sabato 1 aprile 2017

Larisurrezione di Lazzaro

Commento al Vangelo: V Domenica di Quaresima 2017 A (Gv 11,1-45)

La risurrezione di Lazzaro
Pochi racconti nella medesima Sacra Scrittura hanno la vivezza storica e psicologica del miracolo che meditiamo. San Giovanni ne fu certamente testimone oculare, e la commozione grandissima che provò, dinanzi ad un prodigio così grande, glielo impresse indimenticabilmente nell’anima.
Non si può leggere questo racconto senza sentirsi presenti al fatto e senza piangere. La tenerezza di Gesù commuove, il dolore delle sorelle del defunto fa fremere, l’atteggiamento della folla dei visitatori ci fa vivere nella casa di Marta e di Maria, desolata dalla morte e movimentata dalle premure della carità. Tutto nel racconto è naturale e spontaneo come avvenne, e tutto è vivo come se il fatto si rinnovasse innanzi a chi lo legge.
Lazzaro, abbreviativo di Eleazaro, abitava con due sue sorelle, nel villaggio e castello di Betania, distante circa tre chilometri da Gerusalemme. Era un benestante, come appare dal contesto, ed era, con le sue sorelle, devotissimo a Gesù, che lo amava con particolare predilezione. Forse questa sua devozione dovette avere origine o per lo meno intensificarsi per la conversione di sua sorella Maria. Il Sacro Testo ricorda, infatti non senza ragione, la circostanza più bella di questa conversione, e cioè l’unzione che la povera peccatrice fece ai piedi di Gesù, quando in casa di Simone andò a domandargli perdono e misericordia.
Per una famiglia onorata e benestante Maria Maddalena era stata una vergogna grandissima, e la sua conversione aveva stabilito col Redentore dei rapporti di grande, amorosa gratitudine da parte di tutti, e in particolare forse di Lazzaro che, come uomo e come capo di casa, aveva dovuto essere il più sdegnato dall’indegna condotta della sorella. In Betania – da non confondersi con la Betania della Perea –, la famiglia di Lazzaro per la sua signorilità era tenuta in deferente considerazione, come appare dal concorso di gente che affluì nell’occasione del lutto sofferto; il modo stesso come mandarono a pregare Gesù quando il fratello si ammalò, e il modo come si lamentarono della mancata visita confermano questa signorilità che nel pregare si contentò di un accenno, e nel lamentarsi usò un’espressione piena di rispettosa deferenza. Da queste circostanze, poi, si deduce anche la fede che tutta la famiglia aveva in Gesù Cristo, vero Figlio di Dio. Nella preghiera, infatti che gli fecero non gli dissero di andare subito dall’infermo, non lo premurarono di guarirlo a distanza, non lo pressarono con espressioni accorate, ma gli esposero solo il caso doloroso, e fecero appello al suo Cuore: Ecco, colui che ami è infermo.

Gesù amava Lazzaro e la sua famiglia
e la sottopose alla prova del dolore
Il Sacro Testo non ci dice quale fosse l’infermità di Lazzaro né è possibile arguirla. Certo, era un malanno grave, poiché le sorelle dell’infermo mandarono a Gesù delle persone, non potendo nessuna delle due staccarsi dal letto dell’infermo; era un malanno che richiedeva cure continue. Dato che era inverno, può supporsi che fosse una polmonite.
Quando le sorelle videro che si aggravava, mandarono a pregare Gesù, temendo una complicazione. Non vollero fare pubblicità per evitare, poi, l’affluenza di visite fastidiose, e mandarono a pregare Gesù segretamente, come è chiaro dal contesto. Gesù rispose agl’inviati, rassicurandoli che quel malanno non era mortale, ma doveva servire per la glorificazione del Figlio di Dio. Egli parlò così riferendosi al miracolo che voleva fare, ma gli inviati crederono che li rassicurasse sul malanno, e dovettero essere non poco delusi quando, tornati a Betania, constatarono che, subito dopo, la casa piombò nel lutto.
Il Signore parla per farsi intendere da noi, e parla anche per manifestarci i suoi disegni ed esigere da noi la fede; a volte le sue parole sembrano fallire secondo il nostro modo di vedere, e possiamo anche scandalizzarcene; ma se Dio è Dio, dobbiamo avere anche l’umiltà, l’elementare umiltà di pensare che siamo noi che non le intendiamo. Giudicare le parole di Dio con la presunzione di vagliarle e criticarle è lo stesso che esporsi al pericolo di capirne poco o nulla, e di smarrirsi.
Gesù disse che la malattia non era mortale, mentre Lazzaro morì in quel giorno stesso; lo disse, oltre che per il miracolo che voleva fare, anche per non spaventare né le sorelle dell’infermo né l’infermo, e forse per questo il Sacro Testo soggiunge che Egli voleva bene a Marta, a Maria e a Lazzaro.
Egli, poi, amava quella famiglia di amore divino, e la sottoponeva alla prova del dolore; l’amava e la metteva nelle circostanze di fare un atto di fede più cieca e più completa in Lui. Quella morte doveva servire alla glorificazione del Figlio di Dio, ossia a rivelarne ancora una volta la potenza innanzi al popolo e – come dice Andrea Cretese (in Catena) –, alla glorificazione dolorosa della croce, perché la risurrezione clamorosa che la seguì, fu per il sinedrio il pretesto per decidere e stabilire la morte di Gesù; ora questi, per raggiungere fini tanto grandi, volle anche il concorso della fede e della pena della famiglia che prediligeva.
È il modo di operare di Dio che noi dobbiamo solo adorare: rassicurò la famiglia per non disorientarla in un momento di scoraggiamento; la morte del fratello amato fu accompagnata così da un barlume di speranza che la rese meno atroce fino all’ultimo; poi, nell’improvvisa delusione, Gesù raccolse come gemma preziosa il dolore delle sorelle del morto, e lo raccolse come concorso alla gloria di Dio; infine, andando di persona nella loro casa, utilizzò la morte per esigere da loro una fede più viva, e donò loro una consolazione immensa che le ripagò ad usura della prova. Se avessimo un pochino di fiducia in più in Dio, non staremmo a cavillare sulle tenebre che crediamo scorgere nella sua parola, ma l’adoreremmo in pace, attendendo i suoi tempi e i suoi momenti.

Gesù decide di andare da Lazzaro

Gesù voleva bene a Marta, a Maria sua sorella e a Lazzaro. Era una famiglia della quale poteva fidarsi, una famiglia che aveva in Lui una fede vera e soprannaturale, benché forse ancora un po’ deficiente. La prova la scosse, senza dubbio, perché vide fallita una sua rassicurazione, ma la stessa scossa servì poi a fortificarla e ad ingigantirla, essendo scritto che virtus in infirmitate perficitur.
Quando Gesù seppe che Lazzaro era infermo, si fermò ancora due giorni nella Perèa dove si trovava, per evangelizzare e curare il popolo che gli si affollava d’intorno. Dovette far forza al suo tenerissimo Cuore, per così dire, perché Egli conosceva bene che Lazzaro era morto, ma con la sua amorosa e invisibile misericordia, sostenne da lontano le desolate sorelle del defunto. I giorni che passarono dalla morte alla risurrezione di Lazzaro servirono, poi, a far meglio rifulgere il miracolo che voleva fare. Dopo due giorni, cominciò ad accennare ai discepoli la necessità che aveva di ritornare in Galilea. Essi erano spaventati dalle minacce del sinedrio e del popolo, e Gesù volle predisporli per non agitarli, dicendo loro: Andiamo di nuovo nella Giudea.
Non manifestò loro, in quel primo momento, lo scopo del viaggio, e domandò quasi il loro parere, per dare ad essi l’agio di manifestare prima il loro timore. È divinamente psicologico: quando infatti l’anima reagisce in pieno ad un progetto che le incute spavento, sfoga tutto il suo timore, ed è più capace poi di rientrare in sé quando capisce la ragionevolezza di quello che le si propone. Se si ragionasse durante lo stato di spavento o di eccitamento, svaluterebbe le ragioni senza riflettervi, e sarebbe più difficile convincerla. Gesù, nella sua grande delicatezza, non volle condurre con sé gli apostoli senza il loro consenso e, quasi trepidando, disse loro: Andiamo di nuovo nella Giudea. Essi supposero che volesse andare a Gerusalemme e, spaventati, gli dissero: Maestro, proprio ora i Giudei cercavano di lapidarti e di nuovo tu torni là? Gesù rispose con un paragone che non c’era nulla da temere. Gli Ebrei dividevano in dodici ore la durata del giorno, dall’alba al tramonto del sole, e queste ore erano più corte nell’inverno e più lunghe nell’estate. Ora, finché durava il giorno, non c’era pericolo per chi viaggiava d’inciampare; solo nella notte poteva urtare e cadere. Egli stava ancora nel giorno della sua attività, e nessuno avrebbe potuto impedirgliela, nonostante le maligne intenzioni che avevano i suoi nemici. Andassero, dunque, con Lui senza timore.
Gli apostoli rimasero ancora titubanti; non risposero, ma mostrarono col loro atteggiamento che non avevano piacere di ritornare in una regione ostile e minacciosa. Gesù, allora, per scuotere la loro titubanza, disse: Il nostro amico Lazzaro dorme, ma io vado a svegliarlo dal sonno. Non disse apertamente in quel primo momento che era morto, perché Lazzaro era amato anche dai discepoli. Nella sua infinita delicatezza non volle spaventarli d’improvviso con un annuncio ferale, e lasciò ad essi medesimi di arguirlo a poco a poco. Gli apostoli capirono che parlava del sonno naturale e, avendo saputo anch’essi che Lazzaro era infermo, crederono che quel sonno fosse un segno di guarigione, e quindi, con più calore, sostennero che non c’era ragione di andare nella Giudea a esporsi ad un pericolo mortale. Allora Gesù disse apertamente che Lazzaro era morto, ma per non rattristarli lasciò subito capire che voleva andare a risuscitarlo con un miracolo, dicendo che Egli godeva per loro di non esservi andato prima, perché il miracolo li avrebbe confermati nella fede.
Se Gesù fosse andato da Lazzaro all’invito delle sorelle di lui, non avrebbe resistito alle loro lacrime e alle loro preghiere, e avrebbe guarito l’infermo. Ora, questo miracolo non sarebbe stato così persuasivo e commovente per gli apostoli come quello della risurrezione di un morto. Essi evidentemente erano scossi nella fede per l’opposizione minacciosa del sinedrio, e avevano bisogno di una luce nuova, per riprendere lena e coraggio. Perciò Gesù, senz’altro, li invitò a seguirlo, e lo fece con tanta efficacia che essi, pur tremando, non osarono resistergli di più.
Erano mesti, intimoriti, angosciati, come chi va incontro ad un pericolo mortale, e perciò Tommaso, facendosi eco di questo stato d’animo, esortò i compagni ad andare a morire col Maestro. Forse disse questo per fare un ultimo tentativo di dissuaderlo ad andare, e forse anche lo disse per amore, perché era certo che Gesù sarebbe andato incontro alla morte. Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi; essendo lo stadio circa 185 metri, il cammino era breve, e Tommaso temeva molto che gli scribi e farisei avrebbero avuto molta facilità di catturare Gesù. Il miracolo, forse – pensava egli –, sarebbe stato un incentivo maggiore al loro furore, e avrebbe preferito che non fosse avvenuto.
Lazzaro probabilmente morì lo stesso giorno nel quale Gesù ricevé l’invito di andare a risanarlo; Gesù rimase poi ancora due giorni nella Perèa, e al terzo giorno si mise in viaggio, giungendo a Betania il quarto giorno dalla morte e quindi dalla sepoltura del defunto che, secondo l’uso ebraico, si faceva lo stesso giorno del decesso. Essendo breve la distanza di Betania da Gerusalemme ed essendo la famiglia di Lazzaro tenuta in grande stima, molti Giudei erano venuti a partecipare al suo dolore. Gesù non era ancora giunto presso l’abitato del villaggio che qualcuno corse ad avvertire Marta della sua presenza. Marta aveva il maneggio e l’amministrazione della casa, ed era più distratta dal suo dolore per la gente che l’affollava, mentre Maria rimaneva in casa, in preda a più profonda afflizione. Non fece meraviglia, perciò, vedere Marta uscire in fretta, e la gente immaginò che andasse a sbrigare qualche faccenda urgente.
Appena vide Gesù, Marta gli disse: Se Tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Non osò lamentarsi che non fosse venuto prima ma gli espresse il dolore dell’anima sua e quello che tante volte forse aveva detto insieme alla sorella. Vedendo poi la dolce serenità e bontà di Gesù, sentì nascere nel cuore la grande speranza di veder risorto il fratello, ma non osò dirlo apertamente e soggiunse: Ma anche adesso io so che qualunque cosa Tu domanderai a Dio, Dio te la concederà. E dovette scoppiare in pianto perché Gesù, consolandola, le disse: Tuo fratello risorgerà. Marta, per scrutare le sue intenzioni, e per costringerlo ad esprimersi più chiaramente, soggiunse: So che risorgerà nella risurrezione, nell’ultimo giorno. E continuò a piangere, perché le si affacciò il triste pensiero dell’ineluttabilità della morte. Gesù lesse nel cuore di lei quest’angoscia e questa titubanza di fede, e volle rianimarla, esigendo da lei un atto pieno di fiducia in Lui. Io sono – soggiunse –, la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se fosse morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo? Marta, nel supplicarlo, aveva creduto che Gesù potessedomandare a Dio il miracolo, senza pensare che Egli stesso era Dio, e poteva farlo di piena potenza e autorità; Gesù corregge la pochezza della fede di lei, e si proclama Egli stesso risurrezione e vita dei morti, e vita dei viventi per la risurrezione spirituale e la grazia che loro concede. Marta capì di aver errato, e piena di fede soggiunse: Sì, o Signore io ho creduto che Tu sei il Cristo il Figlio di Dio vivo che sei venuto in questo mondo.

Il Maestro è qui e ti chiama

La fede le suscitò nel cuore la speranza e, sicura di quello che Gesù avrebbe fatto, andò in casa e chiamò la sorella sottovoce, dicendole: Il Maestro è qui e ti chiama. Evidentemente Gesù dovette domandare di lei nel primo incontro con Marta, sapendola più affettuosa e quindi più addolorata. Marta la chiamò sottovoce, per evitare che la gente si raccogliesse intorno a Gesù, perché nei grandi dolori si desidera rimanere soli con le persone più care.
Appena Maria seppe che Gesù era venuto, si alzò di scatto e corse da Lui, ansiosa di sfogare il suo dolore. Il saper presente Colui che essa amava d’amore intenso le rinnovò l’angoscia della morte del fratello, come suole avvenire a chi sta in lutto e, alzandosi, scoppiò in pianto; per questo i Giudei che erano in casa, supposero che in un impeto di rinnovato dolore, ella andasse al sepolcro che era nell’orto della casa, per piangervi più amaramente, e la seguirono per sostenerla e consolarla. Ella non badò neppure alla gente che la seguiva, ma corse diritto a Gesù e, al vederlo, estremamente commossa gli si gettò ai piedi e disse, piangendo a dirotto: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. E continuò a piangere tanto accoratamente che anche i Giudei presenti piansero.
Gesù, vedendola piangere e vedendo che tutti piangevano con lei, si turbò profondamente e fremette nel suo cuore, commosso per il dolore umano e per la poca fede di quella gente, che era come gregge abbandonato alla mercé delle tempeste della vita, senza conforto e senza la visuale sublime della vita eterna. Compassionò Maria, e compianse il popolo, sicché quasi ebbe fretta di operare, per consolare Maria e per illuminare il popolo, e domandò dove avessero posto il cadavere di Lazzaro.

Marta e Maria: due caratteri diversi

Si noti la differenza profonda fra il dolore di Marta e quello di Maria, e la diversità di quei due caratteri che emerge mirabilmente dal Sacro Testo.
Marta, più abituata alle faccende di casa, era più distratta e assillata dalle necessità della vita, in quella circostanza dolorosa non aveva quasi il tempo di riconcentrarsi nella grave perdita subita. Maria, invece, tutta raccolta in se stessa, angustiata forse anche dai gravi dolori dati al fratello per la sua vita passata – dolori che le apparivano allora più gravi e come ravvivati dalla morte –, era inconsolabile, ed esplodeva in tutto il suo affanno. Gesù Cristo misurò questo dolore in tutta la sua profondità, vide in lei tutte le anime gementi sulla terra per la morte delle persone care, considerò la fragilità umana nello scorgere la tomba alla quale lo accompagnarono, e pianse anch’Egli, mescolando le sue lacrime all’angustiante pena di tutti.

E Gesù pianse

E Gesù pianse. Come sono incisive queste parole, e come sono commoventi! Pianse senza strepito, soavemente, stillando nel suo pianto balsamo di consolazione per le pene che si provano alla morte dei propri cari, e pianse, meritandoci il suo conforto.
Il momento fu solenne; Gesù rimase per un po’ in silenzio; era bellissimo nel suo aspetto accorato e triste, e le lacrime gli scorrevano giù per le guance divine: piangeva, era allora più che mai affratellato all’umanità che geme e piange in questa valle di lacrime; piangeva, e mostrava in quel pianto tutta la tenerezza del suo amore, tanto da suscitare le meraviglie dei circostanti, i quali esclamarono: Vedete com’Egli lo amava!
Piangeva sulla morte spirituale di tanti che lo circondavano, e specialmente degli scribi e farisei che, neppure in quella dolorosa circostanza, disarmarono, ed esclamarono: Non poteva costui che aprì gli occhi al cieco nato, fare che quest’uomo non morisse? Pianse e fremette, pensando a questa cecità ostinata, e pregò internamente il Padre perché si fosse glorificato innanzi a quella moltitudine.

Lazzaro vieni fuori!

Giunse innanzi alla tomba che era una caverna scavata nella roccia, e coperta da un gran masso, e disse risolutamente: Togliete la pietra. Tutti tacevano; c’era intorno una mestizia profonda, e già un cattivo odore si sentiva venire dalla caverna. Marta perciò disse a Gesù: Signore, puzza già perché è di quattro giorni. Non andò all’idea che Gesù volesse aprire per sempre quel sepolcro, e suppose che volesse solo benedire la salma, o vederla per curiosità. Ma Gesù le replicò: Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio?
Tolsero dunque la pietra, e dovettero toglierla due uomini robusti. Tutti tacevano, anzi quasi trattenevano il respiro. Dalla caverna aperta si diffuse intorno un puzzo nauseante di cadavere in putrefazione. Non c’era dubbio che quell’uomo fosse veramente morto. I più vicini allo speco vedevano fra le ombre la bianca sagoma della salma tutta avvolta da fasce, e col volto parimente nascosto e legato da un sudario.
Gesù stava in mezzo al popolo che gli si accalcò intorno per vederlo. Sollevò gli occhi al cielo e, in quell’atteggiamento, sembrò gigante in mezzo alla moltitudine. Il suo volto divino rifulgeva di maestà insolita, e le tracce del dolore vi avevano impresso una nota di commovente amabilità. Pregò: Padre, ti ringrazio di avermi esaudito. Io, però, sapevo che Tu mi esaudisci sempre, ma l’ho detto per il popolo che mi circonda affinché creda che Tu mi hai mandato. Egli, dunque, compiva quel miracolo per mostrare che era veramente Dio, chiamando il Padre, e che era veramente uomo, supplicandolo di esaudirlo. Si fermò un istante con gli occhi in alto, e il cielo era riflesso in quegli occhi e in quel volto; poi gridò a gran voce: Lazzaro vieni fuori!
La voce si ripercosse lontano, echeggiò nei cieli, e subito il morto si alzò, e si trascinò fra le bende che lo impacciavano fin sull’ingresso della caverna.

Rimase lì, innanzi al suo Creatore che lo aveva richiamato alla vita. Il popolo istintivamente arretrò, spaventato e meravigliato, e un grido si levò dalla moltitudine. Gesù rimase tranquillo; il volto gli rifulgeva d’amore; ordinò che slegassero il morto risuscitato, perché potesse andare liberamente a casa.
Padre Dolindo Ruotolo 

sabato 25 marzo 2017

La guarigione del cieco nato

Commento al Vangelo: IV domenica di Quaresima 2017 A (Gv 9,1-41)

La guarigione del cieco nato

Dopo la discussione avuta con i farisei nel recinto del tempio, e dopo essersi eclissato dal loro sguardo quando erano già pronti a lapidarlo, Gesù Cristo si allontanò dal sacro luogo insieme ai suoi discepoli, e passò per una delle porte dove ordinariamente sostavano i poveri e gl’infelici per domandare l’elemosina.
L’essersi trovato là con i suoi discepoli e l’esservisi fermato conferma che Egli si eclissò miracolosamente da quelli che volevano lapidarlo.
Passando, vide un poverello, cieco dalla nascita, il quale, per essere portato là ogni giorno dall’infanzia a chiedere l’elemosina, era conosciuto da tutti, ed era una di quelle figure che, nella loro medesima piccolezza, finiscono per interessare il pubblico, e per essere quasi come un motivo insostituibile di certi ambienti.
Dal contesto del racconto si rileva l’indole di questo cieco: di facile parola, affettuoso, riflessivo, e un po’ psicologo o conoscitore dell’ambiente del tempio; abituato a raccogliere tanti discorsi che facevano i pellegrini e forse tante mormorazioni di quelli che erano addetti al sacro luogo, si era formato un concetto abbastanza chiaro di quelli che ne avevano il comando. I ciechi s’informano di tutto nel loro piccolo ambiente, proprio perché non vedono, e questo giovane doveva pur sapere che quasi mai i sacerdoti, gli scribi e i farisei facevano scivolare nelle sue mani qualche elemosina, essendo sommamente venali; questo doveva aver disposto l’anima sua a diffidenza e disistima per essi; perciò, quando fu interrogato da loro, si mostrò franco, e non mancò di ribatterli con una certa vivezza che rivela questo suo stato d’animo.
La sua vita era monotona; al mattino era accompagnato al tempio, e vi rimaneva a chiedere l’elemosina; a sera era riaccompagnato a casa. Raccoglieva spesso le espressioni pie dei pellegrini, o gl’insegnamenti dei dottori della Legge, e aveva una certa cultura religiosa, per la quale gli doveva essere familiare il sentenziare e anche l’ammonire. Era di indole buona, di natura semplice, di carattere espansivo, e timorato di Dio.
Passando vicino al cieco nato, i discepoli, considerandone l’infelicità e attribuendola a castigo di Dio, domandarono a Gesù: Rabbì, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, da nascere cieco? Era infatti persuasione comune, tra i Giudei, che i mali fisici fossero mandati da Dio in punizione di peccati commessi, o che fossero castigo dei peccati dei genitori; ma i discepoli facevano una domanda insulsa, chiedendo se avesse peccato il cieco prima di nascere, perché questo sarebbe stato impossibile. Essi forse si confusero e, nel domandare se quella cecità fosse stata effetto di colpa, coinvolsero anche il cieco nella responsabilità. Gesù rispose che né quel poveretto né i suoi genitori avevano peccato, ma che quella cecità era stata disposta e permessa da Dio per manifestare, in quell’infelice, la sua potenza, la sua gloria e la realtà del suo Figlio Incarnato; Gesù, infatti, soggiunse che Egli doveva compiere le opere di Colui che lo aveva mandato e, con questo, mostrò chiaramente l’intenzione di guarire quel cieco.
Nonostante le minacce dei suoi nemici, e nonostante che quel miracolo li avrebbe più malignamente aizzati contro di Lui, Egli non avrebbe mancato di compiere quell’opera buona, e di dare un nuovo argomento della verità della sua missione. Era per Lui ancora giorno, cioè non era ancora giunta l’ora oscura della sua Passione, quando non avrebbe potuto compiere miracoli, volendo subirla fino all’estrema immolazione. Egli doveva ancora per poco rimanere nel mondo e, finché vi dimorava, voleva dare argomenti di luce a tutti i secoli, nonostante che i malvagi ne avrebbero preso motivo per odiarlo e per irrompere contro di Lui.
Gli scribi e farisei avrebbero voluto che Egli avesse taciuto per sempre e si fosse eclissato, rinunciando alla sua missione; ma Egli questo non poteva farlo, perché era la luce delle anime e la luce dei secoli. Aveva detto poco prima:Io sono la luce del mondo, e volle confermare questa grande e fondamentale verità con un miracolo d’illuminazione materiale, simbolo dell’illuminazione spirituale. Volle donare la vista a quel povero cieco, per significare la vista che voleva dare e che avrebbe dato alle anime; compì esternamente il miracolo che voleva compiere internamente, e si servì di un mezzo inadeguato, anzi contrario, perché si fosse capita l’importanza del mezzo del quale voleva servirsi per redimere il mondo, cioè l’umiltà e l’obbrobrio della croce.
Gesù non domandò al cieco se voleva essere guarito né il cieco lo supplicò di guarirlo: andò Egli stesso incontro al povero infelice, come Egli stesso veniva incontro all’uomo peccatore e, sputato in terra, fece con lo sputo un po’ di fango, impastando la polvere della strada, lo spalmò sugli occhi del cieco e gli comandò di andarsi a lavare alla piscina di Siloe.
Il Sacro Testo fa notare che Siloe significa mandato, perché questo nome aveva un significato mistico che ricordava precisamente Colui che doveva essere mandato, ossia il Messia.
La piscina o fontana di Siloe si trovava nella parte sud-est di Gerusalemme, fuori delle mura, tra il monte Ofel e il Sion; il cieco, per recarvisi, dovette essere accompagnato da qualcuno. Andò, si lavò e acquistò subito la vista.
Gli occhi del cieco si aprono e vedono…
Quale sorpresa dovette avere nel vedere la luce, e nel vedere quello che lo circondava! I ciechi nati si formano un concetto tutto soggettivo del mondo e delle cose che li circondano; non concepiscono proprio quello che non può essere oggetto del tatto, e che non può essere apprezzato da una loro esperienza. Certe cose sembrano loro più grandi della realtà, certe altre più piccole; possono concepire un monte come un semplice rialto, e un palazzo come un monte. A volte sembra loro di stare a grande distanza e credono immensa una strada, a volte un grande spazio sembra loro ristretto.
Il cieco si trovò in un mondo che non immaginava; si guardò attorno stupefatto, vide la strada per la quale era venuto, vide le case, ammirò i campi, volse lo sguardo al cielo, ne contemplò la magnificenza, sentì una nuova vita interiore, formata in lui dal riflesso di tutto ciò che vedeva e, poiché aveva il cuore buono, abituato alla preghiera dalle lunghe dimore fatte alla soglia del tempio, ritornò sui suoi passi per andare a ringraziare Dio. Che felicità sentiva a non andare a tentoni; che gioia a saper dove mettere il piede; che gioconda curiosità a notare tutti quelli che incontrava, a squadrarli da capo a piedi, a considerarne la bellezza o la bruttezza!
Era stato un povero schiavo di quanto lo circondava e si sentiva libero; era stato inceppato dalle tenebre e si sentiva come guidato dalla luce, nella quale godeva, quasi respirandola; era povero e si sentiva ricco, poiché gli sembrava d’essere venuto in possesso del mondo che percepiva e del quale godeva.
Psicologicamente quel fare franco e, se si può dire, un po’ spavaldo che ebbe con i giudici che dopo ripetutamente lo interrogarono, era conseguenza anche di quel senso di libertà e di padronanza che gli dava la vista acquistata. Egli vide, per la prima volta, quelli che aveva conosciuti per esperienza duri e sprezzanti e, potendoli squadrare nel loro volto arcigno, sospettoso e ipocrita, si sentì autorizzato a dar loro una lezione.
Ritornato sui suoi passi, egli dovette andare prima di tutto a dare la bella notizia ai suoi genitori, e fu subito notato dai vicini di casa che si stupirono a vederlo camminare senza guida. Lo guardarono con attenta curiosità e si scambiarono le loro impressioni mentre egli si avvicinava. Alcuni dicevano: Non è questi colui che stava a sedere, e cercava l’elemosina? Altri, vedendolo avvicinare, esclamavano: Sì è proprio lui; altri ancora, ai quali sembrava assurdo che potesse vedere, dicevano: No, è impossibile; forse è uno che gli somiglia. Egli poi, giunto nel crocicchio della gente che, incuriosita, già andava raccogliendosi, affermò con sicurezza che non ammetteva equivoci: Sono proprio io, ero cieco e ora ci vedo per misericordia di Dio. A quest’affermazione si accertarono che era lui, e crebbe in loro la curiosità di sapere come avesse avuto la vista, ed egli rispose: Quell’uomo che si chiama Gesù fece del fango, unse i miei occhi, e mi disse: Va’ alla piscina di Siloe e lavati. Sono andato, mi sono lavato e ci vedo. Chiamò Gesù quell’uomo perché non lo conosceva ancora, ma ne aveva sentito parlare, e la gente stessa non doveva essergli familiare, perché tutti gli chiesero: Dov’è quest’uomo? Ed egli rispose che non lo sapeva.
Un miracolo sconcertante, questo,
per i nemici del Signore
Tra la gente che s’era affollata c’erano alcuni che avevano autorità e, sentendo parlare di Gesù Cristo e del fango che aveva fatto in giorno di sabato, sembrando loro questo una violazione della legge, accompagnarono il giovane dai farisei, cioè innanzi al sinedrio, per far fare un’inchiesta accurata sul fatto.
Per i nemici del Salvatore quel miracolo era sconcertante, perché non poteva essere effetto d’illusione, e perché poteva avere una grande influenza sul popolo. Perciò cominciarono col volerne bene assodare le circostanze, nella speranza di trovarvi qualche punto debole per poterlo negare. Interrogarono perciò il giovane, per sentirsi ripetere com’era stato guarito, ed egli, già annoiato da tante domande, ripeté più sinteticamente il fatto, dicendo: Mise il fango sui miei occhi, mi lavai e ci vedo.
Parlò con tanta sicurezza che i farisei, in quel momento, non misero in dubbio la sincerità del racconto sulla guarigione, e cominciarono a discutere fra loro; i più ostili dicevano che Gesù non poteva essere da Dio, perché non osservava il sabato; altri, più temperati e logici, facevano riflettere che un peccatore non avrebbe potuto fare questo miracolo e gli altri, dei quali avevano conoscenza, perché Dio non avrebbe confermato l’inganno di un impostore. La discussione si animò talmente che ci fu scissura fra loro e, non potendo venire ad una conclusione, pensarono di approfondire meglio la questione, e domandarono al giovane che cosa egli pensasse di Colui che l’aveva guarito. Egli rispose: Io dico che è un profeta.
È profondamente psicologica la domanda dei farisei, e mostra tutto l’imbarazzo della loro mente e della loro coscienza; chi, infatti, è titubante in una questione grave sulla quale non sa decidersi, domanda anche ai più umili che cosa ne pensano, e spera di avere un argomento plausibile per attenersi alla risoluzione che, inconsciamente, più lo attrae.
Essi avrebbero voluto condannare Gesù, ma non osavano, e speravano che una parola di disprezzo che avrebbe potuto dire il giovane li avrebbe tolti d’impiccio. Forse furono alcuni di quelli meno sfavorevoli e più titubanti nella coscienza che rivolsero al giovane quella domanda, quasi oziosamente e indifferentemente, senza mostrare di volergli dare importanza, ma con la speranza di una testimonianza a loro favorevole. Il giovane si sentì lusingato, e rispose col tono di chi sta alla pari con chi lo interroga: Io dico che è un profeta.La risposta per i più scalmanati non aveva nessun valore giuridico: anzi il mostrarsi il giovane entusiasta di Gesù diede loro il pretesto per sospettare un trucco; misero in dubbio l’autenticità del fatto, e non vollero ammettere che proprio quel giovane fosse il cieco nato che chiedeva l’elemosina, senza prima chiamare e interrogare i suoi genitori.
Depongono i genitori
Dal contesto può rilevarsi che i messaggeri che andarono a chiamarli dovettero spaventarli con minacce, e avvertirli che, se avessero in qualunque modo parlato bene di Gesù, si sarebbero esposti ad essere espulsi dalla sinagoga; essi, perciò, assunsero un atteggiamento estremamente prudente, sapendo che l’essere espulsi dalla sinagoga equivaleva all’essere come scomunicati.
Introdotti innanzi al sinedrio, furono rivolte loro due domande, una per l’identificazione del giovane: È questo quel vostro figlio che voi dite essere nato cieco?, e un’altra per conoscere in qual modo fosse guarito: Come dunque ora ci vede? Le domande le fecero insieme, perché essi sapevano che quegli era il giovane, e premeva loro conoscere dai genitori com’era guarito, sperando di controllare, nel racconto, una qualunque contraddizione che potesse offrire loro il pretesto di condannare Gesù come un impostore. Frattanto, fecero uscire il giovane, per evitare qualunque intesa, fatta magari a cenni con i suoi genitori. Questi, cercando dissimulare la paura che avevano di trovarsi innanzi all’autorità, risposero con calma che sapevano benissimo che quel giovane era loro figlio, e che era nato cieco, ma ignoravano come ora vedeva e chi gli aveva aperto gli occhi; soggiunsero che il giovane aveva un’età sufficiente per dar conto di ciò che lo riguardava e che, perciò, avessero interrogato lui stesso che doveva saperlo. Con questo, uscirono dall’imbarazzo in cui erano, e furono licenziati.
Il miracolato con impeto difende Gesù
e mette in imbarazzo il sinedrio
Rimaneva, così, assodato giuridicamente che realmente quel giovane era stato cieco, e quindi che realmente era guarito.
I farisei, perciò, lo richiamarono in udienza con la speranza di farlo schierare contro Gesù, e quindi di far svalutare da lui stesso Colui che l’aveva guarito, o almeno di strappare dal suo labbro qualche contraddizione sul miracolo che ne avesse sfatato l’importanza. Avutolo davanti, cercarono di prenderlo con le buone, dicendogli: Da’ gloria a Dio, cioè: Di’ la verità, e pensa che si tratta della gloria di Dio, dovendosi smascherare un impostore; non ti far ingannare dal beneficio ricevuto, e non mentire se non sei un falsario anche tu e fingi una guarigione che non è mai esistita; noi sappiamo, infatti, che quest’uomo è peccatore. E volevano continuare e dire che, come tale, non aveva potuto fare quel miracolo; ma il giovane non li lasciò continuare e, urtato da quell’ingiuria rivolta al suo benefattore, li interruppe, dicendo: Se sia peccatore io non lo so; questo solo conosco che ero cieco e ora io vedo. E voleva dire: Voi affermate che è peccatore, e della vostra affermazione siete responsabili voi; io non lo so, cioè non lo ammetto, perché ero cieco e ora vedo; un peccatore non avrebbe potuto fare questo miracolo.
Siccome il giovane ricordava il miracolo avuto come argomento per negare che Colui che glielo aveva fatto fosse un peccatore, lo interrogarono nuovamente sul miracolo per tentare di svalutarlo, e per dimostrargli che Gesù aveva violato il sabato ed era veramente un peccatore; dissero perciò di nuovo:Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi? Domandarono prima che cosa avesse fatto, per dargli subito l’impressione della violazione del sabato. Ma il giovane, annoiato della nuova inquisizione sull’accaduto, disse con vivacità, come appare dal contesto: Già ve l’ho detto e l’avete ascoltato; perché volete sentirlo di nuovo? E, per pungerli sul vivo e per farli smettere, soggiunse: Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? Ma essi, adirati al sommo, lo ingiuriarono e dissero in tono di disprezzo e di odio: Sii tu discepolo di costui; quanto a noi, siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio, mentre costui non sappiamo di dove sia. L’odio stesso che avevano per Gesù, li fece scendere a competizione con quel giovane, il quale cominciò a discutere con loro alla pari, e disse: Qui appunto sta la stranezza che voi non sapete di dove Egli sia, eppure mi ha aperto gli occhi. E voleva dire: Agisce tanto soprannaturalmente per virtù di Dio che senza far capo a voi o aver da voi l’approvazione, ha operato un miracolo così strabiliante. Dunque ha un’autorità e una potenza superiore a voi. Voi affermate che è un peccatore, ma noi sappiamo bene che Dio non ascolta i peccatori per confermare la loro malvagità o le loro imposture; ascolta operando cose straordinarie solo chi lo onora e fa la sua volontà. Dacché mondo è mondo non si è udito dire che alcuno abbia aperto gli occhi ad un cieco nato. Se questi non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla.Rosso in volto, concitato, entusiasta, senza riflettere più a quelli che lo interrogavano come giudici, il giovane si accalorò nella discussione e diede una solenne lezione a quegli ipocriti.
Alcuni hanno affermato che egli non parlasse in modo giusto dicendo che Dio non ascolta i peccatori, ma questo è falso, perché se Dio ascolta anche le preghiere dei peccatori, non li ascolta quando pretendono che Egli avalli con miracoli le loro malvagità. L’argomentazione era quindi stringata e, poiché Dio aveva operato quel miracolo per glorificarsi in quell’infelice e manifestare in lui le opere sue, noi crediamo che il giovane parlasse per impulso di grazia, e che il Signore umiliasse, così, la superbia del sinedrio. In fondo, il ragionamento del giovane era quello che avrebbero dovuto fare i giudici che lo interrogavano: ciò che compie questo uomo è straordinario e miracoloso, cioè suppone l’intervento di Dio. Ora, il Signore non interverrebbe se Egli fosse un peccatore, violatore della Legge; dunque quest’uomo è da Dio e, senza di Dio, non potrebbe far nulla di ciò che fa.
Nell’ascoltare quella vivacissima difesa che il giovane fece di Gesù, gli scribi e farisei montarono su tutte le furie e, non potendogli rispondere direttamente perché a corto di argomenti, lo vituperarono, dicendo: Sei tutto un impasto di peccati e pretendi d’insegnare a noi? Con questa ingiuria sanguinosalo cacciarono fuori, ossia probabilmente gli applicarono la scomunica, per impedirgli di propagare il miracolo avuto o per togliere ogni prestigio alla sua testimonianza.
Gesù dona al giovane miracolato la «vista»
dell’anima e gli si rivela Figlio di Dio
Il fatto produsse grande scalpore per la notorietà del giovane guarito, e ci fu chi andò a riferirlo a Gesù. Il Redentore ne fu addolorato e, avendo dato a quell’infelice la vista del corpo, volle dargli anche quella dell’anima, illuminandolo pienamente. Quel giovane lo credeva un profeta, ed era necessario che lo riconoscesse per Figlio di Dio; l’aveva confessato e difeso come santo e doveva confessarlo e adorarlo come Santo dei Santi; perciò, incontratolo, gli disse: Credi tu nel Figlio di Dio? Ed egli rispose: Chi è, Signore, perché io creda in Lui? Aveva la volontà di credere, ma gli mancava la luce, come prima voleva vedere fisicamente e gli mancavano gli occhi. Gesù Cristo, illuminandolo interiormente con un grande fulgore di grazia, gli disse solennemente:
Lo hai visto, Colui che parla con te è proprio lui.
Il giovane lo guardò, ne vide in quello sguardo la maestà, ne sentì la potenza, ne riconobbe la gloria; si sentì l’anima tutta piena di soave unzione, sentì nel cuore una gran fiamma d’amore, esultò nello spirito, si sentì come schiacciare dalla grandezza di Colui che gli parlava, si prostrò fino a terra e, adorandolo come Dio, disse: Credo, o Signore.
I farisei a Gesù, ironicamente:
«Siamo forse ciechi»?

Quelli che lo circondavano, al vedere quel profondo atto di adorazione, rimasero meravigliati, perciò Gesù soggiunse: Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi. E voleva dire: Voi vi stupite? Gli orgogliosi, gonfi della loro sapienza che credono di vedere, rifiutano la verità e diventano interiormente ciechi; gli umili, invece, che vengono a me con semplicità, vedono la luce di Dio, ricevono la fede e si salvano. Io, così, divento per gli uni tenebre e per gli altri luce. Egli voleva scuotere i farisei che erano con Lui, ma essi se ne offesero e soggiunsero: Siamo forse ciechi anche noi? Essi si credevano illuminati, scienziati, dottori della Legge, perfetti, e dissero ironicamente: Vuoi trattare da ciechi anche noi che siamo luce d’Israele? E Gesù rispose con profondo dolore: Oh, foste voi ciechi, ossia foste veramente accecati in buona fede nel rinnegarmi e nel rifiutare la luce della verità! Voi allora non avreste sull’anima il peccato. Ma perché affermate di vedere, agite in malafede, rinnegate con malizia la verità, e rimanete nel peccato.
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 18 marzo 2017

Gesù incontra la samaritana

Commento al Vangelo: III domenica di Quaresima 2017 A (Gv 4,5-42)

Gesù incontra la samaritana
Camminando, Gesù giunse in una città chiamata Sicar, identificata oggi con Askar, non lontana da Sichem, chiamata Napoli, capitale della Samaria, e si fermò presso il pozzo famoso, scavato da Giacobbe, nella tenuta lasciata in eredità al figlio Giuseppe. Sedette così, alla buona, come indica il testo greco, dissimulando la sua maestà, umilmente, preso da un sentimento di compassione per le anime. Era quasi l’ora sesta, nota l’evangelista, cioè quasi mezzogiorno. Per questa circostanza di tempo, e per le altre particolarità del racconto, alcuni suppongono che san Giovanni sia stato presente alla scena. Gli altri discepoli, però, erano andati in città per comprare qualcosa da mangiare, ed erano certamente assenti.
Mentre Gesù stava pensoso e raccolto nei pressi del pozzo, ecco una donna samaritana, con l’anfora in testa, che veniva ad attingere. Veniva da lontano perché l’acqua fresca e sorgiva del pozzo l’attirava, e molto più l’attirava la grazia che con delicata disposizione d’amore la spingeva ad andare là dove avrebbe trovato la salvezza.
Gesù Cristo le rivolse la parola e le disse: Dammi da bere. Dal vestito che indossava e dalla pronuncia delle parole, la donna si accorse subito che Egli era un Giudeo e, meravigliandosi che le domandasse da bere, perché i Giudei aborrivano i Samaritani, gli disse: Come mai tu che sei un Giudeo, chiedi da bere a me che sono samaritana? Psicologicamente, non osò dire la frase opposta:Come posso darti da bere se tu sei un Giudeo? perché sentiva, inconsciamente, la propria inferiorità innanzi a Gesù, e perché quel volto divino e bellissimo, dai lineamenti regali e dall’occhio splendentemente ceruleo, l’aveva già conquisa. Proprio perché peccatrice, la poveretta aveva un profondo senso di umiliazione interiore che le facilitò il non considerare Gesù col solito disprezzo dei Samaritani, e il guardarlo con rispettosa venerazione.
Era ancora lontana dal supporre chi Egli fosse, ma si accorse subito di trovarsi innanzi ad un giusto. La santità spirava da Lui, ed ella si sentì meschina. Dimenticando quindi la fierezza con la quale i Samaritani sprezzavano i Giudei, si stupì piuttosto che quel Giudeo le domandasse da bere. È una sottigliezza psicologica che ci fa capire il processo misericordioso della grazia nel convertirla.
Gesù le rispose con infinita amabilità: Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è Colui che ti dice: Dammi da bere, tu stessa gliene avresti chiesto, ed Egli ti avrebbe dato l’acqua viva. Con queste parole cercò rendere cosciente il sentimento subcosciente di devozione e di umiltà che era sorto nella donna, e volle cominciare a farle intendere che ella si trovava innanzi ad un essere non semplicemente buono, ma straordinario. La donna prese le parole alla lettera, e vedendo che Gesù mancava dell’anfora o hauritorium che portavano i viaggiatori per poter attingere acqua lungo il cammino, avendola portata con loro gli apostoli, rispose: Signore, tu non hai come attingere, e il pozzo è profondo; dove hai tu dunque l’acqua viva? Gli Ebrei chiamavano acqua viva l’acqua di sorgente, in contrapposizione all’acqua stagnante; la donna, però, aveva sentito nell’anima, in quella promessa dell’acqua viva, qualche cosa che non era propriamente l’acqua del pozzo; inconsciamente e forse anche coscientemente, aveva sentito che si trattava di un dono e non dell’acqua. Essendo molto scaltra, però, come si rileva da tutto il racconto, volle indagarlo senza mostrare d’averlo capito, affinché Gesù stesso glielo avesse spiegato. Perciò lo pose in contrapposizione col patriarca Giacobbe che aveva scavato quel pozzo, e gli domandò, dissimulando la propria impressione: Sei tu forse di più di Giacobbe nostro Padre, il quale diede a noi questo pozzo, e ne bevve egli stesso, i suoi figli e il suo bestiame?
La donna porta spesso nei suoi atti una sconcertante vanità, anche quando si trova in momenti penosi della sua vita. Se si osserva, per esempio, un drappello di donne reclutate per la guerra, esse hanno nelle loro movenze, nei loro gesti, nel loro sguardo qualche cosa che pretende d’interessare.
Questa vanità nasce o dalla presunzione del suo ingegno o da quella della sua bellezza o, peggio, dalla persuasione di poter sconcertare una testa più o meno di zucca.
La samaritana, avendo avuto cinque mariti, e convivendo con uno che non le apparteneva, aveva dovuto essere un tipo interessante dal punto di vista materiale, ed era abituata a sentirsi corteggiata. Non è improbabile che, almeno inconsciamente, le sia passato nell’animo che quel forestiero giudeo cercasse modo d’intavolare un discorso con lei, per passatempo; perciò Gesù la sollevò subito ad un pensiero di cielo, mostrandole così che parlava per un fine spirituale: Chi beve di quest’acqua – disse –, tornerà ad aver sete, chi invece beve dell’acqua che io gli darò non avrà più sete in eterno; anzi l’acqua che gli darò, diventerà in lui una sorgente d’acqua zampillante fino alla vita eterna.
Un accenno così improvviso all’eterno orizzonte dei cieli, per una donna di facili costumi, era una stonatura. «Dove andava il suo interlocutore – dovette pensare –, col suo discorso? Che cos’è l’acqua spirituale che disseta e porta al Cielo, se viviamo di senso e ci dissetiamo solo ai piaceri?». Perciò prendendo in giro il suo interlocutore, rispose con evidente ironia, per stornare il discorso da un argomento che la scottava: Signore, dammi di quest’acqua, affinché io non abbia più sete né venga più ad attingerne. Parlò così per evitare un discorso spirituale che le suscitava rimorsi, e Gesù con un lampo divino di luce la richiamò proprio alla considerazione dello stato deplorevole della sua vita disordinata, dicendo:Va’, chiama tuo marito e torna qua. La donna ne fu sconcertata, perché la parola di Gesù le penetrò in fondo all’anima; ma, dissimulando il suo turbamento, rispose con aria indifferente: Io non ho marito. E Gesù, mostrando di conoscere appieno la vita di lei, soggiunse: Hai detto bene: Non ho marito, perché hai avuto cinque mariti, e quello che hai adesso non è tuo marito; in questo hai detto il vero. Se aveva detto il vero allora, è chiaro che prima, domandando l’acqua dissetante, aveva mentito, ed aveva parlato solo per ironia.
Signore, vedo che sei un profeta,
ma… la questione del tempio…
Il discorso aveva preso per la donna una piega sconcertante; ella, scaltramente, cercò di deviarlo, portando Gesù su un argomento che per un giudeo doveva essere scottante, e doveva attrarne tutta l’attenzione. Ella, però, non poté trattenersi da un’espressione di meraviglia per quello che le aveva detto e, per non mostrarsi inceppata o confusa, esclamò, quasi per fargli un complimento: Signore, vedo che sei un profeta. Era un’espressione ambigua, con la quale non affermava né negava quello che Gesù le aveva detto; era una lode che poteva pure significare: «Tu parli come un profeta, vuoi indovinare ciò che è in me, vuoi scrutarmi». Per una samaritana, infatti, un profeta non era che un indovino, poiché quel popolo viveva di superstizioni. Se ella avesse avuto un vero sentimento di stima soprannaturale per Gesù, e se fosse stata compunta nel suo cuore, avrebbe domandato perdono dei propri peccati, e lo avrebbe supplicato ad ottenerglielo da Dio.
Sviando dunque il discorso, la donna soggiunse: I nostri padri hanno adorato Dio su questo monte, e voi dite che il luogo dove bisogna adorare è Gerusalemme. Dicendo questo, ella, inconsciamente, prendeva una rivincita per l’umiliazione subita nel vedersi svelate le proprie colpe. Non domandò, infatti, a Gesù la soluzione della gravissima questione, ma parlò come chi è sicuro di aver ragione, quasi per dire: «Ecco, voi dite che bisogna adorare in Gerusalemme, mentre i nostri padri hanno adorato qui il Signore».
A poca distanza di là, a Sichem, Abramo aveva eretto al Signore della promessa e della rivelazione un altare (cf Gen 12,6-7); Giacobbe vi aveva pregato, e Giosuè aveva eretto un altare sulla cima del monte Ebal, immolandovi numerose vittime (cf Gs 8,30). Sul monte Garizim, poi che sorge presso il pozzo di Giacobbe, al tempo di Neemia, i Samaritani, visto rifiutato dai Giudei il loro concorso all’edificazione del tempio di Gerusalemme, ne edificarono un altro, distrutto poi dal sommo sacerdote Giovanni Ircano I, e da allora riguardarono sempre il Garizim come centro del loro culto.
La samaritana, perciò, lungi dal domandare a Gesù la soluzione del problema, credé di poter affermare che l’opinione dei suoi connazionali era fondata su valide ragioni, e che i Giudei erravano.
Adorerete il Padre in spirito e verità
Il Signore, aprendole un nuovo orizzonte, rispose con grande maestà:Credimi, o donna, che è venuta l’ora in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quello che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene il tempo, anzi è proprio ora, in cui veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Tali adoratori, infatti, il Padre ricerca. Dio è spirito e quelli che l’adorano lo debbono adorare in spirito e verità.
Questo discorso non era solo per quella donna ma per tutti quelli ai quali sarebbe stato annunciato, e troncava dalle fondamenta la questione tra Samaritani e Giudei. Non era il luogo, infatti che poteva dar valore all’adorazione fatta a Dio da un’anima, ma era lo spirito col quale si faceva.
Per adorare Dio bisogna conoscere la verità, accettarla, crederla, praticarla, e proclamarne la gloria. Andare al Garizim o a Gerusalemme non significava conoscere, apprezzare e amare Dio.
I Samaritani, infatti, accettavano solo il Pentateuco e rifiutavano il resto dei Libri Sacri; avevano una rivelazione incompleta, e ignoravano Colui che adoravano; i Giudei riconoscevano, invece, tutte le Scritture, e avevano, almeno teoricamente, tutto il sacro patrimonio. Essi, poi, soprattutto, erano eredi della grande promessa del Redentore che da essi doveva nascere. L’argomento era fortissimo e non ammetteva repliche: se i Giudei avevano tutta la rivelazione e da essi doveva nascere il Redentore, i Samaritani non potevano presumere di essere ad essi superiori, e tanto meno che possedessero il privilegio unico di adorare Dio.
Ma v’è di più – soggiunse Gesù –, poiché non si tratta neppure di vedere se si debba adorare in un luogo o in un altro né di attribuire ad un popolo solo il privilegio della conoscenza e dell’adorazione di Dio; è venuto già il tempo del regno universale di Dio su tutta la terra, il tempo nel quale si adorerà Dio come Padre di tutti gli uomini, in spirito e verità, cioè con adorazione interna, oltre che esterna, fondata non su di un semplice rito, ma sulla verità, poiché questo solo onora Dio che è spirito infinitamente esistente, infinita verità e infinito amore. Finisce l’adorazione simbolica e figurata, in altri termini, fatta con riti che annunciavano solo il futuro e figuravano la vera Vittima, e comincia l’adorazione vera, fondata sul compimento delle figure, dei simboli e della grande promessa.
Gesù Cristo non voleva condannare il culto esterno – com’è evidente dal contesto –, ma voleva contrapporre, al culto divino puramente esterno e simbolico, quello interno e reale, ai riti freddamente legali l’adorazione fatta per mezzo di Lui, eterna sapienza, e dello Spirito Santo, eterno Amore. Dio è Spirito infinito – volle dire Gesù –, e l’adorazione che richiede e gli è proporzionata è quella che gli viene per il Verbo Incarnato e per lo Spirito Santo; non bisogna, dunque, credere che il Garizim o Gerusalemme possano avere il privilegio di essere unici centri di adorazione, ma bisogna unirsi al Redentore e con Lui nello Spirito Santo, adorare Dio.

Il modo come Gesù parlò fu così solenne e luminoso che la donna cominciò a vedere in Lui un essere straordinario. Anche i Samaritani aspettavano il Messia, da essi chiamato il Taheb, cioè colui che ristabilisce e a lei venne il sospetto che potesse essere proprio Lui; per accertarsene disse, quasi nel tono indifferente di chi chiude una discussione: Io so che viene il Messia; quando, dunque, Egli verrà ci annuncerà ogni cosa. Gesù le disse in un fulgore di luminosa verità che dava alle sue parole l’accento della certezza più assoluta:Sono io che ti parlo. 

Don Dolindo Ruotolo