sabato 10 maggio 2014

La parabola dell'ovile e della pecorella

Commento al Vangelo: IV Domenica di Pasqua A 2014 (Gv 10,1-10)
Don Dolindo Ruotolo
La parabola dell’ovile e della pecorella
Gesù Cristo, addoloratissimo perché i capi del sinedrio avevano cacciato fuori della sinagoga il cieco nato da Lui guarito, volle mettere in guardia il popolo contro quelli che si arrogavano il diritto di guidarlo, non per nutrirlo spiritualmente, ma per sfruttarlo e allontanarlo dalle fonti della grazia.
Era infatti terribile la situazione delle anime proprio in quel tempo nel quale il Signore compiva le promesse fatte nel corso di tanti secoli, e nel quale si apprestavano loro i pascoli abbondanti della verità e della grazia. Quelli che avrebbero dovuto condurle a questi pascoli, e che avrebbero dovuto far loro riconoscere il Redentore alla luce delle profezie, delle promesse e delle figure che in Lui si compivano, le allontanavano da Lui con tutte le arti più scellerate, tradendo così il mandato avuto da Dio. Essi attribuivano a fanatismo il movimento del popolo verso Gesù, e credevano che Egli lo sobillasse; rifiutavano qualunque luce e, lungi dal commuoversi di fronte a miracoli strepitosi, ne prendevano occasione per invelenire di più contro il Redentore, e per bistrattare quelli che lo seguivano. Avrebbero dovuto per i primi accoglierlo, ricevere da Lui il mandato di pascolare il gregge e condurlo nelle vie della salvezza ai pascoli eterni; invece lo rinnegavano, e proprio per questo rappresentavano degl’intrusi.
Essi non avevano più il mandato da Dio di guidare le anime, dal momento che rifiutavano di ricevere Colui del quale avrebbero dovuto essere come i precursori e i rappresentanti e, poiché cercavano di conquistare le loro cariche con intrighi, anche per questo erano degl’intrusi, e rappresentavano per le anime un pericolo.
Gli scribi e i farisei avevano cacciato il cieco guarito dalla sinagoga, solo perché non si era prestato a svalutare il miracolo ricevuto, e aveva proclamato Gesù un profeta, cercando di dimostrarlo proprio col miracolo ricevuto; avevano preteso, con questo, di esercitare la loro autorità, senza pensare che, dal momento che si erano compiute le promesse, le figure e le profezie in Gesù, essi non avevano più il diritto di pascolare le anime se non per suo mandato. Qualunque autorità che non faceva capo a Lui, Pastore divino del popolo, era un’intrusione e si riduceva ad un massacro di anime. Questa grande e scottante verità, Gesù Cristo la espresse con una parabola, tratta dagli usi che i pastori avevano nel custodire e pascolare le pecorelle.
In Oriente, gli ovili erano dei vasti recinti chiusi o da palizzate o da mura rozzamente elevate che servivano a difendere il gregge dagli animali feroci o dai ladri. Una porta immetteva in questi recinti, dove la sera si radunavano le pecorelle di vari pastori, i quali, andando a dormire, vi lasciavano un vigilante custode per la notte. Al mattino, ciascuno ritornava a prelevare le proprie pecorelle, ed esse, riconoscendo la voce del proprio pastore, lo seguivano, e uscivano con lui per andare ai pascoli. Un ladro che avesse voluto rubare una pecorella, non entrava certo dalla porta, ma scavalcava il muro o la palizzata, e le pecorelle, non riconoscendone la voce, lungi dal seguirlo se ne spaventavano e lo fuggivano. Gesù, perciò, disse: Chi non entra per la porta dell’ovile, ma vi sale per un’altra parte, è ladro e assassino. Chi invece entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui apre il guardiano, le pecorelle ne ascoltano la voce, ed egli chiama per nome le sue pecore e le conduce fuori. Quando ha fatto uscire le proprie pecorelle cammina innanzi ad esse, e le pecorelle lo seguono perché ne conoscono la voce; ma non vanno dietro a uno straniero, anzi lo fuggono, perché non conoscono la voce degli estranei.
Gli scribi e farisei che lo ascoltavano non compresero di che cosa parlasse loro, perché erano tanto lontani dal considerarsi come pastori delle anime, e ancora più lontani dall’intendere che da allora nessuno poteva più pascolare le anime senza riceverne da Gesù il mandato. Perciò Gesù soggiunse: In verità, in verità vi dico che io sono la porta delle pecorelle. Quanti sono venuti prima di me sono tutti ladri e assassini e le pecorelle non li hanno ascoltati. E voleva dire: Io sono la porta che introduce le pecorelle nell’ovile eterno, e che per introdurvele le conduco ai pascoli salutari; tutti quelli che sono venuti a reggere le anime senza guardare a me, promesso da Dio come salvezza o a me venuto in terra come Redentore, non sono stati pastori, ma ladri e assassini di anime. Quanti sono venuti – e il testo greco aggiunge: prima di me, cioè senza sospirare a me o credere in me –, hanno strappato alle anime la fede, hanno fatto loro sognare un regno temporale, e perciò le hanno uccise eternamente, allontanandole dai pascoli della vita. Per insistere sul suo concetto e per estenderlo agli uomini di tutti i tempi, Gesù Cristo soggiunse: Io sono la porta. Chi entrerà per me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascoli. Entrerà nel mio ovile, trovandovi il riposo, uscirà ai pascoli nella mia Chiesa, e li troverà abbondanti; entrerà nel regno eterno, e si dilaterà nella felicità eterna, trovando ogni diletto.
Ritornando ai pastori che entrano nell’ovile non per condurre al pascolo le pecorelle ma per sfruttarle, Gesù soggiunse che essi sono ladri e vengono per rubare, uccidere e disperdere il gregge. Rubano loro la fede, ne uccidono l’anima, e le disperdono nella via della rovina eterna. Egli, invece, è porta delle pecorelle e porta per la quale entrano i veri pastori, perché unico supremo Pastore delle anime, è venuto in terra perché esse abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente.

La Chiesa Cattolica è la porta,
l’unica, per la quale entra Cristo
Gesù Cristo è la porta dell’ovile per la Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana; non entra nell’ovile per la porta chi prescinde dall’autorità della Chiesa, dalla sua dottrina e dal tesoro che il Signore le ha dato. Gli eretici presumono di guidare il gregge ma, non entrandovi per la porta, sono ladri e assassini di anime ed invece di condurle al pascolo, le conducono alla perdizione eterna. Chi entra per la porta può influire sulle anime, perché ha i grandi mezzi della grazia a propria disposizione, va avanti alle pecorelle con una vita santa, e le pecorelle ascoltano la sua voce traendo profitto dal suo ministero.
I poveri protestanti – i soli che hanno la presunzione di chiamarsi pastori di anime, in opposizione ai veri pastori dell’ovile di Gesù Cristo –, debbono tremare, pensando alla terribile parola con la quale Gesù li designa: ladri e assassini di anime! Possono illudersi quanto vogliono, possono mascherarsi, quanto possono, ma non potranno mai distruggere il fatto che non entrano per la porta dell’ovile, e sono ladri e assassini di anime. Essi, poi, negano il Sacramento della vita e, negandolo, privano le anime della vita che Gesù è venuto a dare e la abbandonano alla morte eterna. Il triste epilogo del protestantesimo in quelle nazioni che hanno apostatato dalla Chiesa, e la loro spaventosa caduta nel razionalismo e nell’idolatria, è troppo eloquente per dirci come i famosi novatori sono stati e sono ladri e assassini delle anime. È Gesù Cristo che li ha definiti così, e nessuno può osare di infirmare la sua divina parola!

Il buon Pastore e il mercenario
Dal modo com’Egli parlò, traspare tutta la sua tenerezza verso le anime e, dal contrapposto che fece tra il buon pastore e il mercenario, tutto il dolore che provava non solo per i falsi pastori del popolo ebreo, ma per i pastori falsi e mercenari di tutti i secoli. Io sono il buon pastore – esclamò –; era venuto per dare la vita e per darla abbondantemente, e la dava alle sue pecorelle non solo pascolandole, ma immolandosi per loro; perciò soggiunse: Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle e, secondo l’espressione del testo greco, dà la vita in prezzo di redenzione.
Egli era l’unico pastore che pascolando si offriva, e salvando dalla morte le sue pecorelle s’immolava per esse. Nell’Eucaristia donò se stesso, offrendosi al Padre e immolandosi incruentamente, e sulla croce s’immolò cruentamente. Per confermare e rendere vivo questo grande pensiero, Gesù Cristo ritornò alla similitudine dell’ovile e delle pecorelle, e disse: Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle; il mercenario, invece, è chi non è pastore, e al quale non appartengono le pecorelle; egli, quando vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo rapisce e le disperde. Il mercenario poi scappa perché è mercenario e non gl’importa delle pecorelle.
Dopo aver detto che Egli è il buon pastore perché dà la vita per le pecorelle, Gesù Cristo soggiunge che Egli ha tanta premura per le sue pecorelle che le conosce ad una ad una, si comunica loro, ed esse lo conoscono. Come il Padre, conoscendo se stesso, genera il Figlio e gli comunica la vita infinita, e come il Figlio conosce il Padre, dandogli una lode infinita, così Gesù Cristo conosce le sue pecorelle, vivificandole ad una ad una, come se fosse tutto e solo per ciascuna, e dà la vita per loro, ad una ad una, di modo che ogni sua pecorella ottiene in pieno il frutto e i benefici della redenzione. Le pecorelle, poi, vivificate da Lui, lo amano perché lo conoscono e lo glorificano. C’è dunque, tra Gesù buon pastore e le sue pecorelle, un’unione d’amore che Gesù stesso paragona all’unione del Padre con Lui Verbo eterno. Egli dona loro la vita, ed esse lo glorificano e lo amano; Egli le cura singolarmente, una ad una, ed esse lo amano d’amore singolare.
Gesù parlava agli Ebrei, ed essi avrebbero potuto capire che essi solo erano i privilegiati, eletti per essere il suo ovile, e per averlo come Pastore; Egli, invece, doveva chiamare al suo Cuore tutte le genti della terra, e perciò soggiunse: Ho altre pecorelle che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io conduca; esse ascolteranno la mia voce, e si farà un solo ovile e un solo pastore. Egli chiamò i pagani alla fede, e alla fine dei tempi chiamerà alla Chiesa gli Ebrei dispersi, formando così di tutte le nazioni un solo ovile sotto un solo pastore, il Papa. Dopo un periodo di apostasia generale, Gesù, con l’effusione di nuove grazie, chiamerà tutti i popoli al suo Cuore, e Israele finalmente conoscerà la sua voce, lo crederà come Messia e Redentore, si unirà alla Chiesa Cattolica, e si formerà così un solo ovile di tutte le genti, in una grande glorificazione di Dio su tutti i cuori. Questa glorificazione sarà frutto del Sacrificio della croce, e del rinnovarsi di questo Sacrificio nell’Eucaristia, e il Sacrificio si realizzerà perché Gesù si offrirà completamente alla divina volontà, dando la vita sulla croce, riprendendola nella risurrezione, e rinnovandone, poi, l’offerta sugli altari. Per questo Gesù soggiunse: Il Padre mi ama perché io do la vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma io la dono da me stesso, e ho il potere di darla e il potere di prenderla di nuovo. Questo comandamento ho avuto dal Padre mio.
Ai pastori d’Israele che lo perseguitavano in nome della loro autorità, Gesù, dunque, annuncerà che Egli solo era il buon pastore, e che la loro autorità era tramontata. Ad essi, che avevano congiurato di ucciderlo, dichiarò che sarebbe morto solo per propria elezione, e che questo era conforme al piano della divina volontà. Annunciò la costituzione del nuovo suo ovile, formato dalle genti tutte della terra, e abbatté così, per sempre, le barriere che avevano separato Israele dagli altri popoli. Egli, prendendo la croce, avrebbe preso in mano lo scettro della sua regalità e il vincastro del suo pastorale ministero d’amore, portando al pascolo le sue pecorelle.

sabato 3 maggio 2014

La tenera e mirabile storia dei discepoli di Emmaus

Commento al Vangelo: III Domenica di Pasqua A 2014 (Lc 24,13-35)

La tenera e mirabile storia dei discepoli di Emmaus
Il racconto delle pie donne, lungi dal suscitare nel cuore degli apostoli e dei discepoli la fede nella risurrezione di Gesù, fu per alcuni di loro come il colpo di grazia e crederono ormai tutto finito, rassegnandosi a riprendere le loro occupazioni e a continuare una vita senza speranza di miglioramento. Due di essi, non sapendo più che cosa fare a Gerusalemme, e sembrando loro, dal racconto delle pie donne, di navigare in piena fantasia, determinarono senz’altro di ritornarsene al loro villaggio di Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi, cioè poco più di undici chilometri.
Quando si smarrisce l’idea fondamentale di un disegno divino e si pretende di ridurre tutto alle proprie vedute naturali o fantastiche, si crede falso ciò che intorno a quel disegno era stato profetizzato e si giurerebbe che le parole che vi si riferivano erano false. Qualunque luce che venga a confermarne la verità sembra un’illusione più grande, e la mente, concentrata nel proprio disinganno, non ammette che la propria convinzione. Tale era lo stato dei discepoli di Emmaus, di uno solo dei quali il Sacro Testo ci conserva il nome, Cleofa, forse perché in quel nome era sintetizzato lo stato di entrambi.
Se ne andavano mesti per la via solitaria e discorrevano fra loro di quello che era accaduto. Erano vissuti per molto tempo con Gesù ed erano talmente ricolmi dei suoi ricordi che non potevano parlare che di Lui. Il racconto delle pie donne che avrebbe dovuto essere per loro di grande luce, aveva dato il colpo finale alla loro fede, come si è detto ma, pur non credendo più, non potevano disinteressarsi di quello che era accaduto, o dimenticarsene.
Mentre ragionavano insieme, Gesù si avvicinò ad essi come un pellegrino, e camminava con loro. I loro occhi, però, erano incapaci di riconoscerlo. Essi credevano ormai che Gesù fosse un uomo e per di più un condannato; questa loro idea, priva di ogni fede, li rendeva incapaci di riconoscerlo, specie dopo la risurrezione, essendo il Corpo di Lui glorioso. Ricordavano il Redentore nella sua carne mortale, pellegrino addolorato; avevano ancora il cuore e la mente pieni dei tristi ricordi della Passione e non potevano riconoscerlo, perché per essi era cosa certa e assoluta che Egli era morto e non poteva rivivere.
Gesù, dal canto suo, non diede loro nessuna luce speciale per essere riconosciuto, perché voleva prima sanarli internamente e voleva che avessero avuto la certezza assoluta di averlo visto e di avergli parlato.
Egli, poi, appariva loro come essi lo avevano nel cuore e, poiché non lo riconoscevano più come Messia ma come un comune pellegrino della terra, Egli si mostrava loro in quella luce. A questo, può aggiungersi anche una ragione psicologica: essi erano pieni di dolore e in preda al più amaro disinganno; non avevano alcun interesse a riflettere sulla persona del pellegrino che loro parlava; era per essi un viandante, e questo bastava. Gesù Cristo utilizzò anche questo loro stato interiore per non farsi subito riconoscere.
Si avvicinò prima come uno che accidentalmente percorreva lo stesso cammino, ed essi non vi fecero caso, continuando i loro discorsi. Poi mostrò di prendere interesse a quello che dicevano, e li interrogò quasi per curiosità, esclamando: Quali discorsi andate facendo insieme mentre camminate, e perché siete rattristati? Avrebbero dovuto rispondere semplicemente di che cosa discorrevano, ma erano così compresi del loro argomento che supponevano dovesse essere di universale interesse, e si stupivano che potesse esserci uno che ignorasse quello che dicevano.
In verità non avevano ragione a rispondere così, perché il pellegrino domandava di che cosa discorressero, ma la loro risposta mostrava in quale stato di dolore si trovavano, e come l’anima loro era compresa degli avvenimenti che si erano svolti a Gerusalemme. Alla domanda di Gesù, perciò, rispose con un senso di stupore e di fastidio Cleofa, uno dei due discepoli: Tu solo sei straniero in Gerusalemme, e non hai saputo quello che v’è accaduto in questi giorni? E Gesù rispose, mostrandosi ignaro di tutto: Che cosa? Tutti e due allora, stupiti ancora più che egli ignorasse quel che era avvenuto, soggiunsero: Di Gesù Nazareno che fu un uomo profeta, potente in opere e in parole innanzi a Dio e a tutto il popolo e, come i principi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno condannato a morte e crocifisso. Ora, noi speravamo che Egli stesse per salvare Israele, e ora, oltre a tutto questo, oggi è il terzo giorno che tali cose sono accadute. Alcune donne tra noi ci hanno atterriti, essendo andate prima di giorno al sepolcro, e non avendo trovato il corpo di Lui sono venute a dirci di aver visto un’apparizione di angeli i quali affermano che Egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato la cosa come avevano detto le donne ma non hanno trovato Lui.
In queste parole dei due discepoli è tracciato tutto lo stato del loro animo: essi parlano di Gesù Nazareno, riferendosi solo alla sua origine terrena, e non ricordando in nessun modo che Egli era chiamato il Cristo. Difatti lo riguardano come un uomo e lo riconoscono come un profeta, potente per le opere da Lui fatte e per i discorsi tenuti al popolo, ma semplicemente un profeta. La fede, quindi, s’era completamente spenta in loro. Ricordano la sua condanna e la sua morte unicamente per esprimere il disinganno che avevano avuto per quella morte che aveva troncato le loro speranze in una ricostituzione del regno d’Israele. Negano, o meglio non riconoscono la redenzione e la salvezza per la sua Passione e Morte e mostrano come il loro animo, anche prima della morte di Lui, aveva una fede tutta umana e naturale nella missione che Egli era venuto a compiere. Notano, in particolare, la circostanza che in quel dì si compivano tre giorni dalla sua morte, ma non specificano il perché di questo e parlano confusamente di un fatto che per essi era fondamentale, ad un pellegrino che non avrebbe potuto capirli, essendo ignaro di tutto.
È profondamente psicologico: avevano atteso il terzo giorno con impazienza, per un barlume di fede e di speranza nelle parole del Signore che aveva promesso per il terzo giorno la risurrezione; attendevano, però, non tanto la sua risurrezione quanto quella d’Israele; non osavano parlare di questa loro speranza chiaramente, per non essere trattati da fantastici visionari dal pellegrino.
Come potevano aspettare che uno, morto in croce, risorgesse dopo tre giorni?
E come potevano sperare che avesse ricostituito in un giorno il regno d’Israele?
Pensavano di essere stati troppo ingenui a credere queste cose e, non volendo apparire tali al pellegrino, parlavano con reticenza. D’altra parte, mentre non credevano più, stava fissa nel loro pensiero la promessa di Gesù, e poiché il giorno non era ancora terminato, rinasceva in loro inconsciamente la speranza.
Anche questo è psicologico: chi ha creduto con entusiasmo in un’opera straordinaria, anche quando gli sembra che la falsità e il fallimento ne siano evidenti, conserva nel fondo della mente e del cuore il desiderio che sia vero, non per fede ma per proprio decoro, non volendo ammettere d’essersi ingannato; i discepoli di Emmaus non credevano più, ma affiorava ancora in loro, come ostinazione del loro antico pensiero, il residuo di una fede tanto imperfetta qual era stata la loro fede, e ancora avrebbero voluto non essersi ingannati. Perciò, senza mostrare di darvi peso, anzi, con un accento di scetticismo per non sembrare creduloni, allusero alla visione e alla testimonianza delle pie donne.
Non avevano loro creduto, anzi, addirittura si erano avviati ad Emmaus, non sapendo più che cosa fare in Gerusalemme, ma quella testimonianza, proprio al terzo giorno, li aveva impressionati.
Questo era lo stato del loro animo, e perciò Gesù, con un accento di rimprovero, disse: O stolti e tardi di cuore a credere a tutto ciò che i profeti hanno detto! Non doveva il Cristo patire tali cose e così entrare nella sua gloria? Egli cominciò a svelarsi perché, da ignaro pellegrino qual era apparso sino ad allora, si mostrò con grande maestà, Maestro, e rimproverò i discepoli con forza, chiamandoli stolti e tardi di cuore a credere ai profeti; stolti per i loro pensieri, e tardi di cuore per la mancanza di fede nei profeti.
Gesù risalì alle origini del loro disorientamento: essi non avevano capito che il Cristo doveva patire per entrare nella sua gloria, secondo il decreto divino (cf Fil 2,8; Eb 2,10), e non avevano saputo leggere nei profeti l’annuncio di questo mistero; perciò cominciò Egli a spiegare loro nelle Scritture quelle cose che si riferivano a Lui, cominciando da Mosè e da tutti i profeti.
Tutta la Scrittura è ripiena di Lui, ed Egli accennò con parole vive, vibranti d’amore, le cose principali che si riferivano al mistero della sua Passione e della sua morte.
La mente dei due discepoli era illuminata, il loro cuore ardeva, ed essi vivevano della verità senza riflettere; sparivano le tenebre dal loro spirito, come spariscono le ombre al sorgere del sole, il loro cuore si accendeva di un’insolita gioia; la verità splendeva nella loro mente e rinasceva la speranza, non più in un regno temporale del Messia, ma la speranza della salvezza eterna, e la certezza di non essersi ingannati nel seguire il Redentore. Il loro spirito non analizzava nulla in quel momento, non rifletteva nulla in particolare: viveva della gioia della verità e ardeva d’amore.
Giunsero frattanto nei pressi del villaggio dove essi si recavano, e Gesù fece come se dovesse andare più lontano; non finse, ma mostrò di voler fare quello che avrebbe fatto se non lo avessero trattenuto. Andò oltre perché volle che essi lo avessero invitato a rimanere, per avere il concorso della loro libertà e volontà in ciò che voleva fare, e affinché l’opera di carità di dargli ricetto avesse meritato loro la grazia piena della fede. Mostrò di andare oltre, e realmente sarebbe andato, perché, prima di cibarli di sé e raccoglierli nel suo Cuore, Egli volle che essi l’avessero accolto nella loro casa e gli avessero dato il cibo della carità.
I due discepoli, vedendo che andava oltre, lo trattennero, dicendo: Resta con noi perché si fa sera, e il giorno già declina.
Il sole, infatti, stava per tramontare, le ombre si allungavano, e un senso di pace inondava quei due cuori che risorgevano alla vita. Entrarono. La casetta era silenziosa, non c’erano altre persone. Entrò pure Gesù e vi diffuse un’aura di gioia; Egli era glorioso, benché non si mostrasse tale, e la sua gloria riempiva quella casa come la gloria divina riempì il tempio. I discepoli prepararono la mensa frugale e lo invitarono a sedere. Egli, allora, prese il pane, lo benedisse e lo diede loro.
Era uso, presso gli Ebrei, nei banchetti, che quando l’ospite era un dottore della Legge, spezzasse lui il pane e lo desse ai commensali.
Gesù prese il pane per cominciare a dichiararsi il Maestro. Era il primo segno di riconoscimento che dava ai discepoli. Ma Egli non lo prese semplicemente per darlo, lo prese per darsi e, spezzandolo, lo transustanziò nel suo Corpo e nel suo Sangue, com’è evidente dall’effetto che produsse nell’anima dei discepoli.
Nel consacrare il pane e nel darlo loro, essi lo riconobbero e si aprirono i loro occhi; sentirono la sua vita nel cuore, la grazia li inondò… era il dolcissimo Maestro, era Lui, immensamente più bello, certamente redivivo, l’avevano toccato, avevano conversato con Lui!
Egli sparì: non aveva ragione di mostrarsi oltre; sparì nei loro medesimi cuori, abitandovi, e ridonò loro la fede che avevano perduto; sparì perché il loro atto di fede fosse completo. Essi, infatti, credendo pienamente, si dicevano l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre Egli per la strada ci parlava e ci spiegava le Scritture?
Due ardori li avevano infiammati: la sua Parola nello spiegare le Scritture, e il suo Pane di Vita; i due elementi della vita cristiana, i due tesori della Chiesa, senza dei quali è impossibile vivere soprannaturalmente; l’uno illumina la mente, l’altro fortifica la volontà, l’uno fa ardere il cuore d’amore per la conoscenza che dà di Dio, l’altro apre gli occhi sui beni eterni. Scrittura ed Eucaristia, Parola di Dio e Cibo di vita sono due alimenti che non possono dividersi mai nella formazione dell’anima cristiana.
Il protestante, anche se spiegasse le Scritture secondo verità – il che dolorosamente non fa essendo separato dalla Chiesa –, senza l’Eucaristia avrebbe un cibo che non può essere assorbito; il cristiano che si ciba di Gesù Eucaristia, senza formare l’anima con la Parola di Dio, nella luce della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, non si unisce pienamente a Gesù, e non apre i suoi occhi per conoscerlo per quello che è.
Gesù Cristo, per sanare l’anima dei due discepoli infedeli, prima li interrogò, e volle dal loro labbro la confessione del loro stato deplorevole d’animo. Egli, che conosceva bene quello di cui parlavano e che scrutava il loro cuore, volle mostrarsi ignaro perché essi avessero confessato lo stato dell’anima loro. La confessione si chiuse con un rimprovero di Gesù: O stolti e tardi di cuore a credere, perché si fosse eccitato in essi il pentimento; al rimprovero seguì la luce della verità nella spiegazione delle Scritture, e finalmente il Cibo di vita nel Pane che Gesù spezzò loro. Il Signore si mostra quasi ignaro dei nostri atti e vuole che ci confessiamo; è questo il fondamento della rinascita spirituale.
I discepoli si confessarono da Gesù, ma sotto le sembianze d’un pellegrino; noi ci confessiamo a Gesù confessandoci dal sacerdote che è il pellegrino che ci accompagna nella nostra via di esilio. Pretendere di confessarsi direttamente a Dio è illusione, perché il Signore non ci si mostra visibilmente che nei suoi ministri. Il peccato ci rende stolti e tardi: stolti nell'apprezzamento della verità e tardi nella volontà, incapaci ad orientarci nella vita secondo i fini dell’adorabile volontà di Dio. Se non si risana prima l’anima come la si può cibare?
Padre Dolindo Ruotolo

sabato 26 aprile 2014

Gesù Cristo appare agli apostoli

Commento al Vangelo: II Domenica di Pasqua 2014 (Gv 20,19-31)
Domenica della Divina Misericordia

Gesù Cristo appare agli apostoli
Dopo che Pietro e Giovanni tornarono dal sepolcro, e dopo il messaggio delle pie donne e della Maddalena, cominciò a nascere negli apostoli un po’ di fede. Non era la fede profonda e completa di chi crede a Dio che rivela, riguardando come somma ragione la sua autorità, ma era come l’alba di questa fede, era come il rinascere di una speranza che sembrava già morta, era come il primo rinverdirsi d’un ramo spezzato dalla tempesta. Questo poco di fede, più naturale che soprannaturale in quel momento, fu la disposizione che rese loro possibile la grazia della rivelazione del Signore.
Essi erano in buona fede, in fondo, poiché non avevano capito i tratti della Scrittura che parlavano della risurrezione e non ricordavano ciò che, in proposito, aveva detto loro Gesù; non rifiutavano di credere alla Parola di Dio positivamente, ma s’erano come smarriti nel labirinto delle loro idee e delle loro aspirazioni.
Il timore poi dei Giudei aveva fatto nascere in loro, quasi inconsciamente, il desiderio di sottrarsi, se fosse stato possibile, all’incanto e al fascino di ciò che in tre anni avevano visto e ascoltato.
La paura è sempre una pessima consigliera e, quando diventa panico, cerca ogni scappatoia per sottrarsi al pericolo; se non in tutti gli apostoli e discepoli, almeno in alcuni, subentrò un desiderio occulto di non pensare più al passato, di abbracciare un tenore comune di vita, e ritornare alle loro occupazioni; ne abbiamo un esempio nell’episodio dei discepoli di Emmaus, del quale parla san Luca (24,13-35). Il timore si accrebbe negli apostoli per le stesse notizie che riguardavano la risurrezione. Certamente il Corpo di Gesù non c’era più nel sepolcro, e questo fece loro temere che le autorità li accusassero di averlo essi sottratto, iniziando contro di loro una persecuzione; perciò stavano guardinghi e tenevano ben chiuse le porte dove erano congregati. Ora, mentre erano insieme, nella sera della stessa domenica della risurrezione, Gesù Cristo, senza bisogno di farsi aprire, entrò improvvisamente in mezzo a loro e, fermatosi, disse: La pace sia con voi.
Nella sua misericordia e nel suo amore veniva per troncare la loro diffidenza, e per mostrare la realtà della sua risurrezione. Perciò, passato il primo momento di sbigottimento che si generò in loro a quella vista, li invitò ad avvicinarsi a Lui, e mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, affinché avessero avuto un argomento sensibile della realtà del suo Corpo, e avessero constatato che quello era proprio il Corpo crocifisso tre giorni prima sul Calvario.

A chi rimetterete i peccati,
saranno rimessi…
Gioirono i discepoli, ma nella gioia stessa provarono un senso di timore per le colpe che avevano commesse, e per la sproporzione che sentivano col Signore glorioso; per questo, Gesù, rassicurandoli, ripeté le dolci e vivificanti parole: La pace sia con voi e, sollevandoli dalla loro profonda umiliazione interiore, soggiunse: Come il Padre ha mandato me così io mando voi.
Con delicatezza divina e con divina signorilità non volle che avessero sentito il peso della loro inferiorità innanzi a Lui glorioso; gli ripugnava quasi che avessero potuto stabilire un paragone fra loro peregrinanti e Lui trionfante e, anticipando le grazie della Pentecoste e il momento nel quale diede loro la pienezza della missione per la quale li aveva scelti, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti. Gesù Cristo non fece loro una promessa, ma diede loro veramente una comunicazione attuale dello Spirito Santo, alla quale era annessa la facoltà di rimettere i peccati. Pur ricevendosi una volta lo Spirito Santo – perché la sua comunicazione sacramentale imprime il carattere –, Gesù Cristo volle darlo più volte ai suoi prediletti, riserbandone loro una nuova pienezza nel giorno della Pentecoste. Si direbbe che sta nelle sue abitudini di misericordia e di amore moltiplicare e rinnovare i suoi doni a quelle anime che gli si danno con amore, ed hanno fiducia nella sua generosità.
Dicendo: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti, Gesù Cristo diede agli apostoli e ai loro successori la potestà giudiziale di rimettere i peccati nel sacramento della Penitenza, com’è chiarissimo dal Testo, e come dichiarò esplicitamente il Concilio di Trento (Sess. XIV, can. 3). Tutti i peccati, anche i più gravi, possono essere rimessi, ma debbono essere sottoposti al giudizio del sacerdote con la confessione, perché il rimetterli o ritenerli non è un atto di capriccio, ma è una sentenza ragionevole che dipende da un giusto giudizio; tale giudizio non può farsi se il peccatore non confessa i suoi peccati e se, confessandoli, non mostra le disposizioni interiori che lo animano.
Con divina delicatezza Gesù anticipò agli apostoli la facoltà di rimettere i peccati, proprio nel momento nel quale essi si sentivano maggiormente peccatori, rendendoli giudici quando essi si aspettavano di essere giudicati. Egli volle rialzarli dall’umiliazione e, nel medesimo tempo, volle dare loro i tesori della misericordia quando essi maggiormente si sentivano poveri e peccatori, affinché avessero compatito le miserie altrui. L’uomo ha cercato tutelare l’ordine sociale con le leggi e i tribunali penali, con le carceri e persino con la morte, ma non ha potuto far nulla per mutare l’anima del delinquente, nonostante tutte le assistenze sociali ai carcerati. Solo Dio poteva erigere un tribunale di amorosa misericordia che rinnova il cuore, dona la pace, eleva in alto il peccatore e lo muta in un giusto e persino in un santo.

Gesù Cristo risana Tommaso dalla sua incredulità
Quando Gesù apparve agli apostoli, Tommaso non era con loro. Di carattere più indipendente, di volontà più ostinata, forse aveva creduto inutile starsene rinchiuso nel Cenacolo, o forse anche era andato a sbrigare qualche faccenda. Era colui che meno aveva creduto al messaggio delle pie donne e di Maria Maddalena, e può darsi che, sentendone parlare e discutere, si fosse così disorientato e urtato, da uscirsene. Per lui ormai era certo che Gesù era morto che le speranze riposte in Lui erano fallite, e che ostinarsi ad attendere ancora eventi che gli sembravano ormai impossibili era lo stesso che esporsi alla derisione e dar di volta al cervello. Il suo disorientamento si accrebbe quando, al ritorno, seppe dagli altri apostoli dell’apparizione di Gesù.
È evidente che gli dovettero raccontare tutto minutamente, e che, al suo ostinarsi nel non credere, dovettero ripetutamente fargli notare che essi avevano visto proprio le ferite delle mani, dei piedi e del costato, e che non c’era dubbio che fosse proprio Lui. Ma Tommaso credeva di scorgere nella gioia, nell’entusiasmo e nella certezza dei compagni, i segni di un’esaltazione fantastico, e perciò, alle loro insistenti affermazioni, rispose: Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito al posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.
La psicologia di chi ascolta il racconto concitato
di un fatto straordinario
San Tommaso, ritornato al Cenacolo, aveva trovato l’ambiente per lui stranamente cambiato. I suoi compagni gli sembravano esaltati, la loro gioia lo urtava, le loro osservazioni lo turbavano. Sentiva, in fondo, il rammarico di non essersi trovato, ma voleva persuadersi di essere stato lui un privilegiato a non trovarsi ad una scena che gli sembrava fantastica. Aveva un incosciente rimorso della sua incredulità, ma tentava soffocarlo nei raggiri di un ragionamento; perciò, all’argomento di prova che gli davano i compagni della realtà dell’apparizione, cioè le piaghe delle mani, dei piedi e del costato, risponde con un fare altero che rivela la lotta interna del suo spirito: Se non vedo nelle sue mani la ferita dei chiodi, e se non metto il mio dito al posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.
Gli apostoli non poterono opporgli altro; si mostrarono dispiaciuti, disgustati, afflitti ma, di fronte all’ostinazione di una ragione sconvolta, c’è poco da fare. Non la si può conquidere col ragionamento.

Gesù appare di nuovo, presente Tommaso,
che è guarito dalla sua incredulità
Otto giorni dopo, i discepoli erano di nuovo tutti raccolti nella casa, e Tommaso era con loro. Forse pregavano; certo erano in un momento di raccoglimento nel quale era più facile la mozione della grazia.
Crediamo che Maria si trovasse con gli apostoli, e che fu proprio Lei ad implorare la grazia della conversione per Tommaso. Come Madre amorosa che prendeva cura attiva dei figli affidatile da Gesù, conobbe o fu addirittura presente al disorientamento di Tommaso, e supplicò il Figlio suo divino a sanarlo. A Lei dovette suscitare tanto dolore l’incredulità di un apostolo, e vide in essa la rappresentanza dell’incredulità dei diffidenti e presuntuosi nella fede.
Tommaso soprannominato Didimo – dice il Sacro Testo –, ossia gemello, era veramente come il fratello gemello dei miscredenti futuri, dei razionalisti che non ragionano, e soprattutto di quelli che non credono al soprannaturale, pretendendo toccarlo con mano. Maria ne era addoloratissima, poiché Ella sapeva, per esperienza, che non si compiono mai i disegni di Dio se non si crede, e santa Elisabetta aveva riconosciuto in questo il segreto della sua grandezza: Beata te che hai creduto, poiché così si compirà in te quello che ti è stato detto dal Signore (Lc 1,45). Maria, dunque, che vedeva Tommaso privo allora del dono dello Spirito Santo, della potestà che Gesù aveva data agli apostoli soffiando su di loro, Maria che lo vedeva immeschinito nella incredulità, sterpo sterilissimo e infecondo che dà solo spine, pregò Gesù che lo sanasse, e Gesù comparve di nuovo a porte chiuse.
Quale gioia per gli apostoli e quale sorpresa per Tommaso! Egli si voltò, lo vide, lo riconobbe: era Lui! Allibì per un momento, temette, si turbò, ma Gesù gli effuse subito nel cuore la serena tranquillità, dicendo: La pace sia con voi. La tracotanza di Tommaso fu in un momento fiaccata, e nel suo cuore cominciò a sorgere un tumulto d’amore e di umiliazione. Gesù lo chiamò a sé, e lo invitò a mettere il dito nelle sue piaghe e la mano nel suo costato, dicendogli con infinito amore: Non voler essere incredulo ma fedele.

Il Sacro Testo non dice se Tommaso abbia messo il dito e la mano nelle piaghe di Gesù, ma noi crediamo che il Redentore ve l’abbia costretto. A quella vista, a quel contatto, Tommaso si prostrò e, adorandolo, disse: Signor mio e Dio mio. Non poté dire altro: il cuore gli scoppiava dal dolore e dall’amore, la fede divampava in lui, l’abbandono era pieno nel suo Redentore e nel suo Dio. Ma Gesù soavemente lo rimproverò, per completare la grande lezione che voleva dare ai secoli futuri, dicendo: Perché hai visto, o Tommaso, hai creduto; beati coloro che non hanno visto e hanno creduto. 
Padre Dolindo Ruotolo


lunedì 21 aprile 2014

La risurrezione di Gesù

Sacro Triduo Pasquale – Veglia Pasquale nella Notte Santa Messa 2014
Commento al Vangelo secondo S. Matteo (Mt 28,1-10)
Don Dolindo Ruotolo
La risurrezione di Gesù
Le pie donne che avevano seguito Gesù non avevano potuto rendergli gli onori funebri, perché la sepoltura era stata affrettata nell’imminenza del sabato.
Appena passato il giorno di festa, perciò, si avviarono al sepolcro per imbalsamare il Corpo. San Matteo nomina soltanto Maria Maddalena e l’altra Maria, cioè Maria, moglie di Cleofa e madre di Giacomo e di Giuseppe, perché la prima precedé le altre e andò sola, e la seconda fu quella che accompagnò il gruppo delle pie donne. È evidente che esse non sapevano che al sepolcro era stata posta una guardia, e si preoccupavano solo della difficoltà di rimuovere dal sepolcro la pietra che lo chiudeva.
All’alba del terzo giorno Gesù era risorto dalla morte! La Persona divina, terminandone l’Anima e il Corpo, aveva richiamato l’Anima nel Corpo, dotandola di una vitalità intensa e di una straordinaria potenza vivificatrice. Si direbbe che, come il calore ridesta la vita nelle assonnate fibre di una pianta, così la divina Persona del Verbo ridestò, col suo calore divino, la vita nel Corpo ucciso, attraendo in esso l’Anima come raggio vivificante. L’Anima richiamò a sé tutto quello che essa aveva vivificato e riassunse il Sangue sparso e tutto quello che la ferocia dei carnefici aveva tolto al Corpo, rendendolo, così, nuovamente atto alla vita.
Fu un momento solenne, del quale furono testimoni solo gli angeli, attoniti innanzi al virgulto di Iesse che rifioriva. Il Sangue riassunto, attratto da una misteriosa forza e rivivificato dal calore divino della vita, s’immise nelle vene e le vene si riaprirono, rifatte nei loro tessuti e nella loro compagine. Un fiotto di vita rifluì nel Cuore, e il Cuore si ridestò e fece rifluire il Sangue in tutte le membra, ricomponendone i muscoli e ridonandole alla vita. Sparirono ad una ad una le piaghe, come spariscono le ombre innanzi alla luce del sole, o come vengono divorate dalla fiamma le macchie dell’umidità.
Rimasero solo le cinque piaghe principali, perché l’amore le volle conservare come monumento d’amore.
Il Sangue, nel rifluire, circolò intorno ad esse e vi lasciò uno splendore divino; non le chiuse ma le aprì come boccioli tinti di rosa, e la vita vi si manifestò come raggio che saettava amore dal luogo dove la morte era passata prima vittoriosa e poi vinta. Era il trionfo della vita che manteneva aperta la breccia che aveva fatta la morte, e l’arrestava trionfante sugli abissi da dove era uscita. La trasformazione del Corpo fu istantanea, e la carne non fu più mortale ma gloriosa, quasi aggregato di luci, di splendori, di profumi e di raggi di calore purificante. Le bende che l’avvolgevano, la caverna che la rinchiudeva e la pietra sigillata non potevano impedirle il passo, non era un fantasma né uno spirito, perché più tardi si fece toccare, era un Corpo trasfuso di gloria e di potenza, era la vita che aveva vinto la morte! Uscì dalle bende che invano l’avvincevano, e non le infranse neppure, tanto erano impotenti ad avvincerlo. Riaprì gli occhi splendenti d’amore, e non li fissò sulle anguste pareti della caverna perché essi guardavano il Padre. Il Cuore quasi affiorò sulle labbra, tanta era la vita d’amore che saettava, e sorrise, ringraziando il Padre. L’attrasse lo sguardo divino che si compiaceva di Lui e, nel bacio dell’amore, la sua divina Persona rifulse attraverso il Corpo come conoscenza e compiacenza del Padre, proprio come rifulgeva immutabilmente nel seno del Padre dai secoli eterni. Quel bacio d’amore attrasse il Corpo fuori della tomba, fuori della terra, e si trovò come sospeso in alto, in un’estasi d’amore. Nessuno lo vide, poiché nessuno aveva lo sguardo proporzionato a tanta magnificenza; lo circondarono quasi le stelle mattutine cantando, e discesero gli angeli osannando; discesero quasi come li vide Giacobbe per la scala misteriosa! Quale momento d’amore!

Le pie donne e l’angelo che annuncia la risurrezione
Giù sulla terra l’orizzonte s’imbiancava, e l’acre odore della notte che si diffondeva fra gli alberi ricordava che essa era terra d’esilio. Le piccole strade erano come nastri annebbiati, e v’era ancora soffusa la melanconia dell’immolazione del Golgota! Ecco la via dolorosa… Ecco la porta giudiziaria, ecco il Calvario… Che cosa illumina questi luoghi di lacrime che ancora par che risuonino delle grida efferate del venerdì? Non è l’alba che le profuma di pace: è il Redentore glorioso che illumina il cammino del dolore con la sua luce e lo rende cammino della vita. Alleluia! Alleluia! Questo canto risuonò su ogni zolla che fu bagnata dal Sangue della vita, e la via dolorosa divenne la via della gloria!
Le pie donne si trovarono innanzi al sepolcro un momento dopo la risurrezione e, proprio nell’atto nel quale un angelo discese dal cielo in compagnia di un altro, ruppe i suggelli, rovesciò la pietra pesante e vi si assise sopra. Le guardie sbigottite caddero a terra come morte per lo spavento, e le donne rimasero atterrite, non sapendo che cosa avvenisse.
Il terremoto che scosse la collina alla discesa dell’angelo le aveva già spaventate, e la presenza di esseri sovrumani le sbigottì, come suol avvenire in tutte le visioni soprannaturali; ma non ci voleva di meno per scuotere la loro morta fede, e per far riconoscere loro la verità delle parole dell’angelo. Esse erano venute per imbalsamare un morto, e avevano dimenticato la solenne promessa del Crocifisso. Se avessero avuto un annuncio pacifico, avrebbero più facilmente temuto d’ingannarsi; quei cuori avevano bisogno del maglio per essere scossi. L’angelo parlò loro: erano due angeli – come dice san Luca (24,4) –, ma uno solo parlò, esortandole ad annunciare ai discepoli la risurrezione, e a dir loro che avrebbero visto il Maestro nella Galilea. Al terrore era subentrato, nel loro cuore, un gaudio ineffabile, e corsero, per la premura di dare agli apostoli la lieta novella, quand’esse videro proprio Gesù che le fermò e le salutò. Non era un fantasma: era Lui, bellissimo, luminoso, trasfigurato, spirante dolcezza e misericordia. Esse gli si gettarono ai piedi, glieli strinsero, lo adorarono, e non sapevano più staccarsi da Lui. Gesù le trattenne per poco tempo; poi le esortò ad andare ad avvertire gli apostoli che Egli chiamò fratelli per ineffabile tenerezza, rinnovando loro il convegno nella Galilea. Non potevano bearsi della sua presenza quando dovevano riparare la loro mancanza di fede, richiamando gli apostoli alla fede nel Maestro divino. Esse avevano ancora nelle mani le bende e gli aromi che avevano portati per imbalsamare un cadavere, e dovevano portare, agli smarriti discepoli, l’annuncio glorioso che confermava la verità nei loro cuori. Era questa la testimonianza più bella d’amore che potevano dargli.
Gesù è risorto, primizia dei dormienti – come dice san Paolo –, perché anche noi risorgiamo un giorno nella gloria. Tutti passiamo sulla terra, e tutti ci dissolviamo nel sepolcro, ma la risurrezione di Gesù è la promessa che muta la morte in un sonno, e il sepolcro in un giaciglio. La Chiesa, con bellissima espressione, chiama precisamente dormitori, cœmeterii, i suoi camposanti. Pensiamo che risorgeremo così come ci saremo addormentati, e che la morte del peccatore non è promessa di risurrezione gloriosa, ma doloroso sintomo del Giudizio che lo ricoprirà d’obbrobrio.
Viviamo santamente, immolandoci con Gesù Cristo, perché, solo se soffriremo con Lui, saremo glorificati con Lui. Se potessimo vedere di quante macchie siamo coperti a causa del peccato, e se potessimo valutare le infezioni della nostra miseria, non ci stupiremmo di soffrire. Il dolore pone in noi il germe della trasfigurazione finale, poiché ci segna quasi delle piaghe di Gesù Cristo. Ogni pena lascia nel corpo una promessa di vita, come ogni falsa gioia e ogni degradazione di senso vi lascia un germe di vituperio e di condanna. I cattivi appaiono gaudenti, ma la loro prosperità è come la virulenza patogena che, prosperando, consuma la vita. Guarda il polmone di un tisico, e non troverai forse un vivaio simile di germi: si moltiplicano, si agglomerano; divorano tutto, e sembrano vittoriosi. Se guardi così il polmone, chiamerai prosperità quella germinazione; ma se guardi la faccia dell’infermo, e se lo consideri nelle sue pene, la chiamerai rovina. Tale è la prosperità temporale dei cattivi: moltiplicazione dei germi che consumano la vita! È più bello il dolore, è più bella la croce, poiché nel dolore si purifica l’anima e si vivifica di spirito la stessa carne che così viene preparata all’eterno trionfo.

Se Dio ci donasse la prosperità materiale come noi la desidereremmo, essa diventerebbe per noi come le spine che soffocano la vita della buona semente. Abbracciamoci la croce esultando, poiché essa è promessa di prosperità e di vita eterna; abbracciamoci alla croce abbandonandoci alla bontà di Dio, perdonando, beneficando, amando, come fece Gesù sul Calvario. Se non rifuggiamo dall’amarezza e dallo spasimo per la salute del corpo, perché dovremmo rifuggire dal dolore per la salvezza dell’anima? Cerchiamo solo la vita eterna, e non disdegniamo di rinunciare alle misere gioie della terra per ottenerne il possesso! 

giovedì 17 aprile 2014

Gesù lava i piedi agli Apostoli

Sacro Triduo Pasquale – Messa in «Cœna Domini»
Commento al Vangelo del Giovedì Santo 2014 (Gv 13,1-15)

Gesù lava i piedi agli apostoli

San Giovanni riesce a descrivere l’amore col quale Gesù preparò la dedizione sua agli apostoli, desideroso di purificarli per poterli vivificare.
Essi erano in grazia di Dio, eccetto Giuda traditore, ma avevano tante imperfezioni nell’anima e, poco prima, come riferisce san Luca (23,24), avevano discusso su chi di loro sarebbe stato il più grande.
Gesù volle purificarli di quest’orgoglio con un profondo atto di umiltà, e volle correggerli di quell’emulazione che era trascesa nell’alterco, con un atto di amorosissima carità.
Lavò loro i piedi, e certo non fece questo solo materialmente, ma, nel lavarli, comunicò loro una grazia interiore e li purificò. Essi, che lo amavano, vedendolo umiliato ai loro piedi come un servo, si umiliarono profondamente, e furono purificati dalla loro miseria.
Fatta dunque la cena o, come indica il testo greco di codici autorevoli, durante la cena, Gesù si raccolse tutto in se stesso e apparve come trasfigurato dall’amore e dal dolore. Giuda, infatti, istigato da satana, aveva già stabilito di tradirlo, e Gesù, addoloratissimo tentò nella sua misericordia l’ultimo assalto per conquiderlo. Fu questo il primo pensiero che ebbe nel determinarsi a lavare i piedi ai suoi discepoli, e l’evangelista, di proposito, lo fa notare.

Sull’umiltà che devono avere i capi

Giuda lo avversava perché gli pesava il suo giogo soavissimo, si urtava nel sentirlo chiamare Maestro, si ribellava al solo pensiero d’essergli sottomesso, e Gesù volle mostrarsi Egli sottomesso a lui, umiliandosi persino ai suoi piedi.
L’atto di umiltà che si accinse a fare, era tanto più meraviglioso, in quanto Egli sapeva bene d’essere il Figlio di Dio, e sapeva d’andare incontro alla morte proprio per il tradimento dell’apostolo infedele. San Giovanni fa notare questa circostanza in modo enfatico: Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, e che era venuto da Dio e a Dio andava, si levò da cena. Lezione stupenda di misericordia e di carità a quei superiori che hanno sudditi ingrati e ribelli e, in nome della propria dignità, credono di doverli trattare con inesorabile severità. Gesù Cristo, Figlio di Dio, nelle cui mani era ogni potere, pur sapendo che Giuda non avrebbe corrisposto alla sua bontà, si umiliò fino a lavargli i piedi, e si umiliò innanzi a tutti i suoi apostoli per migliorarli, e liberarli dalle loro miserie. Chi sta in alto non può sempre far uso della sua potestà: deve saper anche umiliarsi, e deve saper curare, con la bontà, l’ostinazione dei cuori che gli sono affidati.
La forza non corregge mai l’anima, benché possa disciplinare esternamente la vita; l’umiltà, invece, può correggere l’anima e, in ogni caso, ne diminuisce sempre la perversità. Forse, quando Giuda vide condannato Gesù e fu preso da un pentimento disperato del male che gli aveva fatto, il ricordo della sua umiliazione nel lavargli i piedi concorse, anzi determinò, in lui, quel sentimento di compassione e di sgomento che, certo, fu l’unica nota attenuante del delitto commesso.
Giuda non si pentì soprannaturalmente in modo da meritare il perdono, non confessò Gesù come Figlio di Dio, ma per lo meno lo confessò giusto e innocente, e questo attenuò l’orrore del suo peccato.
Alzatosi da tavola, Gesù depose le sue vesti, cioè il pallio e la sopravveste che potevano essergli d’impaccio, prese un asciugatoio e se ne cinse e, versata l’acqua in una bacinella, cominciò a lavare i piedi dei suoi apostoli, asciugandoli col panno del quale era cinto. Com’è chiaro dal contesto, Egli andò prima da Pietro. L’evangelista, infatti, dopo aver accennato in generale alla lavanda, scende ad un particolare che era interessante, riguardando il capo degli apostoli.
Pietro, nel vedere ai suoi piedi Gesù, scorgendo in quell’atto stesso di umiltà la maestà divina che in Lui rifulgeva e l’amore che lo muoveva, ritirando con un gesto improvviso le estremità, disse con accento di stupore e di amore: Signore, tu lavare a me i piedi? E voleva dire: Tu Maestro mio, tu pieno di maestà abbassarti fino a me, povero pescatore e povero peccatore? Il gesto di Pietro fu reciso ed energico, e Gesù lo controbilanciò con un atto di tenera persuasione, dicendogli: Quello che io faccio tu ora non l’intendi, lo intenderai in seguito; e dovette stendere le mani per prendergli i piedi e metterli nella bacinella. Ma Pietro, più energicamente, li ritrasse, e col suo modo affettuosamente irruente, a troncare la questione disse: Tu non mi laverai i piedi in eterno. Gesù gli aveva detto che in seguito avrebbe capito il significato e il valore di quell’atto, cioè che dopo gliene avrebbe dato la ragione; ma Pietro, come del resto tutti gli apostoli, voleva veder chiaro, e in quel momento la sua ragione pretendeva imporsi al comando amoroso di Gesù. Gli apostoli, nella loro semplicità, volevano ragionare, e Pietro non ammetteva un ragionamento postumo in una degnazione che ripugnava all’amore che portava al Maestro.
Era un atto di affetto, senza dubbio, ma era anche un atto di ostinazione contro un disegno d’amore, e perciò Gesù gli disse: Se non ti laverò non avrai parte con me; e voleva dire: Se non ti purificherò così, non potrai partecipare al Sacramento che sto per istituire, per il quale occorre una purità piena di coscienza. Pietro, però, capì che se non gli avesse permesso di lavarlo, non avrebbe avuto parte nel suo regno, e sarebbe stato allontanato da Lui. Lo stesso amore lo fece cadere nell’eccesso opposto, e gridò, porgendogli i piedi: Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani ed il capo.

La lavanda dei piedi,

come un sacramentale

Nella sua rozzezza, non capì che Gesù voleva lavargli i piedi per lavargli l’anima, non capì che quell’atto di umiltà e d’amore era un sacramentale di misericordia; credé si trattasse di pulizia del corpo, per stare a tavola con maggior decoro e poiché, mangiando l’agnello, si era unte le mani e le labbra, si dichiarò pronto a farsi mondare. Ma Gesù, richiamandolo alle cose dello spirito con un paragone, soggiunse: Chi ha fatto il bagno non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, essendo interamente mondo. E voi siete mondi, ma non tutti. E voleva dire, secondo il testo greco: Come chi ha fatto già un bagno e va a casa ha bisogno di lavarsi solo i piedi impolverati nei sandali per il cammino fatto, così voi, già mondi per la grazia che vi ho data, avete bisogno d’essere purificati solo nella debolezza del vostro mortale cammino. Specificò così il significato di quel sacramentale: Egli lavava i piedi per purificare le piccole colpe inevitabili nel mortale cammino; porgeva l’acqua santificata dalle sue mani, e le dava efficacia con la sua umiliazione, compungendo il loro cuore.
L’acqua era un segno esterno di purificazione; la sua umiliazione era il merito che dava a quel segno il valore di una purificazione, e la compunzione del cuore degli apostoli era la corrispondenza e il concorso personale alla grazia purificatrice. Gesù nel dire: Voi siete mondi, ma non tutti, si accorò immensamente, pensando a Giuda, come nota il Sacro Testo; all’apostolo infedele quella lavanda non valse a purificarlo: avrebbe avuto bisogno di un bagno di grazia, e lo rifiutava perché ostinato nel suo peccato.

L’insegnamento della lavanda dei piedi fatta da Gesù
Con infinito amore, Gesù compì la lavanda a tutti gli apostoli, senz’altra protesta da parte loro; poi riprese le vesti, e riassisosi a tavola, disse loro: Sapete quello che ho fatto a voi? Voi mi chiamate Signore e Maestro e dite bene perché io lo sono; ora se io, Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi l’un l’altro. Vi ho dato infatti l’esempio, affinché come ho fatto io, facciate anche voi.
Il valore della lavanda era una purificazione delle piccole colpe, il significato era una lezione pratica di umiltà e di carità. Gesù Cristo, prossimo a lasciare i suoi cari e a compiere il suo sacrificio sanguinoso sul Calvario, dava loro la stessa sua potenza e autorità, istituendo l’Eucaristia e il Sacerdozio, ed esigeva da loro una grande umiltà e carità per compiere gli altissimi uffici ai quali li destinava. Fino ad allora, essi avevano creduto di poter conquistare posti di onore nel suo regno, anzi avevano altercato fra loro per assicurarsi gli uni sugli altri una preminenza; ora, ecco la preminenza cui dovevano aspirare: umiliarsi, compatire ed avere carità gli uni gli altri, imitando il suo esempio.

Egli non comandava che materialmente si fossero lavati i piedi gli uni gli altri, ma che come Egli, Signore e Maestro, si era umiliato ai loro piedi in quell’atto di bontà, così essi avessero avuto cura di umiliarsi nella loro dignità, e di avere carità nell’esercitarla, mondando le anime dalla loro miseria, e compatendole con estrema bontà e carità. Essi non avrebbero potuto presumere d’essere di più di Lui, poiché nessun servo è maggiore del suo padrone; la loro pace e beatitudine futura nel ministero che loro assegnava, dipendeva da questo preciso concetto che dovevano avere della loro dignità e dell’esercizio della loro dignità.
Don Dolindo Ruotolo