienza, che non si compiono mai i disegni di Dio se non si crede, e santa Elisabetta aveva riconosciuto in questo il segreto della sua grandezza: Beata te che hai creduto, poiché così si compirà in te quello che ti è stato detto dal Signore (Lc 1,45). Maria, dunque, che vedeva Tommaso privo allora del dono dello Spirito Santo, della potestà che Gesù aveva data agli apostoli soffiando su di loro, Maria che lo vedeva immeschinito nella incredulità, sterpo sterilissimo e infecondo che dà solo spine, pregò Gesù che lo sanasse, e Gesù comparve di nuovo a porte chiuse.
Quale gioia per gli apostoli e quale sorpresa per Tommaso! Egli si voltò, lo vide, lo riconobbe: era Lui! Allibì per un momento, temette, si turbò, ma Gesù gli effuse subito nel cuore la serena tranquillità, dicendo: La pace sia con voi. La tracotanza di Tommaso fu in un momento fiaccata, e nel suo cuore cominciò a sorgere un tumulto d’amore e di umiliazione. Gesù lo chiamò a sé, e lo invitò a mettere il dito nelle sue piaghe e la mano nel suo costato, dicendogli con infinito amore: Non voler essere incredulo ma fedele.
Il Sacro Testo non dice se Tommaso abbia messo il dito e la mano nelle piaghe di Gesù, ma noi crediamo che il Redentore ve l’abbia costretto. A quella vista, a quel contatto, Tommaso si prostrò e, adorandolo, disse: Signor mio e Dio mio. Non poté dire altro: il cuore gli scoppiava dal dolore e dall'amore  la fede divampava in lui, l’abbandono era pieno nel suo Redentore e nel suo Dio. Ma Gesù soavemente lo rimproverò, per completare la grande lezione che voleva dare ai secoli futuri, dicendo: Perché hai visto, o Tommaso, hai creduto; beati coloro che non hanno visto e hanno creduto. Non è fede il credere perché si vede, ma il credere per l’autorità di Dio che parla per la Chiesa; è solo allora che l’anima riposa nella verità. Ogni propria constatazione può essere fallace, ogni esperienza personale può essere offuscata dalla fantasia, ogni propria persuasione può mutarsi col mutarsi delle circostanze che l’hanno formata; solo la parola di Dio è sicura, solo la voce della Chiesa ce la può accertare e solo credendo ciò che non si vede e non si tocca con mano si può dire di aver fede e di credere in verità veramente divine.
         Ciò che si tocca con mano è materiale, ciò che si vede con gli occhi appartiene alla terra; ora la fede ha per oggetto le cose eterne e soprannaturali. Dio può mostrarcele anche sensibilmente, ma Egli, in generale, lo fa solo con chi ha tanta fede da conversare nei cieli pur vivendo sulla terra. 
Servo di Dio Son Dolindo Ruotolo

sabato 12 marzo 2016

L'adultera

Commento al Vangelo: V Domenica di Quaresima 2016 (Gv 8,1-11)

L’adultera
Dopo la sua orazione notturna, Gesù, di buon mattino, ritornò nuovamente al tempio, ossia – come esprime il testo greco –, in uno dei fabbricati o dei portici che facevano una sola cosa col tempio propriamente detto.
Il Cuore gli ardeva dal desiderio di comunicarsi alle anime, perché voleva salvarle, e andò Egli stesso a trovarle, per annunciare loro le parole dell’eterna verità e della vita eterna. Il popolo, che ancora numeroso affollava la santa città e dimorava nelle vicinanze del tempio, notò la sua presenza, e gli si accalcò d’intorno per ascoltarlo, nella speranza di assistere anche a qualche prodigio.
Mentre Gesù parlava, ecco che gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa proprio allora in adulterio, e, postala in mezzo all’adunanza, gli dissero che, secondo la Legge di Mosè, doveva essere lapidata, domandandogli che cosa ne pensasse.
Essi non erano affatto mossi dallo zelo per la giustizia e per la Legge, ma speravano porre Gesù in imbarazzo, ed avere occasione di condannarlo. La Legge (cf Dt 22,23-24) comandava che venisse lapidata la fidanzata che avesse mancato di fede al suo promesso sposo; per la donna già maritata comminava semplicemente la pena di morte, senza specificare il genere (cf Lv 20,10).
La donna, dunque, sorpresa nel peccato doveva essere fidanzata. Forse in oc-casione delle feste, abitando gli Ebrei sotto capanne improvvisate, s’era trovata e-sposta alla tentazione ed aveva peccato.
Se Gesù avesse giudicato che doveva essere lapidata, i suoi nemici speravano di denunciarlo come crudele innanzi al popolo, e come violatore della legge innanzi ai Romani, i quali non permettevano che l’adulterio fosse punito di morte, e avevano avocato a loro l’esecuzione delle sentenze capitali. Se non l’avesse condannata, l’avrebbero accusato come violatore della Legge di Mosè, e indirettamente come fa-voreggiatore dei Romani, alle cui leggi e disposizioni avrebbe mostrato di adattarsi.
Gesù Cristo non rispose, ma, chinatosi a terra, cominciò a scrivere, col dito, sulla polvere del pavimento. Questo era un gesto che i rabbini solevano fare quando, interrogati, volevano evitare di rispondere a questioni moleste; Gesù, però, non scriveva indifferentemente sulla terra, ma forse o ricordava i principali precetti della Legge trasgrediti dagli scribi e farisei, o addirittura ricordava i gravissimi peccati da loro commessi. Egli poi, per grande misericordia, volle sottrarre quella povera donna alla curiosità e al disprezzo di quanti erano presenti, attraendo gli sguardi sul pavimento sul quale scriveva, e suscitando in tutti il desiderio di vedere quel che scrivesse.
Gli scribi e farisei, vedendo quello che scriveva, si turbarono e, per impedirgli di continuare, lo premurarono di dare una risposta sollecitamente. Gesù, perciò, alzandosi, disse, in tono di grande solennità e penetrandoli con un raggio di luce che scopriva loro gli orrori della loro coscienza: Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei. E di nuovo, chinatosi, continuò a scrivere sulla terra, forse determinando più specificamente i loro delitti. Si può, infatti, anche supporre che la prima volta abbia tracciato i precetti della Legge da essi trasgrediti, e la seconda volta abbia determinato, con frasi più chiare, le loro trasgressioni.
Certo, gli accusatori, udite le sue parole, se ne andarono uno dopo l’altro, a cominciare dai più vecchi, sulla cui coscienza pesavano le più gravi responsabilità. Con quel suo gesto e con quelle sue parole, Gesù non volle dare un criterio generale di giudizio per le cause legali, ma volle ammonire i privati a non presumere di ele-varsi a giudici dei peccatori, essendo anch’essi peccatori. I giudici applicano la Legge, anche se essi sono peccatori, ma chi si trova innanzi al prossimo che manca, deve considerare prima di tutto i propri peccati e, invece di giudicarlo severamente, deve umiliarsi e compatirlo, implorando per lui la divina misericordia.
Gli scribi e i farisei si erano arrogati un diritto che non avevano catturando quell’infelice, proprio essi la cui vita era piena d’infedeltà e di adultèri, e volevano far apparire Gesù come un usurpatore di diritti che spettavano ai giudici della nazio-ne. Egli era Giudice di tutti, ma non volle assumere questa qualità pubblicamente, soppiantando i giudici del popolo, tanto più che, nella sua mortale carriera, era venu-to non a giudicare ma ad immolarsi, per meritare a tutti il perdono. Egli, infatti, quando tutti se ne furono andati, si alzò e domandò alla povera donna: Dove sono coloro che ti accusavano? Nessuno ti ha condannato? Essa rispose: Nessuno, Si-gnore.
E Gesù, effondendo nell’anima di lei la sua misericordia, le disse: Neppure io ti condannerò, vattene e non peccare più.
Evidentemente la donna era pentita del suo peccato; diversamente, Gesù non le avrebbe concesso il perdono. Egli, poi, nella sua infinita bontà, le comunicò inte-riormente una grazia rinnovatrice che la mutò tutta e la rese nuova creatura. Scri-vendo per terra, Egli compunse il povero cuore di quell’infelice, ricordandole i pre-cetti di Dio e, mentre i suoi accusatori si dileguarono, ella sola rimase innanzi al Giudice d’amore infinito che la perdonò.
Non giudicate malignamente il prossimo!
Quando noi giudichiamo malignamente il prossimo per i suoi difetti e i suoi peccati, rinnoviamo il gesto degli scribi e dei farisei: trasciniamo quell’anima al giudizio con la nostra mancanza di carità e pretendiamo lapidarla con le nostre in-vettive e le nostre insinuazioni. Ricordiamoci che siamo peccatori noi per primi, e che non abbiamo davvero il diritto di scagliare per primi le pietre. Quanti peccati abbiamo fatto, e quante responsabilità pesano sulla nostra coscienza! Umiliamoci e, invece di accusare il prossimo, accusiamoci noi innanzi al sacerdote, affinché siamo perdonati dalla misericordia di Dio.
Quando giudichiamo il prossimo, Gesù si curva sulla nostra miseria, e scrive sulla terra della nostra fragile creta, ricordandoci le nostre iniquità; abbiamo tutto l’interesse che Egli le cancelli, e perciò abituiamoci a compatire le debolezze altrui e a meritarci misericordia, usando misericordia. 
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 5 marzo 2016

IL FIGLIOL PRODIGO

Il figliol prodigo
Domenica  6 marzo 2016
IV Domenica di Quaresima Anno C
Lc 15,1-3.11-32
† Dal Vangelo secondo San Luca
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Il figliol prodigo
Ai farisei sembrava impossibile che Dio poteva accogliere i peccatori e vollero vedere nella familiarità che Gesù aveva con loro un argomento contro la sua Divinità; perciò il Redentore mostrò in una scena tenerissima il modo col quale Dio accoglie i peccatori, ed indirettamente si proclamò Dio, perché Egli li accoglieva proprio in quel modo, per eccesso di misericordioso amore e non per connivenza alle opere loro. La parabola del figliol prodigo con la quale Gesù Cristo manifesta in pieno la misericordia di Dio e la sua, è bellissima e commovente, e più che un racconto e una minuta descrizione della degradazione e della resurrezione dei peccatori. Colui che Legge i cuori volle manifestare le particolari posizioni dei peccatori. Dobbiamo, perciò, meditare accuratamente tutte le circostanze della parabola, che hanno un profondo valore psicologico:
Un uomo aveva due figliuoli, ed il più giovane disse al padre: «Padre, dammi la parte dei beni che mi tocca». L’eredità paterna era di diritto dei figli; il primogenito aveva il doppio degli altri figli nella divisione dei beni, che poteva farsi in vita o dopo la morte del padre. Il più giovane, dunque, dei figli di questo padre reclamò la parte dei suoi beni. Per quale motivo la reclamò, pur avendo un padre immensamente buono? È evidente dal contesto: voleva godere a modo suo la vita; gli sembrava troppo vuota la casa, troppo opprimente la vigilanza paterna, non andava d’accordo col fratello, unica compagnia che aveva in casa e volle cercarsi lontano le amicizie e i divertimenti.
Il padre avrebbe potuto negargli l’eredità in quel momento e rimandare la divisione a dopo la morte sua, ma credette di farlo allora perché il figlio la reclamava con la prepotenza che hanno i cattivi, ed alla quale non è possibile praticamente opporsi. Teoricamente il padre può imporsi ai figli, ma certi tipi sono indomabili l’averli in casa costituisce un inferno tale, che appare una liberazione il loro allontanamento. Il padre, dunque, pur avendo un grande dolore che il figlio si allontanava, gli dette la parte che gli spettava e non potette fare diversamente.
Dopo pochi giorni il figlio discolo, messo insieme il danaro e quanto aveva, se ne andò in un lontano paese. Voleva essere pienamente indipendente, non voleva controlli e scelse un paese lontano. Forse il padre, angosciatissimo, non potette neppure salutarlo, perché il figlio gli sfuggì, come avviene in simili casi, quasi fosse un nemico; può rilevarsi dalla penosa aspettativa di un ritorno nella quale rimane.
Il giovane credette di aver conquistato la felicità e quando fu lontano di casa gli sembrò di respirare a più larghi polmoni. Oramai credeva di essere padrone di se e si dette ad una vita dissoluta, consumando tutto quello che aveva. Intanto sopravvenne una grande carestia nel paese nel quale era, ed egli si trovò nella più squallida miseria. Cercò, dunque, un’occupazione e si ridusse servo, egli che era di nobile nascita, e servo di un pagano, che lo mandò a custodire i porci. Un ebreo non avrebbe tenuto una mandria di maiali e quel padrone, mettendo il giovane a guardia di quegli animali immondi, la ridusse in uno stato di grande avvilimento. Inoltre lo tenne in tali ristrettezze, che l’infelice desiderava mangiare le ghiande, o, secondo il testo greco, le carrube che si davano ai porci, e nessuno gliene dava. Era ridotto come uno schiavo e lo stesso avvilimento nel quale era gli toglieva coraggio di domandare almeno il cibo che si dava ai porci.
Quali giorni amarissimi menò l’infelice giovane! Stando a guardia di animali, aveva tutto l’agio di considerare il suo stato, perché quell’occupazione non lo distraeva e lo teneva tutto cogilabondo; inoltre, la vita immonda di quelle bestie era per lui come un’immagine della vita che egli aveva menato. Ricordò i giorni passati nella pulizia e nella pace della casa paterna, ricordò il modo come vi erano trattati i servi, rispettati, benvoluti e provvisti abbondantemente, ricorda sopra tutto la bontà paterna e non disperò di essere riaccolto da lui almeno come un servo.
Uno degli effetti del peccato, e massime di quello impuro, è l’indecisione e lo scoraggiamento, e per questo il giovane rimase per un certo tempo a pascolare i porci senza ribellarsi a quello stato di vita; egli, che si era ribellato al padre, sottostava poi supinamente ad un tiranno e non fiatava. Però l’idea di poter servire nella casa paterna cominciò a sembrargli attuabile, ed un giorno, deciso, disse a se stesso: Mi alzerò ed andrò dal padre mio, e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, e non sono più degno d’essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi. Era cosi avvililo che non aveva la forza di alzarsi senza imporselo: Mi alzerò ed andrò; era così confuso che si preparava ciò che doveva dire al padre; era ancora lontano dall’amare il padre, giacché si decideva principalmente in vista dei danni che la vita dissoluta gli aveva arrecati e dello stato nel quale era ridotto. Fu l’amore del padre che lo riabilitò e che mutò quel pentimento di attrizione in contrizione del cuore.
Il padre non lo aveva dimenticato ed ogni giorno guardava gemendo quella strada per la quale il figlio si era allontanato; come era triste per lui! Il sole gli sembrava più scialbo, la solitudine più desolante ed il passaggio dei viaggiatori era per lui una stretta al cuore.
Guardava lontano e piangeva silenziosamente, piangeva di amore e piangeva anche di collera, riprovando in cuor suo i traviamenti del figlio. L’ingratitudine che gli aveva mostrata non poteva non disgustarlo profondamente.
Ma ecco, un giorno vede avanzarsi un giovane dall’andamento accasciato, tutto lacero, appoggiato ad un bastone per la debolezza e per la stanchezza. Lo riconobbe subito: era suo figlio! E si sentì così commosso che, dimenticando tutto, gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e lo baciò in un efflusso di amorosissime lacrime. Il figlio, piangente egli pure, disse ciò che aveva preparato e ripetuto tra se lungo la strada: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno d’essere chiamato tuo figliuolo. Non completò la frase come l’aveva preparata e non accennò a voler essere un servo di casa, forse perché il padre non gliene dette il tempo, ma forse anche perché quell’espressione non reggeva di fronte a tanto amore ed a tanta misericordia.
Il padre, vedendolo tutto lacero, chiamò in fretta i servi, ed ordinò loro di mettere fuori la veste più preziosa per vestirlo, dopo averlo lavato; ordinò che gli mettessero al dito l’anello col suggello, segno di onore speciale, ed i calzari al piede come si conveniva ad un uomo libero. Gli schiavi andavano scalzi ed il povero giovane, tornando da uno stato di schiavitù, non aveva calzari.
Ordinò poi il padre che si uccidesse il vitello ingrassato con cibi speciali, che si teneva in serbo per le grandi circostanze, e si preparasse un grande banchetto, perché quel figlio suo era morto ed era risuscilato, era perduto ed era stato ritrovato. Queste ultime parole del padre rivelavano tutto il suo amore e la sua gioia; mentre il giovane aveva protestato di non essere degno di chiamarsi suo figlio, il padre lo chiamava affettuosamente: Questo mio figlio.
Si preparò il banchetto, e fra canti e suoni di gioia si cominciò a mangiare. Mancava il primo figlio del padre, perche si era recato nei campi a sorvegliare i lavori. Nel ritornare sentì di lontano le musiche e le danze di quella festa e, chiamato uno dei servi, domandò che cosa fosse. Saputo di che si trattava montò in collera e non volle entrare.
Nelle feste del cuore c’è sempre qualche persona che mette una nota discordante, ma questa volta l’ira del figlio maggiore poteva degenerare in una rissa, ed il padre volle evitarla e corse personalmente a supplicarlo di entrare. Avrebbe potuto imporglielo, ma a che sarebbe valsa un’imposizione? Lo supplicò, invece, con lo stesso cuore misericordioso, compatendo il suo sdegno, ad entrare. Ma il figlio reagì dicendo che l’aveva sempre servito fedelmente, senza avere avuto mai in dono un capretto per banchettare coi suoi amici e soggiunse in tono sprezzante: Quando, invece, e venuto questo tuo figliuolo che ha divorato tutto il suo avere con le meretrici, hai ammazzato per lui ii vitello grasso. Non chiamò fratello il giovane che era tomato, ma essendo sdegnato, lo chiamò: tuo figliuolo, quasi che a lui non appartenesse ed espresse nella maniera più veristica, per disprezzo, lo stato di colpa del fratello: ha divorato tutto, il suo avere con le meretrici. Gli sembrò, poi, un’enormitò l’avere ucciso giusto per lui il vitello grasso.
Con immenso amore il padre cercò di placarlo, facendogli riflettere che egli non doveva adontarsi di quell’atto di misericordia, perché non diminuiva i suoi diritti: tutto ciò che è mio, gli disse, è tuo; ma soggiunse, ricordandogli l’amore fraterno, che era giusto banchettare e fare festa perché quel suo fratello era come risuscitato e ritrovato. Il figlio aveva chiamato suo fratello semplicemente figliuolo del padre, ed il padre, invece di chiamarlo suo figlio, l’aveva chiamato tuo fratello, per fargli riflettere che colui per il quale si faceva festa non gli era estraneo, ma gli era fratello e doveva essergli tanto più caro in quanto che era come un morto risuscitato ed un traviato ritornato alla via del bene.
Gesù Cristo non poteva tracciare in una maniera più commovente e tenera lo stato di un peccatore e l’infinita misericordia di Dio nel raccoglierlo in grazia sua quando egli veramente si pente. Non poteva esprimere in una maniera più profonda la misericordia di Dio verso l’umanità, le nazioni ed i popoli quando tornano a Lui. Sono due applicazioni distinte della parabola, che bisogna meditare: il padre che ha due figliuoli e Dio che ha tra i figli i buoni ed i cattivi, ed ha fra le nazioni quelle che gli sono fedeli e quelle che apostatano da Lui.
Dio e un padre che ha dato alle sue creature la libertà, affinché operino il bene meritando, e quando esse la reclamano, Egli non la nega loro, anche se per loro colpa ne abusano. Quando l’anima pecca, si allontana da Dio suo Padre, lascia la sua amorosa compagnia e si abbandona agli stravizi, distruggendo in se stessa la grazia e tutte le buone qualità che Dio le ha donate; il peccato le porta la miseria più squallida, ed essa da serva di Dio diventa serva, anzi schiava delle passioni più immonde. La caratteristica di questo stato è l’avvilimento e la fame, poiché l’anima non giunge neppure a satollarsi delle sue passioni e vive in uno stato di somma infelicità spirituale e corporale.
Lo stesso avviene alle nazioni quando apostatando si allontanano da Dio: vivono lussuriosamente, si riducono schiave di satana, e schiave dei suoi tristi rappresentanti, e cadono nell’avvilimento e nella miseria. Dolorosamente il campo dei porci e ii naturale epilogo dell’allontanamento da Dio, e la miseria ne è la conseguenza.
Sotto l’impeto dei castighi il peccatore rientra in se stesso ed ha un primo movimento di ritorno a Dio; considera la brevità e la nullità delle sue false gioie, considera la pace e la felicità di chi opera il bene, si vergogna di se e decide di ritornare al Padre Celeste, andando da chi in terra lo rappresenta. Padre, ho peccato, ecco l’umile confessione che il peccatore fa a Dio ai piedi del Confessore, ecco l’umile confessione che fanno le nazioni apostate al Padre, quando veggono la loro rovina.
Dio e infinita misericordia ed accoglie subito al suo cuore chi si pente sinceramente; ordina ai suoi servi, cioè ai Sacerdoti, di mettergli, con l’assoluzione, la veste della grazia; non gliela pone Lui direttamente, ma chiama i suoi servi, e da essi gli fa porre al dito l’anello di nuove grazie ed ai piedi i sandali della libertà, ordinando poi il banchetto dell’amore, perché si satolli di beni.
Alle singole anime penitenti Dio concede le delizie del banchetto Eucaristico, alle nazioni che, come tali, non hanno un avvenire eterno, Dio concede l’abbondanza dei beni materiali e la prosperità.
L’epilogo della parabola riguarda particolarmente il popolo Ebreo e lo scandalo che i farisei prendevano vedendo Gesù che trattava amabilmente i peccatori. Essi si rifiutavano di far parte del regno di Dio e del banchetto della vita, perché vedevano che Gesù vi accoglieva i peccatori; eppure avrebbero dovuto esultarne e goderne, perché quella famigliarità li convertiva e li salvava.
Il Padre Celeste non aveva solo un figliuolo maggiore, il popolo Ebreo, ne aveva anche uno minore, il popolo gentile; se Gesù cercava i pubblicani ed i peccatori, cercava di ricondurre al Padre Celeste il figlio minore con quelle primizie di misericordia. Questo avrebbe dovuto produrre in loro una gran gioia, giacché tutti gli uomini sono figli di Dio, Ebrei e pagani, e gli Ebrei avrebbero dovuto esultare nel vedere il figlio minore essere accolto tra le braccia della misericordia e partecipare al banchetto della vita.
La parabola del figliuol prodigo, come accennammo, si riferisce anche al ritorno delle nazioni apostate a Dio negli ultimi tempi.
È un racconto troppo vivo, che noi in parte stiamo già vivendo, per poterlo trascurare: Dio ha due figli: il popolo Ebreo ed il popolo gentile. Quest’ultimo, minore di età, dopo essere stato nella casa paterna, reclama la sua parte di eredità tutta materiale, pretende di potere usare a suo modo dei doni di Dio, e si allontana da Lui vivendo lussuriosamente.
La famosa dichiarazione dei diritti dell’uomo nella rivoluzione francese fu come l’atto ufficiale col quale il popolo, reso ribelle a Dio, reclamò i diritti, falsati e travisati, della propria eredità1. Dio non forza nessuno al bene e per suoi altissimi fini lasciò fare.
In possesso pieno e disordinato della propria eredità, le nazioni si allontanarono da Dio e cominciarono quella vita sistematicamente dissoluta, che è l’impronta speciale della nostra moderna così detta civiltà.
È la storia contemporanea, che fa orrore. È vero, in ogni tempo le nazioni, anche cristiane, si sono oberate di delilti spaventosi, ma se si pensa al bene che in esse regnava, a tanti Re santi, a tante manifestazioni di fede, di pietà e di carità, deve riconoscersi che, dopo l’apostasia, le nazioni sono cadute in profondi abissi di corruzione che i nostri padri non hanno neppure sospettato. La caratteristica poi di questa corruzione e l’impurità, spinta a poco a poco fino agli eccessi più degradanti.
La lontananza da Dio produce la miseria e la miseria conduce alle schiavitù più degradanti. Gli uomini, che dovevano vivere della divina Provvidenza ed essere santamente liberi, veggono diminuite le loro risorse fino alla miseria ed alla carestia e subiscono l’esoso dominio di un padrone crudele. Lo stato economico delle nazioni moderne fa spavento e con la scusa delle esigenze militari esse vanno verso una completa schiavitù interna. Servono lo Stato, padrone esigente, crudele e spietato, e non hanno di che sfamarsi.
Pascolano i porci, ma i porci non danno loro neppure quello che costituisce la loro mensa. In fondo i popoli apostati vivono per pascolare le mandrie corrotte dei capi, come si vede dovunque, e non ricavano nulla dalla loro schiavitù. Ecco in quale stato ha ridotto i popoli l’apostasia! È una cosa che si constata e si vive, non ha bisogno di dimostrazione.
Ma verrà l’ora della rinascita e verrà per la stessa violenza della crisi che tortura i popoli. Quasi svegliandosi da un sonno, diranno: Sorgerò ed andrò dal Padre mio. All’apostasia subentrerà un periodo di resurrezione della coscienza cristiana, e quindi un periodo di ritorno.
Il Padre celeste, pieno di misericordia, verrà incontro ai popoli, li abbraccerà e li bacerà con grazie speciali e li introdurrà novellamente nella Chiesa. I suoi servi rivestiranno a nuovo le anime, rimettendole in grazia di Dio, porranno al loro dito l’anello di novelle promesse e di una novella figliolanza con Dio ed imbandiranno il banchetto col vitello grasso, cioè con un’esuberanza di doni eucaristici. Ci saranno anche allora le voci discordanti, senza dubbio, perché nel mondo viatore non è possibile una completa armonia; ma saranno voci che la bontà del Padre comune, del Papa, saprà conciliare, per mantenere l’unità tra i popoli cristiani.
Il padre poi che invita, anzi supplica il fratello maggiore ad entrare nel banchetto, può significare il Papa dell’Amore che inviterà con grande amorevolezza gli Ebrei a far parte della gioia del mondo cattolico, e l’amorosa insistenza li indurrà alla conversione, formando così l’unico ovile sotto un solo pastore.
Scrivendo queste pagine e pensando alla misericordia di Dio c’è da piangere tanto, implorandola per noi e per tutti.
Che pena vedere le anime nella più squallida miseria e nella tormentosa infelicità per essere lontane da Dio!
Che tenerezza vedere Dio che, nonostante le loro ingratitudini, le accoglie!
O Signore, veramente abbiamo peccato contro il Cielo e contro di Te e non siamo degni di chiamarci tuoi figli!
Accoglici come tuoi servi, ridonaci la libertà santa del cuore, rivestici a nuovo con la tua grazia e rendici partecipi della tua mensa di amore in terra ed in Cielo.
(Servo di Dio Don Dolindo Ruotolo)